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La bicicletta ha uno stadio infinito, la strada. E la strada è di tutti.

Libri nel Giro 2021 - VIII edizione. I 10 perché della bicicletta. 2 ruote per apprendere un perché, un racconto, un libro. A cura della Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza
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“Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West. Dovevo andare” (Jack Kerouac, “Sulla strada”).

Ad affascinarlo, sedurlo, rapirlo, era la strada. La strada per la strada. La strada con i suoi orizzonti sempre nuovi, diversi, irraggiungibili. Partenza e arrivo, in mezzo la strada. La strada con le sue avventure e le sue disavventure, i suoi imprevisti e le sue opportunità, le sue salite e le sue discese, anche come umori, sapori, odori, anche con le sue sensazioni, emozioni, istinti. Per dare un senso a tutto quel pedalare, lo chiamò il suo Tour de France: tre-quattromila chilometri, la cifra esatta non si saprà mai,  dal 16 luglio al 5 settembre del 1908, un minimo di centocinquanta, un massimo di duecentocinquanta chilometri al giorno, sei giorni su sette. Era nato a Tremadog, Thomas Edward Lawrence. I primi due sono nomi, il terzo il cognome, che non era neppure il suo cognome, ma tutti, proprio tutti, lo c…

“Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West. Dovevo andare” (Jack Kerouac, “Sulla strada”).

Ad affascinarlo, sedurlo, rapirlo, era la strada. La strada per la strada. La strada con i suoi orizzonti sempre nuovi, diversi, irraggiungibili. Partenza e arrivo, in mezzo la strada. La strada con le sue avventure e le sue disavventure, i suoi imprevisti e le sue opportunità, le sue salite e le sue discese, anche come umori, sapori, odori, anche con le sue sensazioni, emozioni, istinti. Per dare un senso a tutto quel pedalare, lo chiamò il suo Tour de France: tre-quattromila chilometri, la cifra esatta non si saprà mai,  dal 16 luglio al 5 settembre del 1908, un minimo di centocinquanta, un massimo di duecentocinquanta chilometri al giorno, sei giorni su sette. Era nato a Tremadog, Thomas Edward Lawrence. I primi due sono nomi, il terzo il cognome, che non era neppure il suo cognome, ma tutti, proprio tutti, lo conoscono come Lawrence d’Arabia. Di giorno manubrio e sella, di sera carta e penna per appunti e lettere, la domenica dedicata alla visita di siti storici e artistici. Obiettivo, visitare castelli e monasteri e raccogliere materiale per la tesi su “L’influenza delle crociate sull’architettura militare dei Franchi in Europa e nel Vicino Oriente”, per i suoi studi di storia e archeologia al Jesus College di Oxford.

“Giro d’Italia del 1949, la Cuneo-Pinerolo, duecentocinquantaquattro chilometri, cinque montagne e strade sterrate. Arrivai terzo, sfinito, ma il primo degli umani. Davanti a me, divinamente, Coppi e Bartali” (Alfredo Martini).

Strade bianche: bianche, ocra, grigie, brune, castane, anche nere, testa di moro, resina, ruggine, seppia, terra bruciata, terra bagnata, terra di Siena e del Senese. Strade imbiancate dal tempo: cielo, neve, pioggia, sole, vento, soprattutto luce, soprattutto stagioni, tutto quello che intorno alle strade bianche nasce o muore, brilla o s’ingrigisce, si risveglia o si addormenta, si impigrisce o si slancia, e allora strade pastello, strade acquarello, strade a olio, strade da inquadrare e incorniciare, e se solo si potesse – ma in fondo lo sono già – da esporre ed esportare. Strade bianche sterrate: di terra, ghiaia e ghiaino, polvere, sassi sassetti sassolini e sassacci, argilla, fango, e poi di buche, binari, canali, fossi, dossi, pozze e pozzanghere, e poi di curve, saliscendi, mangiaebevi, muri, rampe, imbuti, sfoghi non solo chilometrici e altimetrici. Strade bianche silenziose: dove il silenzio è suono, armonia, motivo, dunque musica, note, scala, spartito, per spartito preso, dove il silenzio non è mai rotto, mai spezzato, mai assassinato, ma condotto, guidato, accompagnato, orchestrato, uno sconcertante concerto di voci naturali.

“La vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la strada” (Bruce Chatwin).

Carpegna. Carpegna il paese e Carpegna la montagna. La montagna sopra il paese. Nelle Marche, nella provincia di Pesaro e Urbino, nel Montefeltro, nel Parco regionale del Sasso Simone e Simoncello. Ma lì c’è così aria di Romagna, e di mare, che c’è anche chi pensa che Carpegna il paese e Carpegna la montagna siano romagnoli. Qualcuno, data la vicinanza, azzarda: marchignoli. Metà marchigiani e metà romagnoli. Una terra di mezzo. Il Carpegna comincia da Carpegna, prima di Carpegna, dalla parte – diciamo – romagnola, est, verso Pietrarubbia. Quello è il versante nobile, perché nobile si dice sempre il versante più duro, più pendente, più ostile di una montagna, di un passo, di una sfida, l’appenninico Carpegna è soprattutto la salita, dunque la casa, la vera casa, di Marco Pantani. Punto di partenza, nei suoi allenamenti. Punto di arrivo, nei suoi test. Punto di riferimento, nella sua condizione. Punto fermo, nella sua carriera. Punto e a capo, ogni volta che prendeva una decisione, che faceva una scelta, che dava una svolta. Il Carpegna come uno specchio in cui riflettersi, come un oracolo cui rivolgersi, oggi per tutti come un percorso anche della memoria.