Quel che resta di Vito Taccone: vita, miracoli e amarezze del Camoscio d’Abruzzo
dal nostro inviato Cosimo CitoAVEZZANO – Nella picchiata da Ovindoli verso la piana del Fucino, il Giro ha attraversato Massa d’Albe. I corridori non se ne saranno accorti, ma alla loro sinistra è comparsa all’improvviso l’insegna di un piccolo laboratorio a conduzione familiare. Lì si produce l’Amaro Taccone. Non è una coincidenza: Vito Taccone, il leggendario Camoscio d'Abruzzo, vissuto ad Avezzano, fondò lì nel 1966 la sua distilleria. Fu una delle sue mille passioni dopo il ciclismo. Ora il titolare dell’azienda è Cristiano, figlio di Vito. Taccone è morto d’infarto nel 2007 a 67 anni.
Suo padre ha vinto un Lombardia, otto tappe al Giro, e diventò un vero personaggio con le sue focose polemiche in tv. Ma come l’avrebbe corsa la tappa di Tagliacozzo?
“Avrebbe attaccato con la squadra a Sulmona, o magari al km 0. Perché aveva un sogno che non è riuscito a realizzare: vincere una tappa del Giro in Abruzzo. Ne ha vinte 8, è stato uno dei più grandi s…
AVEZZANO – Nella picchiata da Ovindoli verso la piana del Fucino, il Giro ha attraversato Massa d’Albe. I corridori non se ne saranno accorti, ma alla loro sinistra è comparsa all’improvviso l’insegna di un piccolo laboratorio a conduzione familiare. Lì si produce l’Amaro Taccone. Non è una coincidenza: Vito Taccone, il leggendario Camoscio d'Abruzzo, vissuto ad Avezzano, fondò lì nel 1966 la sua distilleria. Fu una delle sue mille passioni dopo il ciclismo. Ora il titolare dell’azienda è Cristiano, figlio di Vito. Taccone è morto d’infarto nel 2007 a 67 anni.
Suo padre ha vinto un Lombardia, otto tappe al Giro, e diventò un vero personaggio con le sue focose polemiche in tv. Ma come l’avrebbe corsa la tappa di Tagliacozzo?
“Avrebbe attaccato con la squadra a Sulmona, o magari al km 0. Perché aveva un sogno che non è riuscito a realizzare: vincere una tappa del Giro in Abruzzo. Ne ha vinte 8, è stato uno dei più grandi scalatori della sua epoca. Ma in Abruzzo, a parte un Trofeo Matteotti, non è mai riuscito a vincere. Era legatissimo al suo territorio”.
Il ciclismo è cambiato.
“Molto: ora tutto è molto studiato, c’è meno cuore. Mio padre correva davvero con il cuore. E quando tornava indietro nella memoria, faceva sempre riferimento alle sue sconfitte più che alle sue vittorie. Diceva che le sconfitte risvegliano lo spirito. A lui piaceva la battaglia, scatenarla, esserci dentro. Vinse una Belluno-Moena nella tempesta partendo sul passo Duran, all’inizio. Era fatto così”.
Lei ha corso in bici?
“No, ho scelto il calcio, ma ho imparato prima ad andare in bici che a camminare, per dire di quanto il ciclismo fosse radicato nella nostra casa. Mio figlio Ivan ha 19 anni e corre, è Under 23, gli piace e ha un fisico asciutto, da scalatore. Ha classe, è bello in bici. Mio padre no, correva con tanta rabbia. Anche Merckx non era bello in bici, ma ha vinto oltre 500 corse. Sono felice che Ivan abbia scelto il ciclismo. Qualche settimana fa ha fatto insieme a Tiberi la ricognizione della salita di Tagliacozzo. Sono saliti chiacchierando, facendo una media impressionante. Il ciclismo è cambiato tanto”.
Suo padre ha vissuto un caso giudiziario nei suoi ultimi anni: fu arrestato con l’accusa di aver commerciato capi d’abbigliamento contraffatti. Si incatenò anche davanti al tribunale per proclamare la sua innocenza.
“E ne è morto di quel dolore, poco tempo dopo. Aveva avuto più di una vicissitudine nella sua vita. Suo padre era stato ammazzato nella sua stalla, i responsabili non vennero mai identificati, e quella sofferenza se l’è portata dentro sempre. Da corridore si faceva rispettare, anche all’occorrenza prendendo a pugni chi gli si metteva contro. Quella vicenda giudiziaria fu gonfiata dai giornali, che spararono subito il suo nome. La proprietà di quell’azienda di abbigliamento non era neppure la sua. Ma lui era una persona impulsiva e istintiva. Sergio Zavoli e Sergio Neri furono i primi a chiamarlo per dargli la propria solidarietà. Zavoli lo definiva ‘un casinaro’. Aveva ragione. Nel processo aveva un avvocato, ma si difese da solo. Avrebbe voluto un iter rapido, l’avrebbero giudicato solo nel 2012”.
La distilleria resta.
“Non c’è un bar in Abruzzo che non abbia l’Amaro Taccone. Ma lo vendiamo molto anche a Roma. È un amaro digestivo fatto con erbe di montagna, soprattutto genziana. Prodotti locali, lavorati qui. È una piccola azienda che ci dà grandi soddisfazioni”.
Il Camoscio d’Abruzzo.
“Ad Avezzano c’è una statua in bronzo dedicata a lui. L’avevamo posizionata sul Monte Salviano, un colle vicino ad Avezzano. Qualcuno la rubò, forse per scioglierla e rivendere il bronzo. Poi miracolosamente è rispuntata. L’abbiamo portata in centro, davanti a quella che era la sua casa, in Piazza Cavour. Sta lì, a ricordare un uomo che ha vissuto coraggiosamente”.