DUNKERQUE – Il Tour de France oggi fa tappa a Rouen. Sessant’anni fa, a pochi passi dalla piazza del Mercato Vecchio, dove fu arsa viva Giovanna d’Arco, un ragazzo italiano di 22 anni iniziò a costruire il suo capolavoro in giallo. Prima di quel giorno, Felice Gimondi non aveva mai vinto tra i professionisti. Il resto della storia lo racconta Norma, la figlia maggiore di Felice, scomparso nel 2019.
Il 14 luglio saranno sessant’anni dal trionfo a Parigi, Norma. Suo padre considerava il Tour ’65 la sua più grande vittoria?
«La più grande, la più importante. Perché mio nonno l’anno prima l’aveva davvero messo di fronte alla scelta: “O vinci l’Avenir, il Tour riservato ai dilettanti, o vai a lavorare”. Papà era apprendista postino, su e giù in bici per la Val Brembana. Il Tour ’65 non avrebbe dovuto nemmeno correrlo. Era stato terzo al Giro. Luciano Pezzi gliel…
DUNKERQUE – Il Tour de France oggi fa tappa a Rouen. Sessant’anni fa, a pochi passi dalla piazza del Mercato Vecchio, dove fu arsa viva Giovanna d’Arco, un ragazzo italiano di 22 anni iniziò a costruire il suo capolavoro in giallo. Prima di quel giorno, Felice Gimondi non aveva mai vinto tra i professionisti. Il resto della storia lo racconta Norma, la figlia maggiore di Felice, scomparso nel 2019.
Il 14 luglio saranno sessant’anni dal trionfo a Parigi, Norma. Suo padre considerava il Tour ’65 la sua più grande vittoria?
«La più grande, la più importante. Perché mio nonno l’anno prima l’aveva davvero messo di fronte alla scelta: “O vinci l’Avenir, il Tour riservato ai dilettanti, o vai a lavorare”. Papà era apprendista postino, su e giù in bici per la Val Brembana. Il Tour ’65 non avrebbe dovuto nemmeno correrlo. Era stato terzo al Giro. Luciano Pezzi glielo disse davanti a un panino in autogrill. E lui: “Bene, ma devo chiedere il permesso a mio padre”».
Il primo colpo a Rouen.
«Vinse la tappa infilandosi nella fuga a 10 km dall’arrivo. Era partito con i nomi degli uomini da tenere d’occhio scritti sui guantini: a destra i velocisti, a sinistra gli uomini di classifica. Dopo mezz’ora il sudore aveva sciolto tutto. Prese la maglia gialla, ma diventò anche leader della classifica dei giovani e di quella a punti. La sera stese sul letto tutte queste maglie e restò a guardarle per cinque minuti».
Perse la maglia gialla a La Rochelle, la riprese sui Pirenei. E la portò sul Ventoux.
«Sul Ventoux tremò, vide scappare via Poulidor, ma riuscì a limitare i danni. Solo quel giorno capì di poter vincere davvero il Tour. E diventò Gimondì».
I francesi lo amavano.
«Gimondì diventò sinonimo di “italiano”. Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani, Nibali. Bottecchia a parte, per vincere il Tour da italiani ci vuole la “i” alla fine del cognome».
Così per i francesi è più facile.
«Beh, sì. Una festa simile la ebbe a Sedrina, al suo ritorno a casa. Tanti del paese che c’erano allora, ancora la ricordano».
Gimondi e Bianchi, un connubio indissolubile.
«Lunedì scorso ero alla presentazione della nuova linea di bici Bianchi. Vi è rimasto cinquant’anni, anche dopo la carriera. Mi diceva sempre: “Nelle vene mi scorre sangue color celeste Bianchi”».
Il Tour gli cambiò la vita?
«Con i soldi della vittoria ha costruito una palazzina ad Almè e regalato un appartamento ciascuno ai genitori e ai suoi fratelli. Fu un modo per ringraziarli dei sacrifici che avevano fatto tutti: se in casa c’era carne, la davano a lui. Papà doveva fare il corridore, doveva mangiare bene. Loro si accontentavano della polenta con pesce di fiume».
Merckx ha sempre riconosciuto in suo padre il suo miglior avversario: com’erano i rapporti?
«C’era grande amicizia, grande stima. Mi è dispiaciuto leggere ultimamente che Eddy abbia puntato il dito contro di lui a proposito del caso di doping al Giro del 1969. Ha detto “credo che Felice sapesse del sabotaggio”. Se non era certo, perché l’ha detto? E poi: mia madre non ha mai saputo nulla, ed è impossibile, per il rapporto che avevano, che fosse all’oscuro di tutto. Infine: perché Eddy non ne ha parlato quando papà era ancora in vita?».
Venti grandi giri, nemmeno un ritiro.
«La sua memoria resta: domenica abbiamo scoperto un monumento a Bergamo. Organizzo i Gimondi Camp, per bambini appassionati di ciclismo. C’è la Gran fondo, abbinata al Lombardia. E soprattutto le parole dei suoi tifosi che mi salutano con l’affetto che avrebbero riservato a lui».
Tiziana, sua madre, la moglie di Felice, come sta?
«Ha trovato il suo equilibrio, e non era scontato: sono stati insieme oltre mezzo secolo, dormivano tenendosi la mano».
Il 22 luglio il Tour tornerà sul Ventoux.
«Ci tornerò prima io, il 21, con alcuni tifosi di Bergamo, in maglia gialla. Con bici normale, non elettrica: mi sto allenando. Sono già salita sul Ventoux in bici nel 2012. Nell’ultimo km mi sono messa a piangere passando davanti alla stele dedicata a Simpson e pensando a mio padre e a Marco Pantani. Il Ventoux non è una montagna. È un santuario».