Il ritorno di Polti nel grande ciclismo e i ricordi di Ivan Gotti: “Con quella maglia la mia vittoria al Giro il giorno dopo Madonna di Campiglio. Pantani era di un altro pianeta”
di Cosimo CitoIvan Gotti, oggi 54 anni, all'epoca del suo successo al Giro '99 in maglia Polti
Quasi un quarto di secolo dopo le ultime pedalate in gruppo, Polti torna nel ciclismo. L’azienda lombarda sarà sponsor assieme a Kometa del team di Alberto Contador e Ivan Basso. Ed è subito nostalgia: le maglie giallo-rosso-verdi Polti viaggiavano forte nel ciclismo di fine Ventesimo secolo. Dal 1994 al 2000, l’anno della scomparsa del team, e con corridori come Bugno, Rebellin, Gianetti, Celestino, Virenque, Leblanc, Guerini, Guidi arrivarono successi in serie: un Fiandre, una Liegi, un Lombardia, e poi tappe a Giro, Tour e Vuelta. Polti era la scritta nel mezzo della maglia rosa di Gotti sul podio finale del Giro 1999. Quel Giro, all’indomani di un giorno che nessuno ha mai dimenticato. Nemmeno lui, Ivan Gotti.
“Il giorno dopo Madonna di Campiglio, sì. Il Giro dominato, strameritato e poi perso per ematocrito alto da Marco Pantani. Dal mio amico Marco”.
Quasi un quarto di secolo dopo le ultime pedalate in gruppo, Polti torna nel ciclismo. L’azienda lombarda sarà sponsor assieme a Kometa del team di Alberto Contador e Ivan Basso. Ed è subito nostalgia: le maglie giallo-rosso-verdi Polti viaggiavano forte nel ciclismo di fine Ventesimo secolo. Dal 1994 al 2000, l’anno della scomparsa del team, e con corridori come Bugno, Rebellin, Gianetti, Celestino, Virenque, Leblanc, Guerini, Guidi arrivarono successi in serie: un Fiandre, una Liegi, un Lombardia, e poi tappe a Giro, Tour e Vuelta. Polti era la scritta nel mezzo della maglia rosa di Gotti sul podio finale del Giro 1999. Quel Giro, all’indomani di un giorno che nessuno ha mai dimenticato. Nemmeno lui, Ivan Gotti.
“Il giorno dopo Madonna di Campiglio, sì. Il Giro dominato, strameritato e poi perso per ematocrito alto da Marco Pantani. Dal mio amico Marco”.
Ha sempre detto: quel Giro, il secondo vinto nella mia carriera, non l’ho mai sentito mio.
“È così, perché Marco sulla strada aveva dimostrato di essere il più forte. Avevamo battagliato un po’ sul Gran Sasso, sul Fauniera. A Oropa, con quella rimonta, ci fece capire di essere di un altro pianeta. Poi, sì, arrivò quella mattina”.
Cosa ricorda di quelle ore?
“Il grande rumore, la grande folla, la corsa che rischiò anche di non partire. Tutto fu incredibilmente drammatico. Si scalava il Mortirolo e i tifosi di Pantani erano tantissimi”.
Savoldelli, che prima dell’esclusione di Pantani era secondo in classifica dietro al Pirata, decise di non indossare la maglia rosa. Fosse toccato a lei, si sarebbe comportato nello stesso modo?
“Non ebbi per fortuna l’imbarazzo di dover fare quella scelta terribile. La maglia rosa è il simbolo più importante di una delle corse più amate. Paolo si comportò come Gimondi trent’anni prima, quando fermarono Merckx. Una scelta giusta, alla fine”.
Alla fine vinse lei, senza vincere tappe.
“Non fu facile staccare Paolo. Fu un derby bergamasco quel giorno, ero più scalatore e avevo una grande squadra. La nostra Polti era costruita intorno a me, ma c’era gente esperta come Virenque, Celestino, i poveri Rebellin e Zanette, uno scalatore forte come Pelliccioli. Che grande squadra”.
Che patron era ai suoi tempi Franco Polti?
“Competente, appassionato, un vincente. Bello che Polti sia tornata nel ciclismo. Ed è sempre bello vedere uno sponsor italiano che decide di rimettere soldi nel ciclismo. È qualcosa di raro ormai. Ai nostri tempi insegnavamo ciclismo a tutti e vincevamo tutto noi. Ora tutto si è diffuso, internazionalizzato, sono cresciuti piccoli paesi, non tradizionali ma capaci di attirare talenti e di farli crescere su strade sicure”.
Non vinciamo il Giro dal 2016. Lei, nel ’97, interruppe un digiuno che durava dal ’92 e quel vuoto era sembrato immenso.
“L’ultimo è stato Nibali. Ma una cosa mi ha colpito: quando Vingegaard ha vinto i suoi Tour de France, Copenaghen l’ha accolto come un eroe, c’era una marea di gente in piazza. Quando Vincenzo ha vinto il Tour, non abbiamo avuto nulla di simile. È una differenza sostanziale”.
Suo figlio Michele, 13 anni, ama il ciclismo?
“No, gioca a basket. Anch’io mi sono allontanato dal ciclismo, da tanti anni lavoro come agente di zona per la Ferrero. Giro la bergamasca e sono felice di quello che faccio”.
Anche in bici?
“No, non più. Qualche pedalata su bici elettrica, più che altro seguo le corse in tv. Mi diverto con Pogacar, con Van der Poel, con questo ciclismo così garibaldino, con queste corse che esplodono così lontano dall’arrivo”.
Quando avremo anche noi un Pogacar?
“Chi lo sa. Ma è un personaggio che trascinerebbe tutto l’ambiente, ed è proprio quello che serve al ciclismo italiano. Magari il Pogacar italiano lo scoprirà la Polti-Kometa, sarebbe bello e incredibilmente importante”.