Per conoscere l’Italia non c’è niente di meglio che seguire il Giro, e sentirne il respiro
di Marco Pastonesi , di Marco PastonesiE’ un viaggio nella bellezza, il Giro d’Italia. Mari e monti, valli e valichi, città d’arte e d’artisti, villaggi preistorici e turistici, borghi medievali e immortali.
E’ un viaggio nella bellezza, verticale, da zero a tremila metri, il punto più alto targato Cima Coppi, ma anche orizzontale, lungomare, lungolago, lungo linee traiettorie scie invisibili, o file indiane visibili solo per pochi secondi, il gruppo che passa frullando e che frullando si dissolve.
E’ un viaggio nella bellezza e, a volte, nel mistero. La strada, seppure mappata, seppure scritta e descritta, seppure fatta e rifatta, seppure sterrata o asfaltata, si rinnova continuamente: per via dei viandanti, i corridori, per tema del tempo, quello meteo e quello crono, per mezzo dei mezzi, biciclette sempre più studiate e perfezionate.
E’ un viaggio che collega e unisce, che misura e calibra, che valuta e valorizza. E quei pochi secondi, minuti, infine anch…
E’ un viaggio nella bellezza, il Giro d’Italia. Mari e monti, valli e valichi, città d’arte e d’artisti, villaggi preistorici e turistici, borghi medievali e immortali.
E’ un viaggio nella bellezza, verticale, da zero a tremila metri, il punto più alto targato Cima Coppi, ma anche orizzontale, lungomare, lungolago, lungo linee traiettorie scie invisibili, o file indiane visibili solo per pochi secondi, il gruppo che passa frullando e che frullando si dissolve.
E’ un viaggio nella bellezza e, a volte, nel mistero. La strada, seppure mappata, seppure scritta e descritta, seppure fatta e rifatta, seppure sterrata o asfaltata, si rinnova continuamente: per via dei viandanti, i corridori, per tema del tempo, quello meteo e quello crono, per mezzo dei mezzi, biciclette sempre più studiate e perfezionate.
E’ un viaggio che collega e unisce, che misura e calibra, che valuta e valorizza. E quei pochi secondi, minuti, infine anche ore che distanziano i corridori nella classifica generale sono soltanto una scusa perché ciascuno di loro guadagni il suo spazio, la sua posizione, la sua razione di ammirazione.
E’ un viaggio nella geografia e nella storia, sposando le due materie, geografia storica e storia geografica, a forza di pedali e pedalate. Penso allo Zoncolan. Millesettentocinquanta metri, neanche tanti, lo Stelvio ne ha mille in più. Il nome Zoncolan non poteva adattarsi a una spiaggia, a un porto, a un golfo. Ho chiesto se avesse un significato particolare, da quelle parti, Friuli e già aria di Austria e Slovenia, ma non mi hanno saputo rispondere. “Zonco” sa di calvario, di rampa, di ferramenta, di maniscalchi. E “lan” finisce come un trampolino nel vuoto, buono per deltaplani e ultraleggeri. Invece è il nuovo tempio verticale del ciclismo. E la leggerezza, figuriamoci quella ultra, è un desiderio, un’aspirazione, un antidoto all’agonia della salita.
Perché lo Zoncolan era una montagna, e adesso è una salita. Era un’ombra, e adesso è una radiografia. Era un incubo, e adesso è un monumento. Era un versante, quello di Sutrio, poi è diventato anche l’altro versante, quello di Ovara. E’ un simbolo, una meta, un traguardo. E’ una nuova parola, unica e universale, montanara e mondiale. Non è traducibile se non in sfumature e in termini di bellezza. E la bellezza, a volte, può essere anche crudele.