L’altro giorno, a Porta Paola, a Ferrara, la città delle biciclette. Ad aspettare il Giro d’Italia c’erano grandi e piccoli, vigili e carabinieri, transenne e cartelli, e c’erano anche loro, soprattutto loro, le biciclette.
Erano biciclette parenti, familiari, amiche, conoscenti, colleghe, spettatrici, forse compagne.
Erano biciclette da città ma anche da corsa, da gita e da spasso, da donna e da bambino, mountain bike e pieghevoli, elettriche e – muscolari non mi piace – semplici.
Erano biciclette brillanti e arrugginite, nude e scheletriche, artigliate ed equipaggiate, colorate e nere, fluorescenti e sbiadite, cigolanti e silenziose, festose e sorridenti.
Erano biciclette di prima classe, di seconda mano, di terzo grado, di quarto stato, di quinto emendamento, di sesta fila, di settimo sigillo, di ottavo comandamento.
Erano biciclette di marca e di sottomarca, di fabbrica e di artigiano, di ciclofficina e di ciclista, di strada e di cantina, di cortile e di campagna.
Erano biciclette battezzate, e dal nome si poteva risalire a un’origine, a un destino, a una comunità, a una storia: una storia non solo a due ma addirittura a cinque cerchi, come per Olympia e Olimpiad; una storia aristocratica, come per Sovrana e Regina; una storia da cappa e spada, come per Tuscè; una storia da campione, come per Bottecchia e Gianni Bugno; una storia da squadra, come per Bianchi e Atala; una storia nobile, come per Viscontea e Ariostea; una storia geografica, come per Everest; una storia personale, come per Gisella; una storia unica, come per Unica. Ma c’erano anche biciclette anonime: nere, riverniciate, sembravano tristi.
Le biciclette erano tutte ferme. Aspettavano. Si guardavano. Forse, a loro modo, chiacchieravano. Chi abituata al tragitto da casa a scuola e da scuola a casa, chi a quello da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Chi irrobustita da scorribande sui sentieri, chi collaudata da viaggi sulla strada, chi appesantita da incursioni nei mercati o sfruttata in traslochi di città. Chi avrebbe potuto scrivere un libro sulla famiglia che l’aveva adottata, dal nonno al nipote, chi un giallo sulla malavita locale, dai ladri ai ricettatori, chi un manuale sulle riparazioni cui era stata sottoposta, dai pedali alla catena.
Finché, annunciate dalle auto e scortate dalle moto, sono arrivate le biciclette del Giro d’Italia. Uno sciame. Frullavano, ronzavano. Eleganti, seducenti. Quanta grazia, ma anche quanta fretta. Volavano. E in un attimo sono volate via.