Chiappucci, 30 anni fa l'impresa al Sestriere: "Oggi il Tour potrei vincerlo, senza tutte quelle crono..."
di Marco Caiazzo , di Marco CaiazzoTrent’anni fa, al Tour de France, Claudio Chiappucci portava a termine une delle più belle imprese del ciclismo italiano. Diciotto luglio 1992, il giorno cerchiato in rosso. Quarant’anni dopo il trionfo di Fausto Coppi, un uomo solo al comando, il Diablo arrivava per primo sul traguardo del Sestriere dopo duecento chilometri di fuga. Giornata d’altri tempi, che tracciò simbolicamente la linea di confine tra il ciclismo antico e quello moderno. Una delle ultime imprese iniziò nella discesa del Col de Saisies con un gruppetto di nove uomini. Sulla salita verso il terribile Iseran, il volo solitario di Chiappucci. “Niente di programmato, però” ricorda oggi l’uomo dei sei podi ai Grandi Giri all’alba degli anni Novanta.
Quella fuga non fu studiata, dunque?
“No, è venuto tutto d’improvviso, non avevo preparato alcuna azione. Magari studiandola a tavolino avrei fatto meno fatica... Ci siamo trovati in…
Trent’anni fa, al Tour de France, Claudio Chiappucci portava a termine une delle più belle imprese del ciclismo italiano. Diciotto luglio 1992, il giorno cerchiato in rosso. Quarant’anni dopo il trionfo di Fausto Coppi, un uomo solo al comando, il Diablo arrivava per primo sul traguardo del Sestriere dopo duecento chilometri di fuga. Giornata d’altri tempi, che tracciò simbolicamente la linea di confine tra il ciclismo antico e quello moderno. Una delle ultime imprese iniziò nella discesa del Col de Saisies con un gruppetto di nove uomini. Sulla salita verso il terribile Iseran, il volo solitario di Chiappucci. “Niente di programmato, però” ricorda oggi l’uomo dei sei podi ai Grandi Giri all’alba degli anni Novanta.
Quella fuga non fu studiata, dunque?
“No, è venuto tutto d’improvviso, non avevo preparato alcuna azione. Magari studiandola a tavolino avrei fatto meno fatica... Ci siamo trovati in una piccola fuga in discesa e da lì è nato tutto. Andai da solo quando capii che nessuno avrebbe avuto interesse a tirare”.
Quella vittoria è diventata uno dei simboli del ciclismo.
“Quarant’anni prima di me era toccato a Fausto Coppi. E ora dalla mia ne sono già passati trenta. All’arrivo ero stremato, la fatica si fece sentire. Ma che gioia”.
Sei podi e nessun successo ai Grandi Giri: rimpianti?
“Nessuno, in gara davo tutto, e poi nelle corse a tappe non c’è tanto tempo per pensare. Col passare degli anni, però, ci ho riflettuto: sarebbe bastato poco per scrivere un’altra storia, ma va bene così”.
Venerdì parte il Tour de France, cose aspettarsi?
“Le montagne sono quelle classiche del Tour, praticamente sempre le stesse. Sarà interessante la sfida tra Pogacar, il grande favorito, e Roglic, che ha la squadra migliore”.
Italiani per la classifica generale?
“Non credo proprio che ne vedremo. Magari nelle tappe singole si può fare qualche impresa”.
Ganna punta alla maglia gialla sin dalla prima tappa, la crono di Copenaghen.
“Tutti lo aspettano, ma sarà più difficile di quanto si crede, al Tour ci sono tutti i migliori”.
Ciccone.
“Se davvero ambisce alla maglia a pois, vuol dire che vola basso: deve riscoprirsi e capire se è un uomo da corse a tappe o meno. La maglia a pois la vincevo perché facevo classifica, ma partivo sempre per quella gialla. Volevo sempre farmi trovare preparato per le montagne, dove arrivavo con i primi”.
E se il Diablo corresse oggi?
“Potrei vincere, non ho dubbi. Non ci sono quelle crono che mi facevano perdere minuti”.
Da cosa passa la ripresa del ciclismo italiano?
“Da chi lo dirige. Magari sarebbe utile sfruttare le risorse e l’esperienza di chi ha fatto grande questo sport in passato”.
È stato in Campania, prima a Capri e poi a Nola, per una sgambata con la maglia gialla e la presentazione di un libro, “Il Giro racconta”, di Gian Paolo Porreca (Le Varie Edizioni).
“Un bel volume, con tanti momenti belli del ciclismo e tanti aneddoti. E nel quale si parla anche di me, della tappa del Giro che arrivò a Napoli nel 1996, dove il gruppo mi riprese a pochi chilometri dall’arrivo. Quello sul lungomare era stato un colpo a sorpresa, mi è mancato poco, forse è stata colpa del pavé che mi ha rallentato. Ma ancora mi fermano per strada, per quella fuga…”.