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Valentina Venerucci, la farmacista che corre al Giro Women: “La mia vita tra il bancone e la bici”

Valentina Venerucci 

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La ciclista sammarinese in corsa grazie a un permesso. “Mi piace il mio lavoro perché mi tiene a contatto con il pubblico, i colleghi mi aiutano nei turni. Vengo dal running, ho scelto il ciclismo due anni fa e in sella ho trovato la forza che non pensavo di avere”
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Se Valentina Venerucci è la vostra farmacista di fiducia, non cercatela dietro al bancone in questi giorni, perché è al Giro d’Italia. Ha 32 anni, pedala per la Aromitalia, è nata e cresciuta a San Marino. A Domagnano, uno dei castelli dell'antica Repubblica. Di più. È l’unica sammarinese al Giro donne. «Il mio castello è collocato all’incirca a metà tra il mare e la montagna. Mi sento fortunata. Sono molto legata alla mia terra. E grazie alla Federazione sammarinese, e al Cons, il comitato olimpico, mi è stata data questa possibilità. Perché lavorando a volte non è sempre facile incastrare il tutto».

A San Marino le farmacie sono statali. Tant’è che l’anno scorso qualcuno storse il naso: ma come, niente lavoro? Poi si misero in mezzo le istituzioni sportive, e Valentina ottenne i permessi. Quest’anno tutti zitti. «Niente notti. Dovrei fare turni alternati, mattina e pomeriggio, per sei giorni a settimana. Tuttavia, per potermi allenare, chiedo la possibilità di fare più che altro tur…

Se Valentina Venerucci è la vostra farmacista di fiducia, non cercatela dietro al bancone in questi giorni, perché è al Giro d’Italia. Ha 32 anni, pedala per la Aromitalia, è nata e cresciuta a San Marino. A Domagnano, uno dei castelli dell'antica Repubblica. Di più. È l’unica sammarinese al Giro donne. «Il mio castello è collocato all’incirca a metà tra il mare e la montagna. Mi sento fortunata. Sono molto legata alla mia terra. E grazie alla Federazione sammarinese, e al Cons, il comitato olimpico, mi è stata data questa possibilità. Perché lavorando a volte non è sempre facile incastrare il tutto».

A San Marino le farmacie sono statali. Tant’è che l’anno scorso qualcuno storse il naso: ma come, niente lavoro? Poi si misero in mezzo le istituzioni sportive, e Valentina ottenne i permessi. Quest’anno tutti zitti. «Niente notti. Dovrei fare turni alternati, mattina e pomeriggio, per sei giorni a settimana. Tuttavia, per potermi allenare, chiedo la possibilità di fare più che altro turni pomeridiani. I colleghi sono molto disponibili». Veniva dal running, correva in montagna. Per salvare le ginocchia le dissero: prova la bici. In nemmeno due anni è arrivata al top. «È un’esperienza meravigliosa. Faticosa, ma meravigliosa».

Può già fare un bilancio?

«Si inizia senza grosse aspettative. Semplicemente si scopre di avere questa passione nascosta, perché fino a che non provi qualcosa non sai mai effettivamente se ti possa piacere, se ti prende, se ti stimola. E alla fine ogni pedalata, ogni esperienza che mi ha fatto vivere, mi caricava, mi dava la forza di dire: voglio andare avanti, voglio migliorare e cercare di ottenere dei risultati».

La bici che cosa le sta insegnando?

«Pensavo di essere tosta. La bicicletta mi ha fatto capire che effettivamente bisogna avere una gran volontà, spirito di sacrificio, impegno. Mi ha dato la forza di non mollare mai e di continuare. Non pensavo di avere questo lato del carattere. Mi ritenevo un pochino più fragile. Invece grazie alla bici, ho capito altro di me».

Le piace la fatica.

«Devi nascere così, devi essere portato a far fatica. La bici è uno sport essenzialmente di sofferenza, però se sei disposto a sopportarla poi ti ripaga e ti dà tantissime soddisfazioni».

Perché le donne la sopportano meglio?

«Il paragone uomini e donne è difficile. A livello ciclistico, tutti fanno tanta fatica. Non esiste donna che possa fare più fatica rispetto a un uomo. Semplicemente magari quello che accadeva una volta è che il ciclismo femminile non era visto con gli stessi occhi. Però le atlete che ci sono oggi, che sono fortissime, hanno reso questo sport comunque di altissimo livello. E quindi adesso anche gli spettatori gioiscono nel vedere le cicliste».

L’anno scorso arrivò a 2 ore e 21 minuti da Elisa Longo Borghini. Chi è per lei?

«Un mito. Ma in realtà, oltre a essere una ciclista, un’atleta fortissima, è anche una donna eccezionale. Ho avuto modo di interagire con altre ragazze della sua squadra che vivono a San Marino, me lo hanno confermato».

San Marino centro del mondo (sportivo).

«Abbiamo tre medaglie olimpiche, tantissime federazioni sportive, c’è Kimi Antonelli. Kimi l'ho incontrato quando hanno fatto i San Marino Sport Awards. È un ragazzo giovanissimo, però con alle spalle un sacco di esperienza. È veramente bravo, sempre sorridente. Abbiamo scambiato due parole. San Marino crede molto nei giovani e nel farli crescere praticando sport, a prescindere magari dai risultati che uno possa raggiungere. Lo sport ti aiuta a crescere, e quindi ad affrontare anche meglio la vita di tutti i giorni».

Perché ha scelto Farmacia?

«Ero appassionata di chimica e mi piacevano le reazioni. Tra le varie università, quella con più materie prettamente chimiche era farmacia. Inizialmente l’idea era provare anche l’esperienza di laboratorio. Poi mi sono resa conto che avevo bisogno del contatto col pubblico. Non riuscivo a isolarmi per tante ore».

Quindi il rapporto con le persone è decisivo.

«Le persone che vengono in farmacia mi gratificano e mi fanno capire che il lavoro che ho scelto è giusto. Non c’è nulla che non mi piace del mio lavoro. Quando vado lì sono serena, sono felice. A volte stare a contatto col pubblico non è semplice, bisogna essere portati e farlo con passione».

Come si conciliano il lavoro e lo sport?

«Non è facile, però se trovi qualcosa che veramente ti prende si riesce a fare tutto. Ci vuole spirito di sacrificio. Ci si allena tre, quattro ore al giorno. E poi c’è il lavoro. Non rimpiangerò mai di aver fatto la scelta di dedicare del tempo a queste cose».

La sua è una famiglia di sportivi?

«Barbara, la mia mamma, è una da palestra, che va a camminare. Lavora in una scuola, fa la bidella. Non ha una vita sedentaria, è sempre in movimento. Mio padre era un ciclista anche lui. Correva su strada quando era giovane, alternando il ciclismo alla vita da barbiere. Andava forte, perché comunque ha vinto tante medaglie. Ora fa l’elettricista».

È stato suo padre a spingerla verso la bici?

«Mi ha sempre spronata a provare una bici da corsa, ma purtroppo non l’ho mai ascoltato perché ero terrorizzata dalla discesa. Usavo la Mtb perché in discesa mi sentivo più sicura. In realtà mi sono dovuta ricredere: se solo l’avessi ascoltato prima. Papà è molto orgoglioso. Lo vedo che sta rivivendo un po’ quello che ha vissuto lui qualche anno fa. Gli faccio da specchio. Riaffiorano dei ricordi che per lui sono stati belli e importanti. Lo vedo felice. Mi dice: basta che sei contenta, il resto non conta».

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