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Rispetto delle regole e amore per il ciclismo, così la gente si è ripresa il Giro

(fotogramma)
Quella di Torino è stata una giornata di simbolico ritorno alla vita normale. Erano in migliaia dietro le transenne ad applaudire i corridori, ordinati e con la mascherina. Una lezione, dopo gli assembramenti a sfondo calcistico
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TORINO – Migliaia di persone in ordinata fila dietro le transenne, rispettose delle distanze, con la mascherina sul volto (non poche erano rosa), con addosso la legittima voglia di tornare ad applaudire gli atleti e vederli da vicino. La partenza del Giro d’Italia ha mostrato a 198 paesi collegati in mondovisione che lo sport può essere il luogo di una vita che lentamente, ma appassionatamente, ricomincia. Lo ha fatto in una città, Torino, a volte ossessionata dalla geometria, compresa quella delle sue strade ad angolo retto, retta però anch’essa in non pochi comportamenti. I torinesi, così soliti nel buttarsi un po’ giù e non sempre animati dall’ottimismo (eufemismo), stavolta suggeriscono un semplice atteggiamento, quasi una postura fisica e, perché no?, morale: si tratta di presenza e osservanza delle regole. Non male, dopo i clamorosi assembramenti a sfondo calcistico, altrove, come se il coronavirus non esist…

TORINO – Migliaia di persone in ordinata fila dietro le transenne, rispettose delle distanze, con la mascherina sul volto (non poche erano rosa), con addosso la legittima voglia di tornare ad applaudire gli atleti e vederli da vicino. La partenza del Giro d’Italia ha mostrato a 198 paesi collegati in mondovisione che lo sport può essere il luogo di una vita che lentamente, ma appassionatamente, ricomincia. Lo ha fatto in una città, Torino, a volte ossessionata dalla geometria, compresa quella delle sue strade ad angolo retto, retta però anch’essa in non pochi comportamenti. I torinesi, così soliti nel buttarsi un po’ giù e non sempre animati dall’ottimismo (eufemismo), stavolta suggeriscono un semplice atteggiamento, quasi una postura fisica e, perché no?, morale: si tratta di presenza e osservanza delle regole. Non male, dopo i clamorosi assembramenti a sfondo calcistico, altrove, come se il coronavirus non esistesse più.

Il Giro d’Italia è un serraglio che sposta oltre 2 mila 500 persone al giorno, senza sosta. Per garantire la sicurezza si è allestita una specie di clinica itinerante che processerà circa 11 mila tamponi. Una città con le ruote, non solo quelle dei ciclisti, che in teoria va contro mesi di isolamento obbligatorio e clausura: lo fa perché adesso è possibile, perché una “bolla semovente” può essere di nuovo tentata. Non dimentichiamo che, in autunno, il Giro iniziò in condizioni pandemiche accettabili per chiudere di nuovo in zona rossa, eppure la corsa venne condotta e conclusa. Già allora, in fondo, si trattò di un esempio per procedure e atteggiamenti, forse anche per lo stato d’animo comune: la prova che organizzare eventi sportivi popolari e di massa, addirittura attraverso una precisa geografia, ancora si può. Il vituperato ciclismo del doping e delle mille polemiche, ma anche dell’amore che ancora la gente gli riserva, è diventato un apripista.

Se il Giro d’Italia resta il più importante evento sportivo collettivo del nostro paese, l’ouverture torinese è incoraggiante. Ad attendere i corridori abbiamo visto giovani e anziani, famiglie e bambini, insomma tutti. Uno spaccato nazionale di un’Italia che a volte ci ostiniamo a non considerare perché così comune e quieta, non chiassosa, per nulla rissosa, in fondo il medesimo paese che si è messo pazientemente in coda per i vaccini. Un semplice, prezioso modello. Sono loro. Siamo noi o potremmo esserlo, se solo ci entrasse in testa.