TIRANA – Con Primoz Roglic è sempre una questione di tempo, di tempi, di cambiamenti. Nelle sue gambe c’è la storia di quest’ultimo decennio del ciclismo. Nelle sue cadute e nelle sue risalite c’è tutta la tempra dell’uomo che perse un Tour già vinto e vinse un Giro già perso. Il sorriso si è disteso, lo sguardo si è fatto tagliente, pieno di ironia. «Sto diventando anziano e non ho tempo di pensare ai singoli risultati ma all’insieme delle cose: non sai mai quanto durerà, bisogna godersi ogni singolo momento».
Roglic in maglia rosa
La maglia rosa è arrivata grazie al secondo posto nella crono di Tirana, 1” alle spalle del gallese Joshua Tarling. La lascerà probabilmente nella tappa di oggi, a Valona, l’ultima in Albania, «perché la rosa di Roma è quella che conta». Lo sa bene, Primoz: nel 2023 la indossò un solo, fondamentale giorno, proprio ai Fori Imperiali, mentre suo figlio Lev giocava con il lupetto e si divertiva a imitare il padre nel gesto del telemark, l’inchino dei sal…
TIRANA – Con Primoz Roglic è sempre una questione di tempo, di tempi, di cambiamenti. Nelle sue gambe c’è la storia di quest’ultimo decennio del ciclismo. Nelle sue cadute e nelle sue risalite c’è tutta la tempra dell’uomo che perse un Tour già vinto e vinse un Giro già perso. Il sorriso si è disteso, lo sguardo si è fatto tagliente, pieno di ironia. «Sto diventando anziano e non ho tempo di pensare ai singoli risultati ma all’insieme delle cose: non sai mai quanto durerà, bisogna godersi ogni singolo momento».
Roglic in maglia rosa
La maglia rosa è arrivata grazie al secondo posto nella crono di Tirana, 1” alle spalle del gallese Joshua Tarling. La lascerà probabilmente nella tappa di oggi, a Valona, l’ultima in Albania, «perché la rosa di Roma è quella che conta». Lo sa bene, Primoz: nel 2023 la indossò un solo, fondamentale giorno, proprio ai Fori Imperiali, mentre suo figlio Lev giocava con il lupetto e si divertiva a imitare il padre nel gesto del telemark, l’inchino dei saltatori con gli sci, il mondo da cui Roglic proviene e da cui mai, senza una caduta dal trampolino di Planica, si sarebbe staccato. La Slovenia si è svegliata potenza mondiale del ciclismo non grazie a Pogacar, ma con lui, anni prima. Tadej lo ha travolto, ma in fatto di popolarità in patria il duello è molto più ravvicinato di quanto non si possa immaginare. Perché “Rogla” non ha l’inverosimile classe del connazionale, non è imbattibile, è un comune mortale che insegue il record di più anziano vincitore del Giro. A 35 anni, lo toglierebbe a Fiorenzo Magni (34 nel 1955).
"Una questione di volontà”
Ieri ha macinato il 68, la moltiplica monocorona e spaccagambe di moda oggi, «ma nel ciclismo non è mai una questione di rapporti, ma di muscoli, di volontà». Non ha fatto ricognizioni delle tappe dure, ma la Red Bull-Bora Hansgrohe è la squadra più forte e ha anche il giovane Giulio Pellizzari da far crescere all’ombra del capitano. Il Tour — perso nel 2020 da Pogacar all’ultima salita — non l’ha mai più finito da allora. La Vuelta è diventata casa: 4 vittorie. Il Giro è un posto sicuro, dove stare bene, soprattutto se Tadej ne sta alla larga.
24 centesimi
I 13,7 km di Tirana, curve a gomito, inversioni a U, asfalto rivedibile e tanti brividi, Roglic li ha volati a 51 all’ora. Ha lasciato 24 centesimi a Tarling, ma in classifica ha 1” di vantaggio su Pedersen, la prima maglia rosa di questo Giro. Tiberi non ha rischiato e ha regalato 25” allo sloveno: sul braccio i segni di epistassi, il gran caldo ci ha messo del suo. Ciccone è rotolato a 42”. Ayuso, il vero avversario di Roglic, in classifica ha 16” di ritardo. Non sono dettagli e Roglic, che il Giro 2023 lo vinse per 14” su Thomas, lo sa bene. Ogni secondo conta. Nel ciclismo, nella vita.