LONIGO - La miniatura di una bici da corsa in ferro battuto appoggiata sopra la bara di abete chiaro, poco più in là tre medaglie d’oro e intorno le foto, i fiori, i compagni di allenamento, volti e nomi del passato come Bugno e Chiappucci. Così si saluta un campione del ciclismo, così una chiesa gremita ha accompagnato nell’ultima volata Davide Rebellin, 51 anni, travolto e ucciso da un camion pirata il 30 novembre scorso. Più di venti giorni sono passati dall’investimento e dall’abbandono in strada di Rebellin, morto in sella alla sua bicicletta durante una delle sessioni di allenamento che affrontava, puntualmente, anche dopo il ritiro.
Il suo destino ha incrociato quello di un camionista tedesco con precedenti penali per omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza: Wolfgang Rieke si chiama, ha 62 anni. Dopo l’incidente si è fermato pochi istanti a osservare la carrozzeria ammaccata e il corpo inerme sull’asfalto ma non ha esitato a risalire sulla cabina di guida riprendendo il suo viaggio verso casa. La rabbia di molti è generata proprio da questo, dalla fine infame che ha trovato quest’uomo mite. A Lonigo, il suo paese, hanno affisso un enorme striscione proprio davanti al Duomo: “Grazie Davide, grande uomo: esempio di umiltà e tenacia”. In chiesa si sono alternati amici e parenti al microfono, le loro parole hanno reso vivido il ricordo della persona e del campione. “Ho una rabbia dentro che fatico a parlare”, ha detto Gilberto Simoni, Gibo, vincitore di due maglie rosa. “Caro Davide, tu non eri perfetto, non avevi questa presunzione. Ma eri il migliore compagno, amico e avversario. E’ stato un orgoglio batterti, è stato un onore essere battuto da te. Che rabbia perdere figli, amici, compagni. In Italia c’è quasi un morto in bicicletta al giorno. Quanti ne servono ancora per avere una legge che tuteli le vittime della strada? Fermate questa strage. Noi chiediamo giustizia, perché la tua morte non sia stata vana”.
Bugno e Chiappucci sono uno accanto all’altro, in piedi in fondo alla chiesa. Seduto in uno dei banchi vicini alla bara c’è Daniele Bennati, commissario tecnico della nazionale. Poco distante c’è Cordiano Dagnoni, presidente della Federciclismo. Alessandro Bertolini sta appoggiato a una colonna della chiesa dedicata al Santissimo Redentore. Alessandro Ballan invece è seduto, tiene la testa tra le mani.
Poi ci sono i ricordi degli amici di una vita. “Eravamo solo in 16 nella prima elementare di Madonna di Lonigo: 12 bambine e 4 bambini”, ricorda un’ex compagna. “Tu eri timido e silenzioso. Preferivi agire. Il lunedì ci raccontavi le tue prime conquiste in bicicletta. Questa è la tua ultima volata verso il cielo e noi ti accompagniamo con i volti rigati dalle lacrime”.
Sul primo banco ci sono il fratello Carlo, la mamma Brigida, la moglie Françoise Antonini, che nelle settimane scorse aveva denunciato l'accanimento dell'Agenzia delle Entrate in riferimento a una causa aperta con il Fisco. Ma i singhiozzi di oggi raccontano un'altra storia e sono il sottofondo dell'ultima salita di questo campione così sfortunato. Dietro la curva del tempo che vola c’è un campione ucciso senza giustizia.