La beata solitudine di Pogacar: la fuga in Africa vale il bis iridato. Storia di una giornata magica
di Cosimo CitoIl giro del mondo di Pogacar è durato stavolta 104 km, 66 dei quali in solitaria, su una bici-mongolfiera che l’ha portato a sorvolare sul Ruanda, dal Mont Kigali fino all’arrivo tra fiumi, laghi, foreste, elefanti e altre meraviglie in mezzo alle quali lui, il magnifico Tadej, certamente non sfigurava. Quanto sarebbe durato ancora, con quel passo regolare e inesorabile, se il traguardo e l’esultanza non fossero arrivati a interrompere quel flusso ininterrotto di forza e classe, di volontà e stile? Kigali come Zurigo 2024, anzi meglio: in Svizzera, per vincere il suo primo Mondiale, Tadej aveva attaccato a 100 dall’arrivo ed era rimasto tutto solo ai -51. Solo Adorni a Imola nel 1968 aveva sentito per più tempo e più km la bellezza della solitudine. L’iride di Pogi finisce dove ne inizia un’altra. «Il mio attacco? Il percorso era disegnato per questo, si è creato il gruppetto con Ayuso e Del Toro, speravo di andare avanti il più possibile, ma Juan si è staccato sul muro in pavé, Isaac…
Il giro del mondo di Pogacar è durato stavolta 104 km, 66 dei quali in solitaria, su una bici-mongolfiera che l’ha portato a sorvolare sul Ruanda, dal Mont Kigali fino all’arrivo tra fiumi, laghi, foreste, elefanti e altre meraviglie in mezzo alle quali lui, il magnifico Tadej, certamente non sfigurava. Quanto sarebbe durato ancora, con quel passo regolare e inesorabile, se il traguardo e l’esultanza non fossero arrivati a interrompere quel flusso ininterrotto di forza e classe, di volontà e stile? Kigali come Zurigo 2024, anzi meglio: in Svizzera, per vincere il suo primo Mondiale, Tadej aveva attaccato a 100 dall’arrivo ed era rimasto tutto solo ai -51. Solo Adorni a Imola nel 1968 aveva sentito per più tempo e più km la bellezza della solitudine. L’iride di Pogi finisce dove ne inizia un’altra. «Il mio attacco? Il percorso era disegnato per questo, si è creato il gruppetto con Ayuso e Del Toro, speravo di andare avanti il più possibile, ma Juan si è staccato sul muro in pavé, Isaac ha avuto un problema di stomaco, sono rimasto solo troppo presto ed è diventata una sfida contro me stesso». Un minuto guadagnato subito e gestito mentre dietro Evenepoel, ostacolato da problemi al sellino, s’era dovuto fermare due volte e orgogliosamente è andato almeno a prendersi l’argento (a 1’28”), prima di crollare in lacrime sul traguardo: «Avevo la sensazione di poter restare con Tadej, il destino non ha voluto». L’irlandese Healy, terzo alla fine: «Salire su un podio con quei due è una cosa fuori dal mondo». Un milione di ruandesi a bordo strada, un milione di testimoni.
Un’altra stagione alla Merckx
C’era una volta la maledizione della maglia iridata, chi la indossava trascorreva un’annata orrenda. Quella di Pogacar è stata invece merckxiana: 17 vittorie tra cui Fiandre, Freccia Vallone, Liegi, il suo quarto Tour de France. Quel velo di malinconia a Parigi, «sono molto stanco, inizio a vedere la fine della mia carriera», la voglia di trovare nuove sfide, di darsi nuovi traguardi. Tornerà alla Roubaix nel 2026, proverà a raggiungere Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain a quota cinque Tour e Peter Sagan, l’unico a vincere tre Mondiali di fila. Il centesimo successo era arrivato a Rouen, al Tour de France. Ora è a 105 e la sua UAE (87 vittorie nel 2025) è la squadra più vincente di sempre in una stagione sola. C’era Urska Zigart, la fidanzata, al traguardo, sabato 23ª nella prova femminile. C’era qualche dubbio da fugare dopo la cronometro di domenica scorsa, quando Evenepoel l’aveva raggiunto e staccato. Altro giro, tutt’altra corsa, «la più dura della mia vita» ha detto Giulio Ciccone, il capitano azzurro, sesto all’arrivo di una gara finita da appena 30 corridori. L’Italia ha allungato a 17 anni il suo digiuno iridato, ma in questo mondo abitato da Pogacar (e anche da Evenepoel, Van der Poel, Vingegaard, Van Aert, tutti insieme, tutti nello stesso angolo del secolo) restano i piazzamenti, e l’ammirazione, e la meraviglia.