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Giro d’Italia, la caccia a Pogacar parte da Torino dopo l’omaggio a Superga

Il via in salita per la corsa rosa con l’ascesa al colle nel 75° anniversario della tragedia che portò via per sempre il Grande Toro. Un’occasione per il campione sloveno, grande favorito e alla prima partecipazione: punta alla doppietta con il Tour come Pantani
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TORINO — Se il Giro d’Italia è il grande romanzo popolare del nostro sport, stavolta il senso è già tutto nelle prime frasi, nella prima riga. È la potenza romantica di un giorno che mette insieme il mito del Grande Torino, scomparso a Superga 75 anni fa, il 4 maggio 1949, e i ciclisti che su quel tragico colle passeranno oggi come un colpo di vento e una preghiera. Ci saranno sole e fantasmi, braccia tese verso i corridori e memorie intrecciate dentro un sacco di “ieri” e di “sempre”: Valentino Mazzola accanto a Coppi, che a Torino perse tragicamente il fratello Serse, caduto con la testa contro il selciato davanti al Motovelodromo che porta il nome di Fausto. Lì vicino c’è anche il monumento al Campionissimo, vittorioso e solo. La solitudine della grandezza buia, ma anche la pienezza della passione che attende i ciclisti, tutti felici meno qualche tifoso granata che non potrà salire a Superga come al solito, se non in navetta, lì c’è già la corsa organizzata dal presidente del Toro,…

TORINO — Se il Giro d’Italia è il grande romanzo popolare del nostro sport, stavolta il senso è già tutto nelle prime frasi, nella prima riga. È la potenza romantica di un giorno che mette insieme il mito del Grande Torino, scomparso a Superga 75 anni fa, il 4 maggio 1949, e i ciclisti che su quel tragico colle passeranno oggi come un colpo di vento e una preghiera. Ci saranno sole e fantasmi, braccia tese verso i corridori e memorie intrecciate dentro un sacco di “ieri” e di “sempre”: Valentino Mazzola accanto a Coppi, che a Torino perse tragicamente il fratello Serse, caduto con la testa contro il selciato davanti al Motovelodromo che porta il nome di Fausto. Lì vicino c’è anche il monumento al Campionissimo, vittorioso e solo. La solitudine della grandezza buia, ma anche la pienezza della passione che attende i ciclisti, tutti felici meno qualche tifoso granata che non potrà salire a Superga come al solito, se non in navetta, lì c’è già la corsa organizzata dal presidente del Toro, è un destino attorcigliato.

Giro d’Italia, la prima tappa

Forse è la partenza del Giro più dura di sempre, con una prima tappa come una classica con rampe adatte a gambe speciali, e una seconda che porta il gruppo a Oropa, là dove Pantani volò superando tutti in rimonta dopo che gli era saltata la catena. Una delle imprese più memorabili di un altro campione glorioso e drammatico, ancora solitudine, non se ne esce. Tanta asprezza d’asfalto è una specie di richiamo per Tadej Pogacar, del quale non ci chiederemo se vincerà il Giro ma quando e come. «Attaccherò, non so dove, forse alla sesta tappa» che è quella con lo sterrato in Val d’Orcia, una cosa antica seppur breve. Il fenomenale sloveno potrebbe cogliere la sua rosa oggi e portarla con sé fino a Roma, dal primo all’ultimo giorno. Gliela dovrebbe contrastare almeno un poco il britannico Geraint Thomas, che un anno fa perse il Giro all’epilogo.

Pogacar e il sogno Giro-Tour

Per Pogacar è un debutto, poi correrà anche il Tour che si è già preso due volte, l’ultima nel 2021, non proprio un attimo fa: l’accoppiata sarebbe, anche questa, nel segno di Marco Pantani che la realizzò, ultimo nella storia, nel 1998: in un giorno così, che tiene insieme tempi e nomi di epoche lontane, è una suggestione in più. Accade a Torino, che quest’anno ospita non solo una partenza (con arrivo) del Giro, ma anche l’arrivo della terza tappa del Tour de France, e sta pensando alla Vuelta. Un record.

Ganna favorito a cronometro

In questa vertigine piemontese di biciclette, palloni e ricordi non manca naturalmente un eroe locale (è verbano, ma sempre di Piemonte si tratta) e cioè Filippo Ganna, favoritissimo nelle due cronometro di Perugia (10 maggio) e Desenzano (18), ma conoscendolo vorrà provare subito a vestirsi di rosa: più che l’insidia di Superga, lontana dal traguardo 62 chilometri, per l’uomo missile c’è quella del Colle delle Maddalene a meno 22 e del “muro” di San Vito, questo ad appena 3 mila metri dal rosso striscione: forse troppo anche per i suoi muscoli spaziali.

La partenza della prima tappa

Il meteo dice sole pallido (le discese sono strette, meglio se non piove), la gente si annuncia un mare enorme e gonfio d’attesa, cominciando dal “villaggio” in piazza Vittorio dove un tempo lontano giravano le giostre, e quest’oggi di nuovo. Sarà una grande giornata di sport e una specie di lezione di storia, quella scritta da capitan Valentino e Fausto, ma anche dagli altri giganti del pedale che solcarono queste loro terre, Girardengo e Valetti, Balmamion e Defilippis “il cìt”, Zilioli e Saronni, solo per nominare i patriarchi. Loro, insieme forse al più romantico di tutti, l’astigiano Giovanni Gerbi che chiamavano Diavolo Rosso perché un giorno sfrecciò nel cuore di una processione, lasciando attonito (in piemontese, “sbacalìto”) il parroco, che disse «chi a l’è chiel- lì? Ël diau?» C’è ancora la voce di Paolo Conte a cantarlo tra le fisarmoniche, non la sentite?, “Diavolo Rosso dimentica la strada/vieni qui con noi a bere un’aranciata/contro luce tutto il tempo se ne va”.

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