✕

L’Italia nascosta del ciclismo ci prova: ma per sbaragliare il Mondiale serve l’impresa

Andrea Pasqualon e Matteo Trentin in allenamento

 (ansa)
A Glasgow la prova su strada, l’ultimo successo azzurro è datato 2008. Poche le speranze, fotografia di un movimento che non produce più grandi corridori
2 minuti di lettura

C’è una casa dove non entriamo più, c’è una famiglia che non ci vuole più. Il ciclismo italiano non vince un mondiale professionisti su strada da quindici anni, e ora servirebbe una specie di miracolosa congiunzione astrale per interrompere la serie nera. L’ultimo a riuscirci fu Alessandro Ballan nel 2008 a Varese, dopo che nei due anni precedenti era stato Paolo Bettini, già campione olimpico ad Atene nel 2004, a trasformare l’arcobaleno in un abito. Un tempo eravamo i padroni della strada, adesso su quella strada vaghiamo raminghi.

Trentin e Bettiol sperano

Molto affetto per i ragazzi azzurri che oggi da Edimburgo a Glasgow tentano l’impossibile, soprattutto Matteo Trentin e Alberto Bettiol che per età e mestiere sono forse gli unici a poterci lontanamente sperare. Ma dov’è finito il nostro ciclismo? Certo, c’è Filippo Ganna, il meraviglioso motore che frantuma i cronometri, e ci sono i suoi compagni volanti in pista, ma quella è un’altra storia: bellissima, importantissima ma …

C’è una casa dove non entriamo più, c’è una famiglia che non ci vuole più. Il ciclismo italiano non vince un mondiale professionisti su strada da quindici anni, e ora servirebbe una specie di miracolosa congiunzione astrale per interrompere la serie nera. L’ultimo a riuscirci fu Alessandro Ballan nel 2008 a Varese, dopo che nei due anni precedenti era stato Paolo Bettini, già campione olimpico ad Atene nel 2004, a trasformare l’arcobaleno in un abito. Un tempo eravamo i padroni della strada, adesso su quella strada vaghiamo raminghi.

Trentin e Bettiol sperano

Molto affetto per i ragazzi azzurri che oggi da Edimburgo a Glasgow tentano l’impossibile, soprattutto Matteo Trentin e Alberto Bettiol che per età e mestiere sono forse gli unici a poterci lontanamente sperare. Ma dov’è finito il nostro ciclismo? Certo, c’è Filippo Ganna, il meraviglioso motore che frantuma i cronometri, e ci sono i suoi compagni volanti in pista, ma quella è un’altra storia: bellissima, importantissima ma altra. Invece su strada, nelle classiche, siamo scomparsi.

Bettiol e il ct azzurro Bennati

 (ansa)

Giro e Tour senza acuti

Al Giro d’Italia abbiamo guardato gli avversari. Al Tour de France eravamo in sette e non abbiamo preso neppure una tappa. L’ultimo fenomeno da classifica è stato Vincenzo Nibali, e neanche con tutta la fantasia del mondo si riesce a scorgere un pallidissimo erede.

Il pericolo in strada

La geografia della bici è tornata a casa, in Belgio e in Olanda, oppure è emigrata in Slovenia e in Danimarca, con qualche più rara escursione in Francia e Spagna. Tra le grandi terre della storia, l’Italia è l’unica davvero disabitata. Le nostre vie sono pericolose, i ragazzini fanno altro. Del resto, quale madre e quale padre manderebbero un figlio ad affrontare auto e camion che possono gettarli in terra, ferirli, a volte ucciderli (povero Rebellin, soltanto uno dei molti, e quanti invece non li conosce nessuno?). Una strage quotidiana. E abbiamo una profonda crisi di vocazioni.

Noi italiani siamo stati il ciclismo e non lo siamo più. Fu azzurra la prima maglia iridata della storia, quella di Alfredo Binda nel 1927 (ci riuscirà altre due volte), il grandioso campione varesino che a un certo punto gli organizzatori pagavano per non correre, perché non togliesse ogni interesse alle gare. E poi Learco Guerra, altra creatura mitologica. E Fausto Coppi, a Lugano nel 1953, con la prima apparizione ufficiale della Dama Bianca. I nomi del nostro arcobaleno sono una catena d’oro, stretta attorno al cuore: Baldini, Adorni, Basso, Gimondi, Moser, Saronni, Argentin, Fondriest, Bugno due volte, Cipollini, Bettin due volte, Ballan e poi più niente.

Remco Evenepoel, campione del mondo in carica

 

I favoriti del Mondiale

Il mondiale a volte è una corsa stramba, a volte invece premia il più forte. Il circuito scozzese è nervoso, ha uno strappo a un chilometro dal traguardo che può diventare il trampolino, la molla o la tagliola. I nomi da aspettare sono sempre i soliti, Evenepoel (il detentore) e Van Aert, Van der Poel e Pogacar, Philipsen e Alaphilippe, più qualche cane sciolto e affamato che però si fatica a immaginare in maglia azzurra. Non abbiamo più cavalieri duellanti, non diciamo Moser e Saronni, neppure Aru e Nibali. Guardiamo, con nostalgia, corse sempre uguali, muscolari e rapidissime, dove la soluzione del mistero è nelle ultime righe (10 o 20 chilometri quando va bene) e non ci riguarda quasi mai. Per questo, bisogna provare a infilare al contrario una grande corsa per farla impazzire. La logica dice che è impossibile, il sentimento lo chiede adesso.

Leggi i commenti