Cadute, feriti e ritiri, è un Tour durissimo: “Ma agli organizzatori piace così”
dal nostro inviato Cosimo CitoENNEZAT – Finisce oggi la prima settimana del Tour. È stata una settimana “allungata” dal 14 luglio, caduto al lunedì, così il primo giorno di riposo arriverà solo domani, dopo ben 10 giornate di gara di una durezza incredibile. A parte la tappa di Laval, ogni giorno il gruppo è andato a tutta. La giornata più semplice, quella di Chateauroux, si è traformata in una scampagnata a 50 di media sotto la spinta dell’attacco di Van der Poel e Rickaert. Le conseguenze sul gruppo si vedranno tutte oggi, sul Massiccio Centrale. Ma a rendere dura la settimana sono state anche le tante cadute, alcune delle quali dalle conseguenze orribili: Philipsen e Barrè (ancora in corsa quest’ultimo) hanno riportato gravi abrasioni nel contatto con l’asfalto. Almeida ha dovuto lasciare con due costole rotte. Ganna è stato il primo ritirato a causa di una commozione cerebrale. 8 i corridori che hanno lasciato il Tour, in pratica una squadra intera. E il tema delle cadute continua ad alimentare un dibattito fo…
ENNEZAT – Finisce oggi la prima settimana del Tour. È stata una settimana “allungata” dal 14 luglio, caduto al lunedì, così il primo giorno di riposo arriverà solo domani, dopo ben 10 giornate di gara di una durezza incredibile. A parte la tappa di Laval, ogni giorno il gruppo è andato a tutta. La giornata più semplice, quella di Chateauroux, si è traformata in una scampagnata a 50 di media sotto la spinta dell’attacco di Van der Poel e Rickaert. Le conseguenze sul gruppo si vedranno tutte oggi, sul Massiccio Centrale. Ma a rendere dura la settimana sono state anche le tante cadute, alcune delle quali dalle conseguenze orribili: Philipsen e Barrè (ancora in corsa quest’ultimo) hanno riportato gravi abrasioni nel contatto con l’asfalto. Almeida ha dovuto lasciare con due costole rotte. Ganna è stato il primo ritirato a causa di una commozione cerebrale. 8 i corridori che hanno lasciato il Tour, in pratica una squadra intera. E il tema delle cadute continua ad alimentare un dibattito fortemente polarizzato: da una parte i corridori, dall’altra gli organizzatori.
Woods: “Agli organizzatori del Tour piacciono le cadute”
A prendere la parola, sul suo sito, è stato per primo uno dei più anziani in gara, il 38enne canadese Michael Woods, vincitore di tappa sul Puy de Dome nel 2023, bronzo mondiale a Innsbruck nel 2018. Il capitano della Israel PremierTech non ha risparmiato critiche agli organizzatori del Tour: “Essendo stato spesso nelle retrovie del gruppo ho visto dal vivo parecchie cadute e quando vedi queste cose poi è difficile spingerle fuori dalla tua mente. Già alla presentazione della corsa, prima del Grand Départ, ASO ha proiettato il video degli highlights dell’edizione del 2024: c’erano vittorie, momenti epici e anche, ovviamente, le cadute. Non importa quello che possono dire, loro amano le cadute – scrive il corridore della Israel-Premier Tech – Nonostante i loro tentativi di rendere il ciclismo più sicuro, se guardi quello che diffondono, ti rendi conto che sangue, biciclette rotte e qualche povero derelitto che sale su un’ambulanza sono cose che a loro piace vendere. E quello che mi ha colpito durante quella presentazione è che uno dei capi di ASO, dopo aver parlato degli sforzi che hanno fatto per la sicurezza, ha sottolineato che molte delle colpe delle cadute sono dei corridori”.
“Come vietare a Curry di tirare da tre”
E poi: “È stato detto qualcosa del tipo ‘i ciclisti devono adottare misure più ampie per ridurre i rischi e, se questo non accade, in futuro ‘dovrebbero essere costretti a indossare delle protezioni’. Lo ha detto come se fosse una specie di punizione e questo dice molto sul fatto che all’esterno non si capisce molto di quello che i corridori vogliono e, soprattutto, di come funziona il mondo dello sport. Se viene messa una linea da raggiungere, gli atleti, di qualsiasi sport, spingeranno al massimo per arrivarci, soprattutto se i soldi e la posta in palio sono molti: spetta agli organizzatori delle gare stabilire dove è giusto mettere quella linea e adattarla in base a quello che vogliono che il loro sport diventi. Che ASO dica ai corridori ‘dovete prendere meno rischi’ vale quanto l’NBA che dice a Steph Curry ‘devi tirare meno da 3 punti’. Non succede niente. Se l’NBA volesse meno tiri da 3 punti, sposterebbe più indietro la linea e se ASO e UCI vogliono davvero un ciclismo più sicuro, devono fare la stessa cosa”.
Plugge: “Organizzatori parte del problema”
Intervistato da Cyclingnews, il team manager della Visma-Lease a Bike Richard Plugge ha rincarato la dose: “"Non si celebra il ciclismo mostrando le cadute. Si celebra il ciclismo mostrando lo sprint tra i grandi sul Mur de Bretagne e altre volate, non le cadute. L'ho detto ad ASO, ma includono filmati di cadute nei loro video promozionali per il Tour de France. Se fossi un organizzatore, mi vergognerei di avere incidenti nella mia gara, li nasconderei quasi. Dovremmo vergognarci di mostrare gli incidenti al mondo, perché non è una cosa bella".
I dati
I dati di SafeR, la commissione per la sicurezza istituita nel 2023 dopo la morte in corsa di Gino Mader, suggeriscono che il 29% degli incidenti analizzati è causato direttamente da errori dei corridori. I punti chiave delle gare, dove i ciclisti si posizionano per essere in testa, come settori in pavé, sprint e salite, sono considerati la causa del 12% degli incidenti, così come le strade bagnate o scivolose. Altri incidenti derivano da discese, segnaletica stradale e zone di rifornimento. Plugge ha fatto una somma facilissima: “Il 71% degli incidenti sia dovuto al percorso di gara e agli organizzatori. Vorrebbe che facessero di più per migliorare la sicurezza, descrivendola come la "soluzione più facile da realizzare" tra le cose che si possono fare per migliorare la sicurezza in gara. "Il 29% è causato dal comportamento del ciclista, ma il restante 71% può essere suddiviso in diverse componenti. Ma se si considera la situazione, si può ricondurre tutto alle circostanze della gara, diciamo che è il percorso di gara, come discese ripide o dossi rallentatori a 150 metri dall’arrivo, mettono a rischio la sicurezza dei corridori. Lì possiamo e dobbiamo migliorare”.