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Rasmussen: “Di Vingegaard mi fido al 100%. E’ cresciuto passo dopo passo”

(afp)
Il danese, al Tour una brutta vicenda doping nel 2007, fa ora il commentatore e giura sul connazionale dopo il trionfo in Francia. “Merito anche della cultura stradale che c’è in Danimarca, in Italia siete indietro”. Su Ciccone: “Non era tra i 10 scalatori più forti”
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PARIGI – Prima di Vingegaard, la Danimarca e il Tour si erano incontrati in circostanze piuttosto singolari. Nel 1996 Bjarne Riis aveva interrotto il quinquennio di Indurain, ma col trucco: Monsieur 60%, come il suo ematocrito, ammise anni dopo il doping. Nel 2007, invece, quando era in testa al Tour con grande margine sui suoi avversari, Michael Rasmussen venne spedito a casa. Fatale per lui fu una vicenda che coinvolse anche Davide Cassani, che in tv dichiarò innocentemente di averlo visto allenarsi prima del Tour a Predazzo, vestito come un amatore. In conferenza stampa, invece, Rasmussen aveva dichiarato di essere stato in ritiro in Messico. Una bugia per evitare i controlli a sorpresa dell’antidoping, con ogni probabilità. Rasmussen negò, ma intanto venne spedito a casa in maglia gialla dopo una vittoria sull’Aubisque. Anni dopo anche lui, soprannominato Pollo per il fisico esile e una certa tendenza alle cadute, ammetterà. Oggi fa il collaboratore per il quotidiano di Copenaghen…

PARIGI – Prima di Vingegaard, la Danimarca e il Tour si erano incontrati in circostanze piuttosto singolari. Nel 1996 Bjarne Riis aveva interrotto il quinquennio di Indurain, ma col trucco: Monsieur 60%, come il suo ematocrito, ammise anni dopo il doping. Nel 2007, invece, quando era in testa al Tour con grande margine sui suoi avversari, Michael Rasmussen venne spedito a casa. Fatale per lui fu una vicenda che coinvolse anche Davide Cassani, che in tv dichiarò innocentemente di averlo visto allenarsi prima del Tour a Predazzo, vestito come un amatore. In conferenza stampa, invece, Rasmussen aveva dichiarato di essere stato in ritiro in Messico. Una bugia per evitare i controlli a sorpresa dell’antidoping, con ogni probabilità. Rasmussen negò, ma intanto venne spedito a casa in maglia gialla dopo una vittoria sull’Aubisque. Anni dopo anche lui, soprannominato Pollo per il fisico esile e una certa tendenza alle cadute, ammetterà. Oggi fa il collaboratore per il quotidiano di Copenaghen Ekstra Bladet. Al Tour è una presenza fissa. E di Vingegaard, come tutti i danesi, si fida: «Al 100%».

Perché questa sicurezza?
«Perché Jonas è uno cresciuto gradualmente, passato da tanti infortuni ed è migliorato in tutto: nella posizione in bici per esempio. A cronometro, soprattutto in quelle con salite, è il migliore. E non ha strabiliato a Combloux. Semmai è Pogacar che è andato piano: guidava la bici come un camion, anche perché non aveva fatto tante ricognizioni quante Vingegaard».

In Danimarca è molto amato?
«Ai danesi piacciono i campioni, i vincenti. Mercoledì Jonas riceverà il giusto tributo in piazza a Copenaghen, come un anno fa. È giusto festeggiarlo, celebrarlo come un eroe. Perché ha vinto la corsa più bella del mondo».

Quest’anno ancora più bella, fino alla crono.
«Dobbiamo ringraziare Pogacar di esserci stato, di averlo messo alle corde, di aver fatto l’impossibile con l’infortunio che ha avuto per prepararsi al massimo. Non era il miglior Tadej, si è visto. Jonas è stato bravo a non perdere la pazienza nei momenti decisivi, quando Pogacar sembrava averne di più. È stata una vittoria molto mentale. Ed è stata la vittoria di un progetto, quello della Jumbo-Visma, che spende tanto in ricerca sui materiali. Vingegaard, ad esempio, aveva delle scarpe di 100 grammi più leggere di quelle di Pogacar. E ha fatto la ricognizione della crono 6 volte. Non è poco».

La Jumbo-Visma è la prosecuzione della sua Rabobank, anche se la struttura è completamente cambiata.
«Qualcuno è rimasto, come i ds Niermann e Maassen, che correvano con me al tempo, e diversi massaggiatori. Sto bene con loro quando ci vediamo, abbiamo mantenuto un ottimo rapporto».

Per lei cos’è tornare al Tour?
«Lo faccio da nove anni, ma per i primi 8 dopo il 2007 non ce l’ho fatta proprio a mettere piede in Francia. La ferita non si è mai rimarginata. Più che altro per il modo traumatico con il quale fui costretto a lasciare un Tour quasi vinto. Ma è acqua passata. Ho vissuto a Lazise, ora sono di base a Vyborg, dove insegno in un liceo sportivo: calcio, pallamano, ciclismo, alpinismo. Il movimento è alla base dell’educazione danese».

Il ciclismo danese è esploso: al Tour tre vittorie di tappa con tre corridori e la doppietta di Vingegaard. C’è un segreto?
«La cultura della bicicletta: tanti padri regalano una bici da corsa ai figli già quando sono molto piccoli. Le strade sono fantastiche, nessuno ha paura di mandare un bambino in giro. Le squadre amatoriali e giovanili fanno tanta promozione e attirano ragazzi. Non abbiamo le salite, ma abbiamo lunghe ciclabili lungo il mare, e pedalare nel vento del nord non è più facile che salire sui Pirenei o sulle Alpi. C’è un benessere diffuso e si spende volentieri per la bici. Copenaghen è la città più ciclistica del mondo: ci sono corsie di marcia dedicate ai ciclisti, e il traffico si regola in base a quelle, e non viceversa».

Dobbiamo imparare tanto, noi italiani.
«Siete indietro sull’aspetto della sicurezza sulla strada, e questo è un grande problema».

Però ci portiamo a casa la maglia a pois con Ciccone.
«Non possiamo dire che sia stato davvero il miglior scalatore del Tour, forse non era nemmeno tra i migliori dieci. Sarebbe stato meglio ovviamente se avesse vinto anche una tappa o almeno fosse passato in testa su una delle grandi salite. Ma è stato bravo, non è facile andare in fuga al Tour, avere un obiettivo e centrarlo. L’Italia che festeggia qualcosa è sempre una bella notizia per il ciclismo. Ora però datevi da fare a trovare un campione come Vingegaard o Pogacar».
 

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