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Fabiano Fontanelli, da Pantani al Parkinson: “Il mio più grande sogno oggi è tornare in bici”

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L’ex gregario del Pirata, 37 vittorie in carriera, racconta la sua carriera e la malattia che l’ha colpito giovanissimo
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Nella vita di Fabiano Fontanelli a un certo punto è successa una cosa. «Ero all'ultimo anno da corridore, era il 2003, con la Mercatone Uno. E ho avvertito qualcosa di strano». Fontanelli, romagnolo di Solarolo, ha compiuto 60 anni il 24 aprile. È stato gregario e grande amico di Marco Pantani. Da più di vent'anni combatte con il morbo di Parkinson. In "Trentasette volte Fontanelli" (Bacchilega Editore, scritto con Normanno Bartoli), 37 come le sue vittorie da professionista, racconta il Fabiano di prima e quello di ora, quello che resiste, combatte, a volte soccombe, a volte risorge.

Quando ha scoperto la malattia?

«Era il 2006, anche se i primi segni li avevo già avvertiti quando ero ancora un atleta. In quel periodo avevo un orologio automatico che non si caricava più. "Sarà rotto", pensai, e lo portai a far riparare. Dopo un mese me lo consegnarono. Continuava a non funzionare. A quel punto notai una cosa a cui fino ad allora non avevo mai fatto caso: avevo il braccio sinistro che…

Nella vita di Fabiano Fontanelli a un certo punto è successa una cosa. «Ero all'ultimo anno da corridore, era il 2003, con la Mercatone Uno. E ho avvertito qualcosa di strano». Fontanelli, romagnolo di Solarolo, ha compiuto 60 anni il 24 aprile. È stato gregario e grande amico di Marco Pantani. Da più di vent'anni combatte con il morbo di Parkinson. In "Trentasette volte Fontanelli" (Bacchilega Editore, scritto con Normanno Bartoli), 37 come le sue vittorie da professionista, racconta il Fabiano di prima e quello di ora, quello che resiste, combatte, a volte soccombe, a volte risorge.

Quando ha scoperto la malattia?

«Era il 2006, anche se i primi segni li avevo già avvertiti quando ero ancora un atleta. In quel periodo avevo un orologio automatico che non si caricava più. "Sarà rotto", pensai, e lo portai a far riparare. Dopo un mese me lo consegnarono. Continuava a non funzionare. A quel punto notai una cosa a cui fino ad allora non avevo mai fatto caso: avevo il braccio sinistro che, quando camminavo, rimaneva fermo lungo il fianco. E poi la stanchezza, una stanchezza cronica. Andai dal neurologo a Solarolo. Mi visitò e mi diagnosticò una cosa dal nome molto complicato: “Hai la sindrome extrapiramidale. Un modo elegante e complicato per dire che hai la malattia di Parkinson”.

Si è dato una spiegazione, ammesso che possa essercene una?

«C'è una familiarità in questa malattia. Ce l'avevano mio nonno e mio zio. Il neurologo che mi ha visitato mi ha detto: "Guarda, Fabiano, è la migliore tra le peggiori malattie che si possano prendere. È una frase che continua a suonarmi nel cervello».

La consola?

«No, ma non mi ha cancellato tutti i sogni dalla testa, almeno questo. In questo momento ne ho uno grande: tornare in bici. Ci sono andato fino a poco tempo fa. Ora ho un gran dolore a una gamba. Ma l'anno scorso ho fatto 22 mila km con il mio gruppetto di amici. Ci si incontrava tutti al Ponte Vecchio di Imola, dove vivo ora, e via per i colli. Il motore c'è ancora, c'è sempre. E ora sono 66 kg, il peso che avevo quando vinsi il Tour col "Panta", nel 1998. Io c'ero. Marco non se n'è mai andato».

Eppure lei stava per ritirarsi, in quel Tour.

«Dopo una tappa di montagna, alla sera, dopo cena, ero con Marco sulla riva di un laghetto sulle Alpi. Parlavamo del più e del meno e gli dissi: “Marco sono finito, oggi mi sono staccato da solo in una salita facile, voglio andare a casa”. Lui mi guardò e, in romagnolo, mi disse: “No, adesso tu rimani qui, che da domani in poi ci divertiamo”. Arrivammo a Parigi con lui in maglia gialla. E ci rasammo tutti a zero».

Eravate molto amici?

«Non da subito, Marco aveva bisogno di scrutarti, di capire delle cose di te. Quell'anno andammo insieme in vacanza alle Seychelles, io con mia moglie, lui con la fidanzata danese Christina. Il primo giorno lo vediamo partire a nuoto e dirigersi verso uno scoglio. Non aveva nessuna protezione solare. Rimase per due ore a pescare. Quando tornò aveva una testa rossa, sembrava una lampadina accesa, però lui aveva una pelle resistente al sole».

Marco è morto due volte.

«Quando tutti noi della Mercatone Uno lasciammo il Giro dopo quel maledetto controllo antidoping a Madonna di Campiglio, nel '99, ritornai a casa sul camper di Paolo, il papà di Marco. Ci mettemmo quattro ore, il viaggio più brutto della mia vita. Paolo non disse nemmeno una parola per due ore, ma quando cominciò a parlare ne ebbe davvero per tutti».

Lei scrisse una lettera a Marco nel 2004, dopo la sua morte.

«Parole molto semplici. Era diventato inavvicinabile, scontroso, scostante. Ma l'abbiamo lasciato troppo solo».

Che corridore è stato Fabiano Fontanelli?

«Ho vinto 37 corse, tra cui 4 tappe al Giro d'Italia. La prima, sullo strappo di Toscanella di Dozza, nel '93, resta la più indimenticabile per me. Davanti alla mia gente».

Ricorda la sua prima gara?

«A Solarolo, da ragazzino: un circuito di 2 km tra le mura del castello. Pedalavo sulla bici di mio padre, che era stato un buon dilettante. Sullo strappetto riesco a staccare tutti. Non sono più sceso di bici. Ho fatto anche l'imbianchino, il rappresentante di tute da lavoro, una lunga gavetta. Ma il motore, appunto, c'era. E la fatica non mi spaventava. Sono diventato professionista nel 1989 con la Selca Conti di Bruno Reverberi. Il suo motto era “magna poc” (mangia poco). Nello staff c'era un meccanico, Edoardo Fucacci, che mi chiamava "paracarro" perché la prima volta che andai in ritiro in Sicilia con la squadra ero sempre il primo a staccarmi negli strappi in salita».

Rischiò di morire al Tour nel '94.

«Una caduta tremenda ad Armentières, al confine con il Belgio. Alla fine della prima tappa ero in buona posizione. Ma il corridore in testa, Nelissen, centrò un poliziotto che si era sporto per scattare una foto. Finii a terra assieme a lui e a Jalabert, che, steso di fianco a me, sputava i denti con la faccia che era una maschera di sangue. Me la cavai. Avevo solo i segni dei denti di una moltiplica stampati sul volto».

Il suo più grande rimpianto?

«La Milano-Sanremo. Una volta sono andato in fuga sulla Cipressa e sono rimasto per diversi km davanti da solo. Se mi fossi risparmiato, quella volta, forse avrei potuto anche vincerla. La Sanremo è la corsa più bella del mondo».

Le piace ancora il ciclismo?

«Lo guardo, lo seguo, anche se vince sempre Pogacar».

Il libro nasce con un intento benefico.

«Sono felice di aiutare all’Associazione Iniziative Parkinsoniane Imolesi. Ho conosciuto tante persone affette da questa malattia. Il coraggio, quello non puoi dartelo da solo. Servono esempi. Spero di esserlo, in qualche modo, anche se ogni giorno è duro come una tappa alpina, piena di salite. Nel 2019 ho fatto un intervento, si chiama DBS, “stimolazione cerebrale profonda”, dopo una marea di test fisici: solo il 20% dei malati di Parkinson riesce a superarli e sottoporsi a questa stimolazione. La bici mi ha aiutato. Ora ho una Carrera, e non a pedalata assistita. Finché ho potuto, ho pedalato con le mie gambe. Mia moglie e mio figlio mi sono sempre stati vicini, come altri amici del mondo del ciclismo, da Davide Cassani, che è di Solarolo come me, a tanti altri. Mi incontro spesso con i miei vecchi compagni della Mercatone Uno. Se mi guardo indietro, penso di aver avuto una bella vita».

Ha conservato tanti cimeli?

«Uno solo, ma importante: la bici Bianchi del '99, quella di quel Giro maledetto».

Cos'è la bici per lei?

«La bici è entrata nella mia vita fin da piccolo come un hobby, poi come professione. Ora è un'arma di difesa fra me e il Parkinson».

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