Loro avevano la Dama Bionda, l’Italia la Dama Bianca. Janine Anquetil, vedova del celebre campione di ciclismo francese, due successi al Giro d’Italia nel ’60 e ’64 e cinque al Tour de France, se n’è andata a 96 anni. È stata importante come Giulia Occhini, la moglie di Fausto Coppi. Per Anquetil fu tutto: amante, moglie, madre, confidente, infermiera, autista, meccanica, manager. Era lei che dopo la corsa ritirava l’assegno, era lei che con un megafono gli scandiva i tempi di passaggio nel tentativo di record dell’ora nel ’67.
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La sua morte e soprattutto vita meritava più spazio, ma si sa che ormai se anche venisse a mancare Giovanna d’Arco finirebbe in un trafiletto: «Diciannovenne bruciata viva». Anquetil a 18 anni, era il 1952, s’innamorò di lei che ne aveva 24, sei di più, ma soprattutto era la moglie del suo medico. Jacques, grande fuoriclasse, stava diventando il Nureyev dei pedali per la grazia e la compostezza del gesto tecnico, la schiena parallela al tubo orizzontale. Da bambino era stato curvo anche lui per raccogliere fragole, l’attività di famiglia, cinquanta scatole al giorno da riempire. Si diceva che Monsieur Chrono avrebbe potuto affrontare una prova contro il tempo, la sua vera specialità, con una coppa piena di champagne posta sulla schiena senza farne versare una sola goccia. Non l’avrebbe sprecata, era la sua bevanda preferita, che accompagnava alle ostriche.
La relazione venne tenuta segreta fino al ’57 perché Janine aveva anche due figli, Alain e Annie, e quelli erano tempi in cui una storia adultera era un’impresa spericolata che faceva finire in carcere. Come appunto la Dama Bianca di Coppi.
Nel ’58 Anquetil sposò Janine, che lui chiamava Nanou, e andò a vivere con i suoi figli nella Villa degli Elfi, in Normandia, alla periferia di Rouen, in un castello fiabesco appartenuto al grande romanziere Guy de Maupassant, che avrebbe trovato altra ispirazione nella vita della coppia. Jacques, biondo con gli occhi azzurri, la rapì, in tutti sensi: «Ero in vacanza in Costa Azzurra, mi fece scendere di notte in slip e vestaglia da casa e mi portò via con lui. Una follia che non rimpiango». Lei non gli fu solo ancella ma anche compagna di corse. «Ero malvista nel ciclismo, credevano lo facessi perdere, però si abituarono alla mia presenza, capirono che per lui ero indispensabile. Nel momento in cui entrò da vincitore sulla pista del Vigorelli mi fece recapitare in tribuna una spilla di diamanti. Era galante, delicato, riservato».
Troppo perfetto, spocchioso e carismatico per essere amato. Ma ammirato e rispettato sì. Per capirci: si presenta al primo ritiro stagionale con quasi un giorno di ritardo dopo aver guidato per una notte intera, arriva mentre gli altri si vestono per l’allenamento, ordina frutti di mare e champagne, salta in bici all’ultimo momento e stacca tutti dopo pochi chilometri. Al debutto nel Tour de France del 1957 pretende che dalla squadra francese venga escluso un uomo simbolo come Louison Bobet, che dal ’53 al ’55 ha vinto tre volte la grande corsa a tappe, i tecnici lo accontentano e Jacques per tutta risposta domina quel Tour con un quarto d’ora di vantaggio sul belga Marcel Janssens.
Anquetil non era interessato al perbenismo e nemmeno alle convenzioni, rifuggiva da qualsiasi tradizione. Era il ciclista moderno, l’evoluzione di Coppi, fuori da ogni retorica: «Non amerò mai la bicicletta». Correva da re normanno sempre al centro della carreggiata, diceva che zigzagare da un lato all’altro della strada non faceva bene alle fasce muscolari. Trasgressivo e irriverente, aveva sete e fame di tutto, ma non di riso in bianco. Meglio le aragoste con la maionese e lo spezzatino di vitello con ostriche. Leggendario il barbecue (agnello grigliato) nella giornata di riposo al Tour ’64, l’indigestione di lumache a Monte Carlo alla vigilia del Giro ’66. Gianni Mura confermava: «Undici di mattina, prima di un’intervista, Anquetil mette in tavola l’aperitivo, una bottiglia di whisky e una di vecchio Calvados. Servez vous. Era fatto così».
Quando Jacques si ritira nel ’69 vuole un figlio che la moglie dopo due cesarei e un’operazione irreversibile non può dargli, così Janine dopo una riunione segreta decide che la figlia Annie, che ha 21 anni e che è innamorata del suo secondo marito, prenderà il suo posto. Tecnicamente non è un incesto, lei è la figliastra di Anquetil. E il triangolo sì, lui l’aveva considerato, la geometria non è un reato. Forse neanche la famiglia allargata. Così nel ’72 dopo due anni in cui le notti di Jacques iniziano in un letto e finiscono in un altro, sempre casalingo, nasce Sophie, che nel 2004 svela al mondo i termini di una relazione molto particolare. Il libro si chiama Pour l’amour de Jacques e non c’è una parola di astio o di risentimento verso Anquetil, ma solo ringraziamenti. «Sono stata figlia di due mamme che hanno vissuto per quindici anni sotto lo stesso tetto. Non ho niente, davvero niente da rimproverare loro, non gliene voglio, mi hanno dato la forza di essere quella che sono nella mia vita. Io li amo tutti, da sempre». Se scoppia la coppia, figuriamoci il ménage à trois.
La situazione, racconta Sophie, a un certo punto diventa insostenibile: Annie, sua mamma, reclama il suo spazio e a quel punto Janine, moglie di Jacques, chiama a raccolta nella casa già affollata anche l’altro figlio del primo marito, Alain, con la moglie Dominique e il loro bimbo Steve. Ora attenzione a non perdervi nelle parentele e nei vari intrecci sentimentali: Anquetil invece di calmarsi seduce anche Dominique, la nuora, provocando la fuga inorridita di Janine, della figlia Annie e del figlio Alain, che divorzia dalla moglie. Janine e Annie non vanno più a trovare il marito e padre che ha scelto la moglie del figlio di sua moglie o se preferite la moglie del fratello della compagna dalla quale ha avuto la prima figlia. Reggetevi forte, la nuova coppia ha anche un bimbo, Christopher, nel 1986, un anno prima della scomparsa di Anquetil a 53 anni per un tumore allo stomaco.
Per tutta la vita la sua sfida era stata contro il tempo. Non è mancato chi l’ha deriso: «L’uomo dei record, sui pedali come tra le lenzuola, tra mogli, figlie e amanti». E chi l’ha chiamato il Sultano. Ma ai suoi funerali c’erano tutte le sue ragazze, con in testa Janine. La Dama Bionda da tempo si era trasferita in Corsica e ricordava che una volta alla Vuelta gli aveva portato i tubolari da Rouen a Madrid guidando per tutta la notte, peccato Jacques non gli avesse detto in quale albergo soggiornasse. Era contenta di aver infranto un tabù dello sport: quello che le donne in gara portano male. Aveva corso anche lei con lui. E questo non poteva rimpiangerlo.