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Nibali: “Vingegaard è un gigante, la sua forza è la costanza”

Vincenzo Nibali si congratula con Jonas Vingegaard (afp)

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Parla il vincitore di due Giri d’Italia: “Pellizzari ha sbagliato qualcosa, bravo Piganzoli. Devono crescere, diamogli tempo. Io direttore di corsa? Ne abbiamo parlato”
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Gli italiani non vincono il Giro da 10 anni. Da quando, in capo a tre settimane complicatissime, Vincenzo Nibali trovò le giornate più belle della sua vita da corridore.

Dieci anni, tanti o pochi, Nibali?

«Tanto tempo, ma nessuna nostalgia. Ho corso 18 stagioni, ho sempre dato il massimo, poi mi sono fermato a pensare. Anche a quei giorni, all’ultima tappa a Torino, a Michele Scarponi che era con me, a come riuscimmo a ribaltare quel Giro che sembrava perso».

Vingegaard non ha avuto bisogno di ribaltarlo: l’ha sempre avuto in pugno.

«Tanti dicono che Jonas ha corso da solo, ma non è vero. Gli avversari c’erano, Vingegaard l’ha vinto un giorno dopo l’altro, un passo alla volta, con costanza. Pogacar corre in modo più aggressivo, più spettacolare di sicuro, dopo due tappe magari l’avrebbe ammazzato il Giro. Ma alla fine conta quello che succede dopo l’ultima tappa, ossia se vinci o se perdi».

Vingegaard raggiunge lei, Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Froome nel club dei vin…

Gli italiani non vincono il Giro da 10 anni. Da quando, in capo a tre settimane complicatissime, Vincenzo Nibali trovò le giornate più belle della sua vita da corridore.

Dieci anni, tanti o pochi, Nibali?

«Tanto tempo, ma nessuna nostalgia. Ho corso 18 stagioni, ho sempre dato il massimo, poi mi sono fermato a pensare. Anche a quei giorni, all’ultima tappa a Torino, a Michele Scarponi che era con me, a come riuscimmo a ribaltare quel Giro che sembrava perso».

Vingegaard non ha avuto bisogno di ribaltarlo: l’ha sempre avuto in pugno.

«Tanti dicono che Jonas ha corso da solo, ma non è vero. Gli avversari c’erano, Vingegaard l’ha vinto un giorno dopo l’altro, un passo alla volta, con costanza. Pogacar corre in modo più aggressivo, più spettacolare di sicuro, dopo due tappe magari l’avrebbe ammazzato il Giro. Ma alla fine conta quello che succede dopo l’ultima tappa, ossia se vinci o se perdi».

Vingegaard raggiunge lei, Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Froome nel club dei vincitori di tutte le grandi corse a tappe. Lo merita?

«Senz’altro. È uno dei più grandi scalatori di sempre, ha fatto della costanza la sua cifra. Io ho capito dell’importanza di questa impresa solo dopo la fine della mia carriera».

Pellizzari e Piganzoli lo vinceranno un Giro, un giorno?

«Hanno fatto esperienza. Pellizzari ha sbagliato qualcosa, Piganzoli è stato bravissimo: non è facile da gregario restare in classifica. Devono crescere, ma non dimentichiamo che hanno 22 e 23 anni. Io ho iniziato a vincere a 25. Diamogli tempo».

Il percorso le è piaciuto?

«Io metterei grandi arrivi in salita un po’ più sparsi lungo le tre settimane, non farei un’ultima settimana monstre. E cercherei tappe mosse, spettacolari».

Si dice che lei possa diventare direttore del Giro.

«Ne abbiamo parlato qualche tempo fa, ma non c’è niente di concreto. Il direttore deve mettere insieme tante cose e deve lavorare un anno intero solo su questo evento».

Da ambassador del Giro, le proteste nella tappa di Milano che sensazione le hanno lasciato?

«Da leader di una corsa è capitato anche a me di andare a parlare con la direzione di gara. Bisognerebbe migliorare la comunicazione prima della partenza della tappa, ci sono molti programmi come VeloViewer su cui i percorsi si possono studiare giorni prima. La maglia rosa che cade è un’immagine che nessuno vorrebbe mai vedere».

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