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La salita maledetta torna al Giro: da Massignan a Van der Velde, tutti gli eroi del Gavia

Johan Van der Velde 

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Spesso annullata per maltempo, l’ascesa al passo che separa Valfurva e Val Camonica ha scritto pagine indelebili del ciclismo
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Dopo tredici anni, se non andrà come l’ultima volta – nel 2019, cancellato per neve – il Passo di Gavia tornerà al Giro d’Italia. Non accade dal 2014. Il problema del Gavia è la sua altitudine (2618 metri), combinata al periodo, l’ultima settimana di maggio. Lassù, in genere, si torna a transitare a metà giugno, a volte anche più tardi. Neve, freddo polare, un microclima particolarmente sfavorevole che ha creato negli anni tanti problemi alla salita tra Valfurva e Val Camonica e soprattutto agli organizzatori. Per via di questa incertezza, il Gavia è un po’ la salita maledetta del Giro. Certamente una delle più dure per pendenza (tratti al 16%, 17 km di lunghezza complessiva), naturalmente una delle più suggestive. Anzi: la più suggestiva delle salite che il Giro abbia mai affrontato.

Dopo tredici anni, se non andrà come l’ultima volta – nel 2019, cancellato per neve – il Passo di Gavia tornerà al Giro d’Italia. Non accade dal 2014. Il problema del Gavia è la sua altitudine (2618 metri), combinata al periodo, l’ultima settimana di maggio. Lassù, in genere, si torna a transitare a metà giugno, a volte anche più tardi. Neve, freddo polare, un microclima particolarmente sfavorevole che ha creato negli anni tanti problemi alla salita tra Valfurva e Val Camonica e soprattutto agli organizzatori. Per via di questa incertezza, il Gavia è un po’ la salita maledetta del Giro. Certamente una delle più dure per pendenza (tratti al 16%, 17 km di lunghezza complessiva), naturalmente una delle più suggestive. Anzi: la più suggestiva delle salite che il Giro abbia mai affrontato.

Gavia ’88

Come non pensare a quel che avvenne sul Gavia nel 1988. Una tormenta di neve, a corsa già partita da Chiesa Valmalenco, mise gli organizzatori – Vincenzo Torriani era il direttore del Giro – nella scomoda condizione di mandare i corridori verso l’ignoto. L’olandese Johan Van der Velde attaccò in maglia ciclamino, maniche e pantaloncini corti, transitò in cima e poi si riparò – racconta la leggenda – in una baita per rifocillarsi. Molti corridori furono costretti a fermarsi e a mettere le mani sui radiatori di auto e moto del seguito. O a farsi versare borracce di thè caldo sul corpo. Franco Chioccioli perse la maglia rosa a favore di Andrew Hampsten, che poi diventò il primo americano a vincere il Giro. La tappa la vinse l’olandese Erik Breukink. Dettagli di una giornata destinata a restare nella leggenda del Giro, ma anche a destare polemiche per anni. Del resto, a circa 300 metri di distanza dal passo esiste, unico in Italia, un lembo di tundra artica, relitto dell'ultima glaciazione.

Un solo italiano primo in cima

Il Gavia apparve al Giro per la prima volta nel 1960. Il primo in cima fu Imerio Massignan, che però forò due volte nella discesa e lasciò il successo al lussemburghese Charly Gaul. All’epoca la strada era sterrata per molti tratti: la prima asfaltatura risale solo agli anni Novanta. Nel 1961 la prima cancellazione per maltempo del Gavia, che tornerà a essere affrontato solo nel 1988. Altro annullamento nel 1989, così come nel 2013 e nel 2019. Si corse invece otto volte tra il 1996 e il 2014, sempre con il naso all’insù: pioggia mista a neve, nella migliore delle ipotesi. L’ultimo corridore del Giro passato in vetta al Gavia è stato il colombiano Robinson Chalapud.

La tragedia del Gavia

Curiosamente, nessuno degli atleti che passarono per primi in cima al Gavia è poi riuscito a vincere la tappa e nemmeno il Giro, né quello in cui la tappa era inserita, né altri. Anche questo fa parte della maledizione di una montagna che è purtroppo anche un luogo luttoso, per una tragedia avvenuta il 20 luglio 1954: un veicolo militare Fiat 639, con a bordo ventuno Alpini di età compresa tra 21 e 23 anni, cadde in una scarpata a seguito del cedimento del fondo della strada sul versante bresciano. Nello schianto che seguì al volo di circa 150 metri diciassette militari morirono sul colpo. Dei due feriti più gravi, uno morì il giorno successivo per le ferite. Un tempo il tragitto era percorso in qualsiasi stagione. I repentini cambiamenti meteorologici, la nebbia fitta, le bufere di neve e le slavine, fecero sì che il valico venisse chiamato dai locali "Passo della Testa del Morto".

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