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Beppe Saronni: “Caro Moser, non dimentico. Ma il mio più grande rivale è stato un altro”

Beppe Saronni in gara

 

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La passione per la bici ereditata dal nonno. Il panino con tonno e cipolline in gara. E l’eterna rivalità che ha infiammato l’Italia negli anni Ottanta: “Con Francesco è impossibile essere amici”
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ROMA — L’ultima pace tra Beppe Saronni e Francesco Moser è arrivata in favore di telecamere a fine febbraio. Ce ne sono state molte altre nel corso degli anni, abbastanza per credere che nemmeno questa sarà l’ultima. Anzi, a sentire Saronni, «nemmeno è stata una pace».

A 67 anni, con mezzo secolo di ciclismo alle spalle, si torna sempre lì, Saronni.

«A lui non puoi rispondere, altrimenti passi da attaccabrighe. C’è una tregua armata, diciamo così. Ogni tanto si lascia andare a qualche intervista con battute un po’ gratuite. Eppure lo sa che io non sto zitto».

Amici mai.

«C’è rispetto, almeno io ce l’ho. Ma non si possono dimenticare i fatti. Gli scontri sono nati per quello che è successo durante le nostre carriere. E molte cose sono successe in Nazionale. Di Mondiali ne abbiamo vinto uno a testa, ma ne abbiamo persi anche».

Qual è quello che le brucia di più?

«Quello di Praga 1981. Senza dare colpe, ma la volata me la tirò Baronchelli, Moser lamentò un salto di catena, e vab…

ROMA — L’ultima pace tra Beppe Saronni e Francesco Moser è arrivata in favore di telecamere a fine febbraio. Ce ne sono state molte altre nel corso degli anni, abbastanza per credere che nemmeno questa sarà l’ultima. Anzi, a sentire Saronni, «nemmeno è stata una pace».

A 67 anni, con mezzo secolo di ciclismo alle spalle, si torna sempre lì, Saronni.

«A lui non puoi rispondere, altrimenti passi da attaccabrighe. C’è una tregua armata, diciamo così. Ogni tanto si lascia andare a qualche intervista con battute un po’ gratuite. Eppure lo sa che io non sto zitto».

Amici mai.

«C’è rispetto, almeno io ce l’ho. Ma non si possono dimenticare i fatti. Gli scontri sono nati per quello che è successo durante le nostre carriere. E molte cose sono successe in Nazionale. Di Mondiali ne abbiamo vinto uno a testa, ma ne abbiamo persi anche».

Qual è quello che le brucia di più?

«Quello di Praga 1981. Senza dare colpe, ma la volata me la tirò Baronchelli, Moser lamentò un salto di catena, e vabbè. Maertens mi beffò perché ero partito da troppo lontano. La sera ci scontrammo, naturalmente. E poi in quel ciclismo i giornalisti non ti facevano sconti. Per i tifosi era il massimo. Oggi i corridori sono blindati, ci sono gli addetti stampa, tutti sono amici di tutti. Risultato? Il ciclismo è sparito dai giornali».

Ora, però, stiamo parlando di ciclismo. Cosa è stato per lei, da bambino?

«Una passione di famiglia. Sono cresciuto a Parabiago, nel milanese. Nella nostra zona allora o giocavi a calcio o c’era la bicicletta. Mia madre era stata una sportiva, aveva giocato a basket. Mio padre era stato un ciclista dilettante. Mio nonno materno, Tito Brambilla, aveva corso con Libero Ferrario, campione del mondo su strada nel 1923, anche lui di Parabiago. Lui era stato un suo gregario, da indipendente. E i racconti di mio nonno, di quel ciclismo, erano fenomenali».

Ad esempio?

«Una mattina lui e altri ciclisti di allora si trovano per andare in allenamento. Gli danno un frutto, “Tito, l’è bona” gli dicono. Lui: “Ma cos’è?” e la mangia. Era una banana, solo che la mangiò con la buccia. Non ne aveva mai vista una, prima».

Beppe Saronni, 67 anni, vice-presidente della Lega ciclismo, ha incontrato Moser alla Camera dei Deputati per la presentazione della Coppa Italia delle Regioni

 

Oggi la UAE, la squadra del campione del mondo Tadej Pogacar, usa l’intelligenza artificiale per i programmi di allenamento e i piani di alimentazione.

«Se il mondo va lì, devi andare lì. Non puoi tornare indietro. Oggi i corridori non sono più in grado di mangiare qualcosa di solido in corsa. Quando correvo, a metà tappa buttavo giù il panino con tonno e cipolline. Avevo bisogno che lo stomaco lavorasse».

La sua prima corsa?

«I campionati indoor 1976 in pista al Palazzetto di San Siro. Nella gara a eliminazione mi trovo in finale con Felice Gimondi. Vinco, dandogli 15 metri. Finita la corsa, Gimondi era lì, con quella sua classica tossettina. “Ehi, giovane, un po’ più di rispetto, me la pagherai”. Poi tutto si appianò. Si dava del lei a questi grandi. Merckx aveva una zona libera in gruppo: lui, i suoi compagni e attorno il vuoto. E poi: sempre al primo anno, vado a fare il Tour de l’Aude, nel sud della Francia. Alcuni fotografi mi chiamano per fare una foto con un corridore della Gan-Mercier, sembrava anzianissimo. Ho quella foto: il titolo era “il padre e il figlio”. Quello lì era Raymond Poulidor».

Lei ha vinto la Milano-Sanremo con la maglia di campione del mondo. Era il 1983.

«Parto alla chiesetta, quasi in cima al Poggio, faccio il vuoto, vado giù in discesa, lucidissimo. Ai miei compagni l’avevo anticipato la sera prima. All’hotel Concorde di Milano dico al massaggiatore Anacleto Mainardi di andare in pasticceria, “prendi due paste e due bottiglie di spumante”. E lui: “Che l’è, Capo?”. Arriva Pietro Algeri, il nostro ds: “Ma fa il compleanno qualcuno?”. Gli dico: “Brindiamo alla vittoria della Sanremo di domani”. La racconto adesso perché è andata bene, eh».

Tadej Pogacar può diventare il primo dopo di lei a vincere la Sanremo in maglia iridata. Lei è il suo scopritore.

«Ho avuto il piacere e la fortuna di avere degli amici sloveni, tra cui il ct della nazionale Andrej Hauptman. Ero team manager alla UAE. A un certo punto mi dice al telefono “abbiamo un ragazzo favoloso”. Tadej era tra gli juniores. Mi ha convinto. Sono stato alla UAE fino al 2022, poi ho scelto di lasciare. Ma le vittorie di Tadej le sento un po’ mie anche».

È tutto oro quello che luccica?

«Quando si vede un corridore così tanto superiore agli altri, è umano chiederselo. Io posso dire che il mondo del ciclismo è cambiato molto, in meglio».

La scienza e la tecnologia hanno spinto il ciclismo troppo in là?

«La scienza e la ricerca sono importanti, ma solo se applicate per il bene. La ricerca utilizzata male ha portato tutto quello che abbiamo visto in certi anni».

Era telecronista del Giro d’Italia, nel 1994, quando Pantani vinse a Merano e all’Aprica.

«Fu emozionante, molto. L’Aprica poi mi ricorda la mia giornata peggiore in bici».

La tappa nella bufera sul Gavia, al Giro 1988.

«Avevamo cercato di far ragionare il patron del Giro, Torriani, la mattina. “Vincenzo, hai sentito?”. E lui: “Ragazzi, la bicicletta l’avete scelta voi”. Ero con il mio compagno di squadra. Luciano Loro, in cima mettemmo le mani sulla moto Rai di Giacomo Santiniper riprendere calore. Dissi a Luciano: “Giriamo la bici e torniamo su per scaldarci”. Una giornata così».

Va ancora in bici?

«Sì, ma non sulla elettrica, non sono mica Moser».

Ha guadagnato bene da corridore?

«Non mi posso lamentare. Con mia moglie Laura, i miei figli Carlo e Gloria viviamo una vita davvero all’antica: rispetto, famiglia, il valore di una stretta di mano, le promesse che erano debiti. Noi siamo cresciuti in quel mondo e quello è rimasto il mio».

Moser è stato il suo più grande rivale?

«In realtà no. Il mio più grande rivale è stato Roberto Visentini. Per vincere il Giro nell’83 ho dovuto battere lui, ed è stato un duello bellissimo».

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