Era il 5 maggio del 1989, eravamo più giovani, qualcuno non era neppure nato, il Muro di Berlino era sempre là e Donald Trump decise di darsi al ciclismo. Non lui in persona: “Vi prometto che non parteciperò mai ad una corsa di biciclette” dirà molti anni più tardi, nel 2015, quando da candidato alla Casa Bianca apprese di un incidente ciclistico occorso a John Kerry. Non vi ha mai partecipato, ma una corsa in bici Trump l’ha ideata, inventata e messa su strada.
Il ciclismo americano negli anni Ottanta
Folgorato anche lui dalla bellezza del Tour de France e dai soldi che vi giravano attorno, Trump decise di creare negli Stati Uniti qualcosa di simile. Erano gli anni giusti per il ciclismo americano: Greg LeMond aveva vinto il Mondiale 1983 e nel 1986 il primo dei suoi tre Tour. Andy Hampsten aveva trionfato nel famoso Giro d’Italia 1988, quello della bufera sul Gavia. Una generazione interessante (Bishop, Craven, Davis Phinney, Bostick, Kiefel) stava nascendo a cavallo tra t…
Era il 5 maggio del 1989, eravamo più giovani, qualcuno non era neppure nato, il Muro di Berlino era sempre là e Donald Trump decise di darsi al ciclismo. Non lui in persona: “Vi prometto che non parteciperò mai ad una corsa di biciclette” dirà molti anni più tardi, nel 2015, quando da candidato alla Casa Bianca apprese di un incidente ciclistico occorso a John Kerry. Non vi ha mai partecipato, ma una corsa in bici Trump l’ha ideata, inventata e messa su strada.
Il ciclismo americano negli anni Ottanta
Folgorato anche lui dalla bellezza del Tour de France e dai soldi che vi giravano attorno, Trump decise di creare negli Stati Uniti qualcosa di simile. Erano gli anni giusti per il ciclismo americano: Greg LeMond aveva vinto il Mondiale 1983 e nel 1986 il primo dei suoi tre Tour. Andy Hampsten aveva trionfato nel famoso Giro d’Italia 1988, quello della bufera sul Gavia. Una generazione interessante (Bishop, Craven, Davis Phinney, Bostick, Kiefel) stava nascendo a cavallo tra triathlon e ciclismo: da quella, pochi anni più tardi, sarebbe spuntato anche Lance Armstrong. Gli Stati Uniti però non avevano una corsa ciclistica degna di questo nome, a parte la Coors Classic, esistita tra il 1975 e il 1988 e vinta anche da Bernard Hinault e al femminile da Maria Canins. Il ciclismo americano, insomma, esisteva, ma nessuno sapeva come farci dei soldi. La risposta Trump ovviamente ce l’aveva.
Il Tour de Trump
L’idea originaria venne in mente a John Tesh, un giornalista della Cbs inviato al Tour de France 1987. Tesh si rivolse a Billy Packer, commentatore tv del basket e imprenditore. “L’idea mi intrigò fin da subito. Pensai: dannazione, il New Jersey ha diverse montagne, io ho molti interessi ad Atlantic City e i casinò potrebbero essere interessati a sponsorizzare l’evento”. Ecco che nella storia entra Trump. The Donald si propose come sponsor principale della corsa, e Packer scelse il nome “Tour de Trump” e non “Tour de Jersey”. “Sei pazzo?”, ribatté Trump, “Hai un’idea del trattamento che mi riserveranno i media se optassi per un nome del genere?”. L’incertezza non durò più di mezz’ora.
La prima edizione
Torniamo allora al 5 maggio 1989: Albany, stato di New York. Un pugno di squadre di altissimo livello (tra loro anche Pdm, Panasonic, Manzana Postobon, 7Eleven) e un altro pugno di grandi sponsor (Nike, Domino’s Pizza, Gatorade). Un prologo, vinto dall’americano Thomas Craven, e 9 tappe in linea: un mezzo Tour de France sulla Costa Est, da Albany ad Atlatic City, dove Trump aveva il cuore dei suoi affari, tra casino e alberghi di lusso. Vincerà la corsa il norvegese Dag Otto Lauritzen. Terzo il grande Eric Vanderaerden, Hampsten chiuderà 10°. A bordo strada però abbondavano i cartelli contro l’uomo che dà il nome alla corsa: “Muori, feccia d’uno yuppie”, “Trump = anticristo”, “Combatti il trumpismo”.
La seconda edizione
L’anno dopo, nel 1990, il Tour de Trump torna sulle strade americane. Alla conferenza stampa che Packer organizza a Wilmington, Nord Carolina, Trump ci arriva in elicottero e all’ultimo istante: fino a poche ore prima era a Tokyo ad assistere all’incontro tra Mike Tyson e Buster Douglas. La corsa si allarga ancora: un prologo e 13 tappe che toccano Baltimora, Richmond, Winchester, addirittura New York, Albany e infine Boston, dove il messicano Raul Alcalà può festeggiare il successo finale sul norvegese Kvalsoll e il forte scalatore olandese Erik Breukink, il vincitore della tappa del Gavia al Giro 1988. Terzo di tappa a Bethlehem è l’italo-inglese Max Sciandri. “Correvo nella Carrera e ci dicemmo ‘andiamo là e vinciamo facile’, invece ci trovammo grandi squadre europee, grandi corridori e una corsa molto dura. Più di tutto ricordo l’atmosfera da sagra di paese o da gran fondo: alla fine della tappa si mangiava tutti insieme in grandi tendoni. Però i trasferimenti li facevamo sugli aerei di Trump e gli hotel erano quasi sempre i suoi. Arrivai terzo in una tappa, ma dovetti ritirarmi per una caduta su un enorme ponte di ferro: là finimmo tutti a terra, comprese le moto, era impossibile passarci. Per dire: era una corsa grande ma ancora ingenua. Però bella. L’arrivo a New York fu spettacolare. Una corsa così, negli Usa, oggi manca. Trump, ricordo anche lui, l’abbiamo visto solo a qualche premiazione”.
La chiusura
Nei mesi successivi diventa ufficiale quel che già si sapeva: Donald Trump non rinnova il suo impegno, preferendo dedicarsi ad altro, ma la corsa continuerà ad esistere grazie all’ingresso della DuPont, un’azienda chimica che esiste ancora oggi. La corsa si chiamerà Tour DuPont e verrà definitivamente soppressa nel 1996: le ultime due edizioni saranno vinte da Lance Armstrong.