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Giro, Zhupa: “Qui in Albania per una scelta politica”

Eugert Zhupa 

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Intervista all’unico albanese ad aver disputato la corsa rosa: “Ho partecipato a quattro Mondiali: le spese me le pagavo io. La Federazione non ha mai investito su nulla”
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TIRANA – L’Albania ha pochissimi ciclisti ma un suo Tour per professionisti esiste dal 1925. Il suo campionissimo si chiamava Bilal Agalliu, correva negli anni Cinquanta e Sessanta, era soprannominato “il coniglietto imprendibile”, ma non partecipò mai al Giro d’Italia. Per trovare un albanese al Giro bisogna arrivare agli anni tra il 2015 e il 2018. Quelli di Eugert Zhupa.

Che sensazione le dà il Giro d’Italia nella sua Albania?
«Tutto è legato al turismo, a un progetto politico che prescinde dallo sport. Ho partecipato a quattro Mondiali: le spese me le pagavo io. La Federazione non ha mai investito su nulla».

Lei vive in Italia.
«Sono nato nel 1990 e sono arrivato in Emilia, a Scandiano, nel ’95. Mio padre e mio zio arrivarono con le prim…

TIRANA – L’Albania ha pochissimi ciclisti ma un suo Tour per professionisti esiste dal 1925. Il suo campionissimo si chiamava Bilal Agalliu, correva negli anni Cinquanta e Sessanta, era soprannominato “il coniglietto imprendibile”, ma non partecipò mai al Giro d’Italia. Per trovare un albanese al Giro bisogna arrivare agli anni tra il 2015 e il 2018. Quelli di Eugert Zhupa.

Che sensazione le dà il Giro d’Italia nella sua Albania?
«Tutto è legato al turismo, a un progetto politico che prescinde dallo sport. Ho partecipato a quattro Mondiali: le spese me le pagavo io. La Federazione non ha mai investito su nulla».

Lei vive in Italia.
«Sono nato nel 1990 e sono arrivato in Emilia, a Scandiano, nel ’95. Mio padre e mio zio arrivarono con le prime navi di migranti in Puglia, mio zio era sulla Vlora quel giorno a Bari. Vedevamo la Rai in tv e l’Italia ci sembrava il paradiso».

(reuters)

Perché ha scelto il ciclismo?
«Ero l’unico nel mio paesino ad avere una bici, me l’aveva spedita mio padre. Era come se avessi una Ferrari. Quando arrivai in Italia, mio padre per scherzo fece una scommessa con un signore di Scandiano e mi coinvolse: gli fece promettere che mi avrebbe regalato una bici da corsa se fossi riuscito a fare una salita del paese senza mettere piede a terra. Ci riuscii».

Lei era uno da fughe.
«Correvo sempre all’attacco, era il mio modo di vivere le corse».

Cosa fa adesso?
«Seguo i giovani ciclisti dell’Emilia Romagna. Lavoro in una fabbrica di ceramica della Panaria. I ciclisti non sono come i calciatori, se non diventi campione dopo la carriera devi trovarti un lavoro. Ho un figlio, Leonardo, di 4 anni. Se vorrà fare il ciclista sarò contento, ma è uno sport che devi amare proprio tanto».

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