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Giro d'Italia, dall'Alpi a Sicilia dovunque è Bernal: "È come un figlio"

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Alla scoperta del colombiano in rosa: gli amici nel Canavese, le paste di meliga e l’acquisto di un rudere a Taormina
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MONTALCINO - Entrare ed uscire da un affresco di Simone Martini, portare a casa la pelle, "eh sì, perché la cosa difficile era restare in piedi" e poi, poco prima della pioggia e dell'arcobaleno, sentirsi stanco e padrone, infarinato dalla testa ai piedi di terra buona, amarissima per gli altri. A questo punto, con un vantaggio che si è dilatato a 45" sul primo degli altri, il russo Vlasov - Evenepoel è evaporato, Ciccone non ha retto il post-giorno di riposo -, Egan Bernal non può che dire "andiamoci piano, le montagne sono tutte ancora davanti a noi", e in fondo è così. Anche se le montagne sono il suo forte. Non gli sterrati senesi, eppure ieri è andata così: attacco di squadra prima, attacco in solitaria poi, sul Passo del Lume Spento, che pare una sentenza per chiunque non sia lui.


Gli amici del Canavese, dove per due anni Egan ha vissuto, sono anche più prudenti. "Seguiamo i…

MONTALCINO - Entrare ed uscire da un affresco di Simone Martini, portare a casa la pelle, "eh sì, perché la cosa difficile era restare in piedi" e poi, poco prima della pioggia e dell'arcobaleno, sentirsi stanco e padrone, infarinato dalla testa ai piedi di terra buona, amarissima per gli altri. A questo punto, con un vantaggio che si è dilatato a 45" sul primo degli altri, il russo Vlasov - Evenepoel è evaporato, Ciccone non ha retto il post-giorno di riposo -, Egan Bernal non può che dire "andiamoci piano, le montagne sono tutte ancora davanti a noi", e in fondo è così. Anche se le montagne sono il suo forte. Non gli sterrati senesi, eppure ieri è andata così: attacco di squadra prima, attacco in solitaria poi, sul Passo del Lume Spento, che pare una sentenza per chiunque non sia lui.


Gli amici del Canavese, dove per due anni Egan ha vissuto, sono anche più prudenti. "Seguiamo il suo consiglio, piedi per terra" racconta Vladimir Chiuminatto, suo grande amico, impiegato comunale di San Colombano Belmonte, tuttofare, cicloamatore. "Ma stiamo già pensando a uno spruzzo di rosa sulle maglie del Fan Club" aggiunge Paola Venturuzzo, la presidentessa, "sono blu come quelle della Ineos. La cosa bella di Egan è il suo legame con la nostra terra. Quando vinse il Tour, sul podio di Parigi pronunciò la parola "Canavese". Ma quando mai? Ci emozionò tutti. Con Egan portiamo avanti anche tanti progetti di solidarietà. Qualche mese fa abbiamo acquistato bici per i ragazzi di Zipaquirà, il suo paese natale".


Il luogo del cuore del Bernal "italiano" è l'Hotel ristorante Buasca, dove il colombiano è rimasto per due anni, ospite di Massimo Giovando, detto "Parcerone": "Perché? Parcero vuol dire "compagno", e io sono alto due metri. È come un figlio, l'ho allevato dai 19 ai 21 anni, era sempre qui a pranzo e cena. Il suo menu preferito: beh, piatti leggeri, pollo, tacchino, verdure lesse, ma si concedeva un lusso, tutti i giorni, le nostre paste di meliga. Si stava bene, si parlava di tutto, si giocava a carte. In sala ho tutti i ritagli di giornale. In questo periodo ospito altri ragazzi, tutti dell'Androni, i colombiani, ma anche lo svizzero Pellaud e l'ucraino Ponomar. Egan è un vero mito per tutti loro".


L'uomo decisivo per l'approdo di Bernal in Italia fu Paolo Alberati, che nel 2015 lo ospitò in Sicilia, ai piedi dell'Etna: "Si era innamorato di un rudere, vicino a Taormina, e più volte mi ha detto che vorrebbe comprarlo, metterlo a nuovo e passarci del tempo. È ancora invenduto, al momento, spero lo resti ancora. Nel caso gli farò da agente immobiliare". Ma nessuno, forse, conosce meglio Bernal di Paolo Alberto, ciclista dilettante di Castellamonte, che con lui ha scalato mille volte il Nivolet, "un'altitudine che gli ricorda casa", e la strada che arriva sull'Alpette, "gambe impressionanti e grande testa". Il gruppo WhatsApp del Fan Club si ingrandisce giorno dopo giorno come il suo vantaggio nella generale, dai pochissimi della prima ora adesso si sfiorano i trecento iscritti, tutti canavesani, e uno è proprio lui, Bernal. Alcuni partiranno nel fine settimana verso lo Zoncolan, poi sull'Alpe di Mera, "se tutto andrà come deve" quelle maglie blu-rosa appariranno. Lui non lo sa.
La festa ieri è stata anche per lo svizzero Mauro Schmid, il terzo più giovane del Giro, che per pochi giorni (è nato il 4 dicembre) non è il primo vincitore di tappa di sempre venuto al mondo nel Duemila.