FOSSACESIA MARINA (CH) - La carriera in bici di Primoz Roglic ha un prima, un dopo e una salita da dimenticare. La Planche des Belles Filles, la maledizione di quel casco giallo ballonzolante e quel diavolo di Pogacar che gli fecero perdere il Tour 2020. Sembrava vinto, prima di quell'ultima crono, e invece no. "Ma la vita va avanti, si vince e si perde, è lo sport, e da quella sconfitta sono maturato e ho vinto ancora corse importanti". Un'altra vorrebbe vincerla fra tre settimane e un giorno. Al Giro d'Italia, dopo quattro anni, è tornato per questo. Finora, però, ancor prima di iniziare a pedalare, tutto gli sta andando male. Ieri il gregario e connazionale Jan Tratnik non ha proprio visto un'auto tagliargli la strada a Pescara. Ginocchio gonfio e addio, al suo posto il londinese Thomas Gloag. Negli ultimi giorni la Jumbo-Visma è cambiata quattro volte a causa del Covid.
Ma non è ancora abbastanza per scoraggiare l'ex saltatore con gli sci che a 18 anni vide la morte precipitando sulla neve ghiacciata dal trampolino di Planica. Il ciclismo gli venne in soccorso: si curò pedalando, si appassionò e scelse uno sport diversissimo dal suo primo amore. Il Giro gli ha cambiato la vita. "Ricordo la crono di Apeldoorn nel 2016, persa per centesimi da Dumoulin, e le battaglie con Nibali nel 2019. Allora sbagliammo a marcarci e ci fregò Carapaz. Con Evenepoel non farò lo stesso errore. Il Giro non è un duello, è un "grande casino", una lotta tra tanti corridori forti che cercano una sola cosa, la rosa di Roma".
Nessuno, nemmeno lui, sa cosa accadde davvero quel giorno sui Vosgi. Quella sconfitta bruciante Roglic ha provato a farsela scivolare addosso, anche se il Tour, ora che è finito dietro Vingegaard nelle gerarchie della Jumbo, probabilmente resterà un vuoto in una bacheca ricchissima: tre Vuelta, una Liegi, un oro olimpico a cronometro, una specializzazione nelle brevi corse a tappe: quelle importanti le ha vinte tutte. La fama di Robocop, poco incline ai gesti eclatanti e agli attacchi da lontano, non l'ha mai condizionato. In fondo, anche Indurain disse che "per fare un buco in un muro hanno inventato il trapano, inutile provarci con un dito". Vincere è mettere sempre la ruota davanti, di tanto o di poco non importa.
Vive a Montecarlo, è originario di Kisovec, un centro invernale nel cuore della Slovenia. Là ha una fondazione che finanzia progetti sportivi per ragazzi. Ha anche donato dei fondi per i giovani ciclisti ucraini rifugiati a L'Aquila dopo l'invasione russa. Sua moglie, Lora Klinc, viaggia spesso in camper per seguirlo e scrivere di lui. La coppia ha due figlioletti, Lev (4 anni) e Aleks, di quattro mesi, e la famiglia si riunirà spesso durante il Giro, qua e là, soprattutto nell'ultima settimana. La Tissot ha da poco lanciato un orologio chiamato come lui, Primoz. Un nome che sembra un destino.
Si parte a cronometro da Fossacesia Marina a Ortona. Gli oltre 70 km contro il tempo divisi in tre tappe sorridono sia a lui, sia a Remco Evenepoel. La crono del Lussari però somiglia così tanto a quella della Planche. "Ma io non somiglio a quello che ero allora, tutti cambiamo, a volte miglioriamo". Roglic il Giro l'ha studiato "sul libro di corsa, non ho fatto ricognizioni, sarà una scoperta giorno dopo giorno" e l'ha preparato al Teide, scalando fino alla nausea il vulcano di Tenerife per arricchire il sangue di globuli rossi, grazie ai quasi 3000 metri di altitudine, irreperibili nel resto d'Europa. A meno di non usare le stanze ipossiche dell'hotel Syncrosfera, come Evenepoel nell'ultima settimana. "Non lo conosco, non saprei dire nulla in positivo, né in negativo". Se ne riparlerà, ma intanto buona strada Rogla, in attesa del primo telemark sul podio, l'inchino dei saltatori all'atterraggio. Magari già oggi sulla Costa dei Trabocchi, Ganna e Remco permettendo.