Lorenzo, quella faccia antica nella salita verso l'inferno
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiQuando i corridori sbucano infine dalla nebbia dello Zoncolan sfiorando i blocchi di neve ghiacciata, e c’è chi dondola e chi si dimena, chi si pianta e chi tenta un ultimo scatto, mentre le luci delle ammiraglie (nome memorabile) dondolano nel primo crepuscolo della montagna, il ciclismo postmoderno e ipertecnologico esce dal suo tempo ed entra nel Tempo. Un classico non smette mai di dire le cose che ha da dire, e la vecchia bici è sempre classica e contemporanea a sé stessa, specialmente in giorni così.
Molto bello che sia un ragazzo bolognese, dunque un cittadino, Lorenzo Fortunato, alla sua prima vittoria tra i professionisti, a ingannare l’orco e catturare il ba…
Quando i corridori sbucano infine dalla nebbia dello Zoncolan sfiorando i blocchi di neve ghiacciata, e c’è chi dondola e chi si dimena, chi si pianta e chi tenta un ultimo scatto, mentre le luci delle ammiraglie (nome memorabile) dondolano nel primo crepuscolo della montagna, il ciclismo postmoderno e ipertecnologico esce dal suo tempo ed entra nel Tempo. Un classico non smette mai di dire le cose che ha da dire, e la vecchia bici è sempre classica e contemporanea a sé stessa, specialmente in giorni così.
Molto bello che sia un ragazzo bolognese, dunque un cittadino, Lorenzo Fortunato, alla sua prima vittoria tra i professionisti, a ingannare l’orco e catturare il babau. Ha proprio una faccia antica da ciclista, Lorenzo, mentre strizza gli occhi nella lunga smorfia dell’ultimo chilometro, con Jan Tratnik che l’insegue nientemeno zigzagando: è l’illusione di ammorbidire la pendenza, in realtà è solo un modo per fare ancora più strada, dunque più fatica. Quell’agonia che Marco Pantani cercava di alleviare andando in fuga, come raccontò un giorno a Gianni Mura in una delle più dense, tragiche e splendide confessioni dell’intera storia del ciclismo e del giornalismo sportivo.
Lo Zoncolan, solo chi ci è salito può capire. Dalla tivù sembra solo una durissima salita, invece è una scala senza pioli verso l’inferno, ma un inferno che sta sopra, non sotto. I suoi tornanti, e soprattutto i suoi famosi “drizzoni”, tendono all’infinito. Se il corridore guarda avanti, è perduto: perché proprio della sua finitezza si rende conto, e decide che quella strada continuerà in eterno. Fine pena mai.
Se per la classifica, questa tappa è una conferma (Bernal è ancora più forte e padrone di prima, e già era una tirannide), per lo sport che si riprende l’Italia un pezzo per volta e se stesso tutto intero è un vero trionfo: gente sulla strada, corsa nella passione, metro dopo metro non sono soltanto una tappa e un Giro che continuano ma una vita che ricomincia. Il vituperato ciclismo, molte volte morto e molte volte risorto anche nelle proprie colpe, sa ancora innamorare.
Hanno dovuto chiudere la strada perché in cima alla montagna non c’era più posto nemmeno per un motorino. E mentre i corridori proseguivano la loro danza macabra, strizzati dalla fatica come l’ultimo limone nella spremuta, gli appassionati si saranno rifatti gli occhi. Era, in fondo, una scenografia simile a quelle di Gaul sul Bondone o di Coppi sullo Stelvio, quando qualcuno incise nella neve il nome di Fausto con un manico di scopa. Il ciclismo e noi tutti siamo andati molto avanti, da quei giorni, e anche molto indietro, forse. Però la bicicletta continua a ballare la sua musica. Che è celestiale, anche quando il cielo è tutto nero.