La fotografia campeggia all'ingresso di casa: il primo e l'ultimo, la maglia rosa e la maglia nera, il più veloce e il più lento, Hinault il bretone e Montanari il reggiano, finalmente affiancati, quasi abbracciati, per sempre immortalati dallo scatto - uno scatto da fermo - del fotografo Sergio Penazzo. Enea Montanari custodisce quello scatto con la consapevolezza di chi c'era. Dietro, ma c'era. In fondo, ma c'era. In ritardo, ma c'era. "Neoprofessionista in una neosquadra con un neodirettore sportivo. Cioè io, nella Termolan-Galli di Bruno Reverberi. Il danese Jorgen Marcussen più tutti giovani di belle speranze: Daniele Caroli, che mi ringraziò pubblicamente perché in una tappa aveva forato due volte e si voleva ritirare e io lo presi per le orecchie e lo portai all'arrivo; Davide Cassani, che si piazzò a Roma nello Stadio dei Marmi e fui io a portarlo avanti nel gruppo; Orlando Maini, che aveva già smesso e aveva già ricominciato; Erminio Rizzi, che andava fortissimo in salita, ma si erano dimenticati di collegargli le gambe alla testa; Montanari, ma Enrico, nessuna parentela, poi bravo imprenditore edile; Filippo Piersanti, scalatore; Claudio Girlanda, velocista; e Daniele Antinori, partner in pista. Reverberi ci diceva che le fughe buone erano quelle che andavano all'arrivo, ma se non si era capaci di inserirsi in quelle, tanto valeva andare in fuga almeno all'inizio della tappa".
Strada facendo, ultimo: "Qualcuno parte per vincere, tutti per arrivare, nessuno per arrivare ultimo. Poi ti trovi lì. Io mi trovai lì per una caduta a Caserta e un'altra a Catanzaro. Finché Luciano Boccaccini, un amico giornalista che faceva da 'speaker' alla partenza, cominciò a giocarci, mi chiamava quando c'era un po' di tempo e un po' di spazio, due chiacchiere al microfono e poi chi mi riconosceva, chi mi salutava, chi mi gratificava. E a quel punto, aiutati compagni per quello che potevo aiutare, tenevo l'occhio solo sul tempo massimo. Siccome non esistevano radioline, gps, computerini, neanche il contachilometri, ma solo orologio e cartina, bisognava ingegnarsi curando i collegamenti con motociclisti e radio corsa. E quando tornai a casa, gli sportivi locali, più amici che tifosi, organizzati da un ciclista, nel senso di riparatore di biciclette, organizzarono una cena in mio onore e mi consegnarono una medaglia-ricordo".
Montanari non era Hinault: "Papà contadino, ma siccome non bastava, anche ambulante con un camioncino, ma siccome non era refrigerato, solo frutta e verdura secca. Io studiai fino alla terza media, il primo anno di istituto agrario non riuscivo a stare fermo in un banco e mollai la scuola. Volevo un motorino, lo chiesi a mio padre, mi disse che così irrequieto con un motorino non sarei arrivato alla maggiore età, mi propose una bici da corsa, color aragosta, prezzo 54 mila lire, in mancanza d'altro accettai, e la usai come se fosse un motorino, correndo dietro i motorini, finché quelli sui motorini mi intimarono di togliermi dai piedi. Allora cominciai a correre dietro le biciclette. La prima gara finii a terra, la seconda in un fosso, la terza rimasi in piedi".
Poi collezionò ricordi, e coincidenze: "Il mio nome, Enea, fu scelto da mia sorella maggiore, che poi si sposò - guarda caso - con un altro Enea. La prima vittoria il 5 maggio 1974 a San Secondo Parmense, il paese di Ercole Gualazzini, che fu - guarda caso - maglia nera. E la Milano-Sanremo, pioggia a dirotto, a metà gara caddi, e quando mi ripresi e mi rialzai, ero sotto il cartello di Masone e io - guarda caso - sono di Masone, anche se di Reggio Emilia, non di Genova. E il circuito degli assi a Faenza dopo la Milano-Torino, nevischiava, crepavo dal freddo. E La Valle dei Templi in quel Giro, un caldo allucinante, non ragionavo più. E la Cuneo-Pinerolo sempre in quel Giro, 33 anni dopo quella di Fausto Coppi, io però nella parte di Luigi Malabrocca, Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere, e il mio cognome non mi aiutò. E Girlanda, compagno di camera, poi ultimo - guarda caso - nel Giro del 1983. E una settimana dopo quel Giro, in allenamento mi scoppiò un tubolare, rotto niente, macellato tutto, non fui più quello di prima". Un annetto scarso da professionista, ma che Eneide: "Tutto quello che non ho perso o regalato, di quel Giro ce l'ho ancora. Il Garibaldi, con planimetrie e altimetrie; il Girino, un pupazzetto in panno verde con la maglia rosa; la maglia; qualche ritaglio di giornale; e la foto con Hinault". Il primo e l'ultimo, insieme: il ciclismo spiana, spiega, salda.
Strada facendo, ultimo: "Qualcuno parte per vincere, tutti per arrivare, nessuno per arrivare ultimo. Poi ti trovi lì. Io mi trovai lì per una caduta a Caserta e un'altra a Catanzaro. Finché Luciano Boccaccini, un amico giornalista che faceva da 'speaker' alla partenza, cominciò a giocarci, mi chiamava quando c'era un po' di tempo e un po' di spazio, due chiacchiere al microfono e poi chi mi riconosceva, chi mi salutava, chi mi gratificava. E a quel punto, aiutati compagni per quello che potevo aiutare, tenevo l'occhio solo sul tempo massimo. Siccome non esistevano radioline, gps, computerini, neanche il contachilometri, ma solo orologio e cartina, bisognava ingegnarsi curando i collegamenti con motociclisti e radio corsa. E quando tornai a casa, gli sportivi locali, più amici che tifosi, organizzati da un ciclista, nel senso di riparatore di biciclette, organizzarono una cena in mio onore e mi consegnarono una medaglia-ricordo".
Montanari non era Hinault: "Papà contadino, ma siccome non bastava, anche ambulante con un camioncino, ma siccome non era refrigerato, solo frutta e verdura secca. Io studiai fino alla terza media, il primo anno di istituto agrario non riuscivo a stare fermo in un banco e mollai la scuola. Volevo un motorino, lo chiesi a mio padre, mi disse che così irrequieto con un motorino non sarei arrivato alla maggiore età, mi propose una bici da corsa, color aragosta, prezzo 54 mila lire, in mancanza d'altro accettai, e la usai come se fosse un motorino, correndo dietro i motorini, finché quelli sui motorini mi intimarono di togliermi dai piedi. Allora cominciai a correre dietro le biciclette. La prima gara finii a terra, la seconda in un fosso, la terza rimasi in piedi".
Poi collezionò ricordi, e coincidenze: "Il mio nome, Enea, fu scelto da mia sorella maggiore, che poi si sposò - guarda caso - con un altro Enea. La prima vittoria il 5 maggio 1974 a San Secondo Parmense, il paese di Ercole Gualazzini, che fu - guarda caso - maglia nera. E la Milano-Sanremo, pioggia a dirotto, a metà gara caddi, e quando mi ripresi e mi rialzai, ero sotto il cartello di Masone e io - guarda caso - sono di Masone, anche se di Reggio Emilia, non di Genova. E il circuito degli assi a Faenza dopo la Milano-Torino, nevischiava, crepavo dal freddo. E La Valle dei Templi in quel Giro, un caldo allucinante, non ragionavo più. E la Cuneo-Pinerolo sempre in quel Giro, 33 anni dopo quella di Fausto Coppi, io però nella parte di Luigi Malabrocca, Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere, e il mio cognome non mi aiutò. E Girlanda, compagno di camera, poi ultimo - guarda caso - nel Giro del 1983. E una settimana dopo quel Giro, in allenamento mi scoppiò un tubolare, rotto niente, macellato tutto, non fui più quello di prima". Un annetto scarso da professionista, ma che Eneide: "Tutto quello che non ho perso o regalato, di quel Giro ce l'ho ancora. Il Garibaldi, con planimetrie e altimetrie; il Girino, un pupazzetto in panno verde con la maglia rosa; la maglia; qualche ritaglio di giornale; e la foto con Hinault". Il primo e l'ultimo, insieme: il ciclismo spiana, spiega, salda.