Damiano Caruso ha l'Italia sulle spalle: "Roglic è l'uomo più forte. Giro noioso? È il più duro mai corso"
dal nostro inviato Cosimo CitoSalò – Il Giro di Damiano Caruso è stato sin qui un concentrato di intelligenza tattica e fortuna. "Sono nella posizione in cui avrei voluto essere, ho evitato cadute, malanni, Covid, e non era facile, perché due settimane sotto l’acqua così io non le avevo mai vissute in vita mia". All’inizio dell’ultima settimana il 35enne ragusano della Bahrain-Victorious è sesto, ma a un minuto da Almeida, terzo virtuale considerando la probabilissima uscita di classifica della maglia rosa Armirail. Due anni fa Caruso vinse una tappa e chiuse secondo a Milano dietro Bernal.
Lei è dove sperava di essere.
“Non potevo immaginarlo, ma lo sp…
Salò – Il Giro di Damiano Caruso è stato sin qui un concentrato di intelligenza tattica e fortuna. "Sono nella posizione in cui avrei voluto essere, ho evitato cadute, malanni, Covid, e non era facile, perché due settimane sotto l’acqua così io non le avevo mai vissute in vita mia". All’inizio dell’ultima settimana il 35enne ragusano della Bahrain-Victorious è sesto, ma a un minuto da Almeida, terzo virtuale considerando la probabilissima uscita di classifica della maglia rosa Armirail. Due anni fa Caruso vinse una tappa e chiuse secondo a Milano dietro Bernal.
Lei è dove sperava di essere.
“Non potevo immaginarlo, ma lo speravo sì. Immaginavo una top 10, a questo punto della corsa. Ora, Armirail a parte, sono nella top 5”.
Le gerarchie nella Bahrain a inizio Giro non erano definite: eravate in tre, lei, Buitrago e Haig per il ruolo di capitano. La strada ha scelto lei.
“Avevamo pensato di partire con tre semi-punte e deciso che lungo il percorso la strada avrebbe deciso. Ora ho il peso della squadra sulle spalle, ma per noi è stato già un Giro estremamente soddisfacente: abbiamo vinto una tappa con Milan, che è anche maglia ciclamino. Un’altra tappa in montagna e la top 5 ora chiuderebbero un cerchio in maniera perfetta”.
Si riparte dal Bondone: ha ricordi su quella mitica salita?
“Sinceramente non ricordo di averlo affrontato al Giro, e comunque non è mai stato arrivo di tappa negli ultimi anni. L’ho studiato sulla carta, e non c’è solo il Bondone: ci sono tante salite concentrate in 150 km”.
Quale sarà la tappa decisiva per il Giro?
“Dopo il Bondone e la tappa per velocisti di Caorle, si sale ancora in Val di Zoldo e alle Tre Cime di Lavaredo: inutile dire che saranno giornate terribili. E poi c’è la cronometro del Monte Lussari, sabato. Io amo le cronoscalate, sono sempre andato forte e non mi spaventa l’idea di dovermi guadagnare il miglior piazzamento possibile proprio lì”.
La durezza atmosferica delle prime due settimane inciderà sul risultato finale?
“Tredici giorni d’acqua di fila è un record difficilmente battibile. È stato sicuramente il Giro più duro della mia vita. Non dal punto di vista del percorso, ma delle situazioni che abbiamo affrontato. Poi, improvvisamente, nella tappa di Bergamo è scoppiato il caldo. Avevo messo la sottomaglia e avrei voluto strapparmela di dosso. Venire da giorni freddissimi, dai 2 gradi del Sempione, e arrivare a 30 in un pomeriggio solo mette a dura prova il corpo, davvero. In questo il ciclismo e il Giro sono due esperienze estreme”.
Oltretutto c’è stato anche il Covid a correre assieme a voi.
“Io venivo dal Romandia, anche lì c’era stato un focolaio di Covid. Ho pensato che sì, avrebbe potuto colpire anche me. Ma non ho paura: mi concentro sulle sensazioni, sulla respirazione. In squadra abbiamo preso una precauzione: io che sono il capitano dormo in una stanza singola. Si spera in bene, poi non sai mai quello che ti aspetta. Ma questo valeva anche prima, quando non c’era il Covid”.
È stato giusto accorciare la tappa di Crans-Montana?
“C’è stato un grande pasticcio. Abbiamo votato la sera prima sulla scorta di previsioni sbagliate, e questo è evidente a tutti. Ma mai abbiamo minacciato di non partire affatto. Nessuno però, quella mattina, né dall’organizzazione, né anche dal nostro sindacato, ci ha detto che oltre il Gran San Bernardo ci sarebbe stato un clima accettabile. Ad ogni modo, col rispetto che si deve al pubblico che non ha potuto vederci passare in Val d’Aosta, sono convinto che quella salita non avrebbe cambiato nulla. Perché era lunga, ma seguita da 30 km di discesa. La bagarre sarebbe iniziata dov’è iniziata comunque, sulla Croix de Coeur. Quella sì era una salita dura. Ma molto più dura era la discesa: abbiamo trovato l’unica strada all’italiana della Svizzera, piena di buche, pericolosissima”.
In tanti vi hanno criticati, dandovi dei viziati, dei lavativi. Soprattutto ex corridori.
“Sono polemiche stupide. Siamo felici di appartenere a un ciclismo che ci dà considerazione, che ci permette di esprimere il nostro dissenso, perché la fatica la facciamo noi, i rischi li prendiamo noi. Sugli ex corridori dico questo: quando uno smette di correre forse dimentica troppo in fretta quello che ha vissuto quando era in bici. Ci vorrebbe maggior rispetto. Quel giorno, col senno di poi, si sarebbe potuto correre. Ma è venuta comunque fuori una tappa interessante, bella e dura per tutti noi”.
Altra polemica: il Giro è noioso, i big non attaccano, c’è molto marcamento. Lei, che è tra quei big, cosa pensa?
“Il percorso non lo permetteva. Dove vai se l’ultima salita è a 30 km dall’arrivo? Siamo abituati in questi anni ai Pogacar, ai Van de Poel, va bene. Ma loro sono fenomeni. Noi, qui al Giro, siamo tutti più o meno sulla stessa barca, corridori normali che non possono permettersi il lusso di essere scriteriati. Prendiamo la tappa di Viareggio, quella col Passo delle Radici a metà: dopo c’erano 70 km di pianura. Dove potevi andare?”.
L’ultima volta che l’Italia ha vinto il Giro era il 2016 e fu un siciliano come lei, un suo grande amico, Vincenzo Nibali. E se ora toccasse a lei?
“Vincere il Giro? Non posso fare proclami, sarebbe come straparlare. Io dico: giorno dopo giorno vediamo dove siamo. Al podio ci penso, è bello starci, io lo so, il Giro 2021 mi ha dato una nuova dimensione. Ora c’è da lottare. Vediamo come si muovono Thomas e Roglic, sono i due fari della corsa. Io non posso promettere di attaccare sulla penultima salita di una tappa, fare il vuoto, stravincere: non ne ho le forze, lo so. Ma siamo tutti là. Tutti devono sfruttare le debolezze degli altri, quando si manifesteranno. Bisogna esserci. E non avere passaggi a vuoto. Spero di non averne io, cerco di pensare positivo. Un passo al giorno, tappa dopo tappa. Alla fine vedremo”.
Thomas o Roglic: chi è il più forte?
“Roglic è quello che pedala meglio in salita, quello che ha la forza per fare la differenza. Corre in modo intelligente, a Fossombrone è stato lesto ad approfittare della prima salita vera. A ha la squadra più forte. E tra l’altro non l’ha proprio spremuta finora”.
Se Evenepoel non fosse tornato a casa per Covid, l’avrebbe vinto lui il Giro?
“Questo è un dubbio che avremo per sempre. Ma la storia non si fa con i se. E noi siamo qui, nel nostro piccolo, a scriverla”.