Uno degli ultimi giorni Sergio Zavoli, colpito, impietosito, commosso, lo invitò al "Processo alla tappa". E gli domandò perché andasse avanti in quelle condizioni. Lui rispose: "Voglio soffrire così tanto da non rimpiangere più il Giro, il ciclismo, la bicicletta". Dino Bruni era un osso duro: "Parigi-Roubaix. Pioveva. All'imbocco del pavé ci fu una volata per prendere le migliori posizioni in testa al gruppo, poi una scivolata generale e io, che era fra i primi, venni investito e poi sommerso da corridori, telai, ruote. Sopra di me era finito anche Anquetil. Fui portato all'ospedale. Mi ero rotto spalla e mano. Tornai a casa, rimasi fermo 20 giorni, poi ricominciai a pedalare. Alla partenza del Giro mi presentai fuori allenamento, mi ci vollero sei tappe per stare in gruppo, poi vennero Alpi e Appennino, nella Rimini-San Benedetto del Tronto mi riaffacciai davanti, quarto in volata (decimo nei risultati ufficiali, ndr), il giorno dopo venni investito mentre facevo la pipì, due costole incrinate e cinque punti a un braccio, e da quel momento lottai soltanto contro il tempo massimo. Mi interessava arrivare in fondo al Giro, anche se in fondo alla classifica. Volevo soffrire per non rimpiangere più il Giro, il ciclismo, la bicicletta. Alla fine ricevetti in premio un fucile da caccia Beretta automatico e una serie completa di pentole da cucina".
Dino Bruni era un velocista nato: "Portomaggiore, Ferrara, pianura piatta come un tavolo da biliardo. A otto anni mungevo le mucche. Poi la prima bici, una Benotto. Le prime sei corse da allievo, sei vittorie e poi il titolo di campione italiano, un centinaio di vittorie da dilettante più un argento olimpico e un bronzo mondiale, e una trentina da professionista. In salita mi difendevo: se era corta, me la sbrigavo, ma se era lunga, mi veniva anche da piangere, come sul Rolle, Giro del 1962, neve e gelo, ritirato e portato in ospedale per ipotermia. Però, quando vedevo il traguardo, cambiavo i sentimenti. E in volata sapevo come difendermi: tiravo fuori tutto, l'istinto, lo spirito, anche l'anima".
Dino Bruni era un corridore vero: "I primi tre anni alla Bianchi. Ammiravo Coppi, poi ebbi un paio di delusioni e cambiai idea. Nel 1958 mi ruppi il bacino e la Bianchi mi licenziò. Ercole Baldini mi aiutò a entrare nella Ignis, altri tre anni, gregario e outsider, libero di fare la mia gara, però quando era il momento di aiutare, non mi tiravo indietro, anche se mi era più facile aiutare Baldini che Nencini, perché di Baldini ero amico, dormiva a casa mia, amava la musica classica, le uniche dispute le avevamo per le donne. Poi altri tre anni alla Gazzola, che prendeva in squadra i corridori in scadenza". In scadenza di contratto? "In scadenza di carriera. In quel Giro del 1964 ero così conciato che il direttore sportivo, Luciano Parodi, mi consigliò di andare a casa. Mi rifiutai. Litigammo. Dissi: 'Metà di voi non finirà il Giro, io sì'. Mi sbagliai di poco". Dino Bruni era un eterno agonista: "Smesso con il ciclismo, cominciai a gareggiare con i cani: e mi laureai campione internazionale di lavoro e due volte campione italiano. Poi continuai a gareggiare con i cavalli: e a ottant'anni fui campione italiano di fondo, a Bologna, 40 chilometri, lungo il Reno". Perché l'istinto è sempre quello: "Quando vedo il traguardo, cambio i sentimenti".
Dino Bruni era un velocista nato: "Portomaggiore, Ferrara, pianura piatta come un tavolo da biliardo. A otto anni mungevo le mucche. Poi la prima bici, una Benotto. Le prime sei corse da allievo, sei vittorie e poi il titolo di campione italiano, un centinaio di vittorie da dilettante più un argento olimpico e un bronzo mondiale, e una trentina da professionista. In salita mi difendevo: se era corta, me la sbrigavo, ma se era lunga, mi veniva anche da piangere, come sul Rolle, Giro del 1962, neve e gelo, ritirato e portato in ospedale per ipotermia. Però, quando vedevo il traguardo, cambiavo i sentimenti. E in volata sapevo come difendermi: tiravo fuori tutto, l'istinto, lo spirito, anche l'anima".
Dino Bruni era un corridore vero: "I primi tre anni alla Bianchi. Ammiravo Coppi, poi ebbi un paio di delusioni e cambiai idea. Nel 1958 mi ruppi il bacino e la Bianchi mi licenziò. Ercole Baldini mi aiutò a entrare nella Ignis, altri tre anni, gregario e outsider, libero di fare la mia gara, però quando era il momento di aiutare, non mi tiravo indietro, anche se mi era più facile aiutare Baldini che Nencini, perché di Baldini ero amico, dormiva a casa mia, amava la musica classica, le uniche dispute le avevamo per le donne. Poi altri tre anni alla Gazzola, che prendeva in squadra i corridori in scadenza". In scadenza di contratto? "In scadenza di carriera. In quel Giro del 1964 ero così conciato che il direttore sportivo, Luciano Parodi, mi consigliò di andare a casa. Mi rifiutai. Litigammo. Dissi: 'Metà di voi non finirà il Giro, io sì'. Mi sbagliai di poco". Dino Bruni era un eterno agonista: "Smesso con il ciclismo, cominciai a gareggiare con i cani: e mi laureai campione internazionale di lavoro e due volte campione italiano. Poi continuai a gareggiare con i cavalli: e a ottant'anni fui campione italiano di fondo, a Bologna, 40 chilometri, lungo il Reno". Perché l'istinto è sempre quello: "Quando vedo il traguardo, cambio i sentimenti".