Ciclismo, la verità di Aru: "Qualcuno mi ha tradito. Saronni? Ero a terra e mi ha schiacciato"
di Mario Frongia , di Mario FrongiaCAGLIARI - "Nell'ultimo decennio sono stato lontano da casa 240 giorni l'anno. Smetto per ritrovare me stesso e la mia famiglia". Fabio Aru ha lasciato il ciclismo lo scorso 5 settembre a Santiago de Compostela. Ha detto basta. Basta a "Certe notti" di Ligabue sparata a palla in salita. Basta alle festività con riso in bianco e petto di pollo ("A Natale e Capodanno ho sempre guardato gli altri mangiare"). Basta anche a cattiverie e invidie: "I commenti sugli ingaggi mi hanno ferito: ho sempre lavorato duro, con rinunce e sacrifici. Avrei capito certe critiche se mi fossi adagiato. Ma se do tutto quel che ho nessuno deve permettersi". Game over. Anche per il caschetto con i Quattro mori sfoggiato in mezzo mondo e la maglia di Michele Scarponi, lo scalatore dell'Astana morto investito in allenamento da un furgone, indossata con le lacrime.
CAGLIARI - "Nell'ultimo decennio sono stato lontano da casa 240 giorni l'anno. Smetto per ritrovare me stesso e la mia famiglia". Fabio Aru ha lasciato il ciclismo lo scorso 5 settembre a Santiago de Compostela. Ha detto basta. Basta a "Certe notti" di Ligabue sparata a palla in salita. Basta alle festività con riso in bianco e petto di pollo ("A Natale e Capodanno ho sempre guardato gli altri mangiare"). Basta anche a cattiverie e invidie: "I commenti sugli ingaggi mi hanno ferito: ho sempre lavorato duro, con rinunce e sacrifici. Avrei capito certe critiche se mi fossi adagiato. Ma se do tutto quel che ho nessuno deve permettersi". Game over. Anche per il caschetto con i Quattro mori sfoggiato in mezzo mondo e la maglia di Michele Scarponi, lo scalatore dell'Astana morto investito in allenamento da un furgone, indossata con le lacrime.
Fabio chiude a 31 anni e due mesi, come Gigi Riva che dopo l'infortunio muscolare del '76 non rimise piede in campo. Cavalieri e testimonial di una Sardegna che sa rimboccarsi le maniche, ha carattere, non si concede a casaccio. "Diffidente? Avrei dovuto esserlo. A 26 anni ero una sorta di azienda con cento impegni oltre gare e allenamenti. Mi sono fidato di alcuni collaboratori. Mi hanno tradito e non scordo". Emozioni e pianti. La ferocia dei grandi giri, dubbi e angosce di un mondo che non fa prigionieri. "Le parole di Saronni al Tour 2020? Il direttore sportivo può dire e pensare ciò che vuole. come chiunque. Ma ha sbagliato i tempi: ero a terra e mi ha schiacciato". Cicatrici profonde. Raccontate in due ore di deja-vu nella sala "Giorgio Pisano" all'Unione Sarda. Dal debutto all'addio in Spagna: "Ho scelto la Vuelta perché ho avuto sempre tanto affetto, l'ho corsa sei volte percorrendo 18mila chilometri, contro i 13.500 del Giro d'Italia e i 12mila del Tour". Il campione e l'uomo. Concentrato, teso, rigoroso. Per ora. "Peso 62 chili, come quando gareggiavo. Mi sono già concesso il maialetto arrosto e i culorgiones che fa mia madre Antonella, aspetto di gustarmi le sue seadas con mio padre Alessandro e mio fratello Matteo". Finalmente un sorriso. Come canta De Gregori, la storia siamo noi. "Dieci anni da prof, sono stato 8 al mondo e chiudo da 168. Tanti flash, ma che fatica! Di certo, non scordo Montecampione, prima vittoria da professionista: ho capito che ero arrivato dove volevo".
Fabio, quale gara ricorrerebbe?
"Quella delle Olimpiadi di Rio. Ero in buona forma, non buonissima, sono arrivato sesto. Ma avevo i mezzi per ambire al podio".
Qual è stato l'avversario più ostinato?
"Alberto Contador. Il più forte e completo, al Giro del 2015 mi ha fatto penare. In questi giorni mi ha scritto un bel messaggio. Come Nibali, Valverde, Ciccone, Purito Rodriguez, Colbrelli. Lascio un mondo particolare, ma non ho paura del futuro".
Sa cosa la aspetta?
"Continuerò a fare sport, con gli amici di Villacidro sono stato in bici ma anziché 200 chilometri ne ho fatti 100. Poi, corro un'ora al giorno. Non ho perso la passione. Certo, ogni tanto sono arrivato a odiare la bicicletta: quando vuoi dei risultati e non li ottieni, è frustrante".
Ha un episodio chiave?
"Sì. Facevamo il Giro di Lugano, mancavano 25 chilometri al rientro a casa. Mi sono fermato, ho pensato di buttare letteralmente la bici nel lago. Per qualche giorno sono stato male".
La preoccupa il cambio di dimensione?
"Esiste e capita spesso. Ho avvertito in altri colleghi la paura di mollare e cambiare vita, si va avanti anche se ci sono momenti frustranti. Ho preferito smettere prima. E mi dispiace che alla Vuelta 2021 sia stato male la seconda settimana, mi sarei potuto piazzare tra i primi dieci".
L'amarcord va dalla Palazzago alla Qhubeka. Qual è il flash?
"Devo tanto alla Palazzago: Olivano Locatelli e Ezio Chironi da Under 23 hanno esaltato la mia grinta e lanciato nel professionismo. Da prof cito Paolo Tiralongo, abbiamo tuttora un rapporto davvero importante".
All'Astana e all'Uae cos'è successo?
"All'Astana non ci siamo venuti incontro, ma non sono stato un pazzo. Nei tre anni all'Uae sarei un ipocrita a negare che sia stata dura. Stavo male, mi chiedevo perché non andassi, ho subito l'intervento. I problemi del 2017 non me li aspettavo e mi hanno segnato. Ma sono rinato alla Qhubeka: ho trovato un ambiente ideale senza invidie. Mi sono sentito in famiglia, se avessi continuato sarei rimasto con loro".
Il ciclismo è cambiato. Come?
"Ora è più difficile fare selezione. Prima si restava in dieci nei momenti più duri, adesso sono molti gli atleti di buon livello".
Parliamo di doping?
"Certo. Mi infastidisce quando il ciclismo viene tirato in ballo. Da professionista ho trovato la reperibilità. Ora, c'è il sistema Adams e i controlli ravvicinati e 24 ore su 24. Non accostiamo quel che è stato vent'anni fa al presente. Poi, il cretino di turno ci sarà sempre".
Come immagina il suo futuro?
"Non so come sarà ma voglio che mi consenta di stare più tempo a casa. Ciò che è stato non ritorna e non lo dico con tristezza. La mia vita normale inizierà nel 2022: adesso merito due mesi di vacanza. Per una gara ho perso anche il viaggio di maturità con la classe a Madrid".
La vedremo su un'ammiraglia?
"No. Ma mi farebbe piacere rimanere in un mondo a cui ho dedicato metà della mia vita e che mi ha insegnato a non mollare mai".
Fabio, cos'ha in agenda?
"La vicinanza ai ragazzi della Fabio Aru Academy, la presenza al GiroSardegna ad Alghero e la PedalAru: mi piacerebbe rifarla. Quindi, il matrimonio: Valentina, e la nostra Ginevra, mi aspettano".