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Battista il maggiordomo, quel Giro del 1932 secondo Achille Campanile

(afp)
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Missone compiuta per Battista, il maggiordomo. Decide di accompagnare il suo padrone scosso da una diabolica idea: correre il Giro d'Italia. Un'impresa titanica, assurda, spettacolare, vera e impossibile insieme. Succede nel 1932, tra le pagine di quello che l'autore, il formidabile Achille Campanile, uno dei più grandi scrittori umoristici (e non solo) del Novecento, chiamò "Intermezzo giornalistico". Non una cronaca, non letteratura, né realtà, né finzione. Una fettuccia di strada, invasa dai campioni, coi loro strampalati soprannomi, è la perfetta fotografia di una straordinaria via di mezzo che Campanile, che aveva debuttato nel '24 con "Ma che cos'è quest'amore?", ha sempre percorso nella sua gloriosa e forse un po' sottovalutata carriera di narratore del paradosso.

Ma per scrivere "Battista al Giro d'Italia", Campanile andò veramente, col suo immaginario e baffu…
Missone compiuta per Battista, il maggiordomo. Decide di accompagnare il suo padrone scosso da una diabolica idea: correre il Giro d'Italia. Un'impresa titanica, assurda, spettacolare, vera e impossibile insieme. Succede nel 1932, tra le pagine di quello che l'autore, il formidabile Achille Campanile, uno dei più grandi scrittori umoristici (e non solo) del Novecento, chiamò "Intermezzo giornalistico". Non una cronaca, non letteratura, né realtà, né finzione. Una fettuccia di strada, invasa dai campioni, coi loro strampalati soprannomi, è la perfetta fotografia di una straordinaria via di mezzo che Campanile, che aveva debuttato nel '24 con "Ma che cos'è quest'amore?", ha sempre percorso nella sua gloriosa e forse un po' sottovalutata carriera di narratore del paradosso.

Ma per scrivere "Battista al Giro d'Italia", Campanile andò veramente, col suo immaginario e baffuto servitore, al seguito del Giro di quell'anno, raccontato in tredici tappe e dieci soste, con annotazione scandite dall'ora e dal punto esatto in cui qualcuno "prendeva in grifo"? Pare di sì. Campanile scrive a Ermanno Amicucci dopo aver ricevuto una "di lui proposta": "Caro Achille, ho pensato di farti seguire il Giro per me". Amicucci era il direttore della "Gazzetta del Popolo". Lì per lì Campanile fu sul punto di rifiutare: "Devo correggere le bozze del nuovo libro (che si sarebbe dovuto chiamare "Città", ndr)". Poi ci ripensò: "Potrei lavorarci durante le soste". Amicucci voleva raccogliere in un volume gli articoli scritti lungo il percorso, che si snodava flessuoso su è giù per l'Italia, come quasi sempre. Campanile partì da Milano il 14 maggio del 1932. Alle ore 6.30 Battista bussò alla porta del suo padrone: "Signore, la bicicletta è pronta".

Ostinato, volle seguirlo: "Ma non sono riuscito a convincerlo di adottare le mutandine corte". Aveva un vantaggio rispetto agli altri giornalisti: loro viaggiavano in macchina, lui (e Battista) in bicicletta. A mezzanotte, dopo la fine della prima tappa, Battista però ancora non si vede: "Quel benedett'uomo mi fa stare in pensiero!". Arriva a Vicenza giusto in tempo per partire per la seconda tappa. Durante la quale si sparge la voce che il tedesco Buse sia scappato: "Arrestatelo!". Battista fa proseliti. Cade, scompare, riappare, scappa, inseguito da Guerra e scambiato per lui da un tifoso, che ci resta malissimo quando scopre di essere stato turlupinato: "Non è lei la "Locomotiva Umana"? Ma scusi, allora perché mi fa perdere tempo?". Assurdi, esilaranti. Intorno ai due improbabili partecipanti, s'anima il gruppo vero, la cui principale caratteristica è che si tratta di un'accolita di atleti che mangiano in modo spropositato.

Quando arriva a Roma, il 29 maggio, Campanile scopre che nella capitale esiste un "covo battistiano", sul tipo del "covo bindiano" di Padova. Battista si adattava a ogni scenario, cercava di mimetizzarsi con le popolazioni e di assorbire, per farsi ben volere, ogni abitudine, uso, costume locali. A Roma avevano costituito un circolo prendendo possesso di un vecchio casale sull'Appia Antica. Prendendolo in giro, il Giro diventa per Campanile un'occasione per raccontare lo sport di quell'epoca, tingendolo nella fantasia, e per avvicinarsi, delicatamente, ai misteri dell'agonismo, fusi con quadretti surreali, di ciclisti in ritardo secolare, di soste per pescare o per il pranzo, di Battista che entra esce dalla scena, come un folletto shakespeariano e come le innumerevoli figure che arricchiscono (o forse disturbano) la carovana, le vecchine nere, tutte uguali, che a Cortina rappresentano la vera anima della cittadina, le macchine dei turisti che risalgono il Falzarego o il Pordoi, incaricandosi di provar loro, al posto dei proprietari, le vertigini fra un tornante e l'altro, o fra i baratri di Volterra. Nella battuta un elegia, nello scherzo un atto di devozione. Un susseguirsi di notazioni, di bozzetti, di notti e giorni che finiscono un po' per somigliarsi, con i tanti trambusti negli alberghi, di arrivi e partenze che allo stesso modo si confondono. Infine i crocefissi dell'Alto Adige: "Napoli non ha tande madonne lagrimose quanti cristi in croce hanno le strade dell'Alto Adige". Per la cronaca il Giro del '32 lo vinse Antonio Pesenti. Ma era troppo vero per finire dentro Campanile...