"Il ciclismo è rispetto per la fatica. Dopo tanto calcio, recupero un po' di umanità" diceva sorridendo Gianni Mura alla vigilia del Tour, mentre preparava i libri, le canzoni e le guide. C'erano alcune destinazioni fisse: una piazza di Tolosa, porta dei Pirenei, con una giostra antica. Un albergo di Parigi che si chiama Odeon, a Saint-Germain, dove all'angolo resiste un certo bistrot. C'era incredibilmente anche Lourdes: si poteva arrivare a qualunque ora, trovare un letto e un bicchiere. Tutto il resto era scoperta, era avventura, era viaggio: per lui e per i lettori.
Nella prima stagione senza Gianni, nei giorni in cui le bici tornano sulla strada, la amata strada, il vuoto si fa più grande. E sono proprio i lettori che scrivono: questa storia gli sarebbe piaciuta, chissà come l'avrebbe raccontata. Una vita bella come un Tour, catapultato 19enne davanti ai campioni, con il taccuino in mano: la prima volta al Giro Carlesi lo scostò con un vaffa dopo una volata perduta: "Ragazzino, non è il momento degli autografi". E l'ultima volta in Francia, più di cinquant'anni dopo: trattato con affetto e deferenza, lui già premiato con il "Blondin", primo non francofono, e si sa quindi che l'impegno è stato doppio. In mezzo, gli incontri con figure leggendarie. Anquetil, che aveva visto Coppi e Merckx. E che diceva: "Bisogna reggere le ore piccole e il rosso pesante". Poulidor, con l'odiatissimo soprannome Poupou: "sembra quello di un barboncino, ma è uno che è andato sul podio a quarant'anni". Simpson che alla partenza spruzzò l'acqua ai compagni e disse: "Vi benedico, voi che andate sul Ventoux". Ma poi non benedì se stesso. Zandegù, che distingueva un fiordaliso da un girasole. La moglie di Adorni che piangeva senza piangere per un Mondiale vinto. E poi il tradimento del dopato Armstrong, la tragedia di Pantani: "Io sono un cane che lo sente come gli altri sentono i temporali".
Ora c'è questo libro: Gianni Mura e i racconti della bicicletta, in edicola da venerdì con Repubblica. Dove si spiega bene il metodo spugna, che poi è il metodo Mura: immergersi dentro i luoghi, dentro le storie e le persone, e farne scrittura. Ci sono 37 suoi reportage, fin dai primi sulla Gazzetta dello Sport, il talento puro. A quei tempi, diceva ai genitori che andava all'Università al mattino, invece si chiudeva nell'archivio del giornale, sempre di studiare si trattava: Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Anna Maria Ortese, ma anche Montanelli e Biagi. Prestati, o esaltati dal ciclismo. Nel libro, la prefazione di Emanuela Audisio: la gioia di partire come quella dei bambini che vanno al mare. C'è un racconto che fa ridere e piangere: lui con la portatile sotto un platano a Castres, perché non sopporta le sale stampa, il giorno che vinse Cenghialta. Aligi Pontani lo osserva da lontano. Contadini che fanno a gara a portargli formaggi e salumi, canzoni e capannelli intorno, lui che sforna una cartella dopo l'altra, e sui fogli c'è una ditata di frittata (le mie percentuali: 40% rido, 60% piango).
Alessandro Grazioli, che lavorava a Minimum Fax e ora sta a Sellerio, si definisce "uomo fortunato". Perché per cinque anni ha speso le sue ferie per accompagnare Gianni al Tour. Alessandro guidava, Gianni preparava ogni mattina una sorpresa. Bisognava "far ballare gli occhi sulla strada e sulle cartine". "Era un misto fra un viaggio con l'amico e un viaggio con papà. Andavamo a caccia di albicocche o di un barbiere, di piccoli musei. Portavamo i fiori sulle tombe dei cantanti, ricordo quella di Jean Ferrat in Ardèche. Cercavamo i giornali italiani e i cd negli autogrill". Centinaia di chilometri al giorno con oscuri bootleg, brani introvabili di Sergio Endrigo, canti dei partigiani francesi. Diceva Gianni: "C'è gente che dopo cinque minuti di questa musica esclama: che palle. Fra i miei amici, nessuno".
E poi c'era la tappa. Quella in Val d'Isère 2019 è una cartolina di Natale, viene interrotta prima dell'arrivo a Tignes. Grandine, vento e due frane, la strada è uno strato di ghiaccio. Bernal non capisce il messaggio di stop in inglese e si butta a tomba aperta nella discesa dell'Isoran. Lo fermano in tempo: diventerà due giorni dopo il primo colombiano e più giovane vincitore del Tour nel dopoguerra.
E questo racconto di Gianni Mura è l'ultimo regalo al ciclismo.
Nella prima stagione senza Gianni, nei giorni in cui le bici tornano sulla strada, la amata strada, il vuoto si fa più grande. E sono proprio i lettori che scrivono: questa storia gli sarebbe piaciuta, chissà come l'avrebbe raccontata. Una vita bella come un Tour, catapultato 19enne davanti ai campioni, con il taccuino in mano: la prima volta al Giro Carlesi lo scostò con un vaffa dopo una volata perduta: "Ragazzino, non è il momento degli autografi". E l'ultima volta in Francia, più di cinquant'anni dopo: trattato con affetto e deferenza, lui già premiato con il "Blondin", primo non francofono, e si sa quindi che l'impegno è stato doppio. In mezzo, gli incontri con figure leggendarie. Anquetil, che aveva visto Coppi e Merckx. E che diceva: "Bisogna reggere le ore piccole e il rosso pesante". Poulidor, con l'odiatissimo soprannome Poupou: "sembra quello di un barboncino, ma è uno che è andato sul podio a quarant'anni". Simpson che alla partenza spruzzò l'acqua ai compagni e disse: "Vi benedico, voi che andate sul Ventoux". Ma poi non benedì se stesso. Zandegù, che distingueva un fiordaliso da un girasole. La moglie di Adorni che piangeva senza piangere per un Mondiale vinto. E poi il tradimento del dopato Armstrong, la tragedia di Pantani: "Io sono un cane che lo sente come gli altri sentono i temporali".
Ora c'è questo libro: Gianni Mura e i racconti della bicicletta, in edicola da venerdì con Repubblica. Dove si spiega bene il metodo spugna, che poi è il metodo Mura: immergersi dentro i luoghi, dentro le storie e le persone, e farne scrittura. Ci sono 37 suoi reportage, fin dai primi sulla Gazzetta dello Sport, il talento puro. A quei tempi, diceva ai genitori che andava all'Università al mattino, invece si chiudeva nell'archivio del giornale, sempre di studiare si trattava: Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Anna Maria Ortese, ma anche Montanelli e Biagi. Prestati, o esaltati dal ciclismo. Nel libro, la prefazione di Emanuela Audisio: la gioia di partire come quella dei bambini che vanno al mare. C'è un racconto che fa ridere e piangere: lui con la portatile sotto un platano a Castres, perché non sopporta le sale stampa, il giorno che vinse Cenghialta. Aligi Pontani lo osserva da lontano. Contadini che fanno a gara a portargli formaggi e salumi, canzoni e capannelli intorno, lui che sforna una cartella dopo l'altra, e sui fogli c'è una ditata di frittata (le mie percentuali: 40% rido, 60% piango).
Alessandro Grazioli, che lavorava a Minimum Fax e ora sta a Sellerio, si definisce "uomo fortunato". Perché per cinque anni ha speso le sue ferie per accompagnare Gianni al Tour. Alessandro guidava, Gianni preparava ogni mattina una sorpresa. Bisognava "far ballare gli occhi sulla strada e sulle cartine". "Era un misto fra un viaggio con l'amico e un viaggio con papà. Andavamo a caccia di albicocche o di un barbiere, di piccoli musei. Portavamo i fiori sulle tombe dei cantanti, ricordo quella di Jean Ferrat in Ardèche. Cercavamo i giornali italiani e i cd negli autogrill". Centinaia di chilometri al giorno con oscuri bootleg, brani introvabili di Sergio Endrigo, canti dei partigiani francesi. Diceva Gianni: "C'è gente che dopo cinque minuti di questa musica esclama: che palle. Fra i miei amici, nessuno".
E poi c'era la tappa. Quella in Val d'Isère 2019 è una cartolina di Natale, viene interrotta prima dell'arrivo a Tignes. Grandine, vento e due frane, la strada è uno strato di ghiaccio. Bernal non capisce il messaggio di stop in inglese e si butta a tomba aperta nella discesa dell'Isoran. Lo fermano in tempo: diventerà due giorni dopo il primo colombiano e più giovane vincitore del Tour nel dopoguerra.
E questo racconto di Gianni Mura è l'ultimo regalo al ciclismo.