Musetti: “A Roma sogno una finale tutta italiana”
di Massimo CalandriChi è quel biondino che all’improvviso si stacca da mamma e felice e furbetto trotterella per tutto il campo? Lorenzo Musetti sta per cominciare l’allenamento sulla terra rossa del Foro Italico: vede il figlio che corre verso di lui. Sorride, allarga le braccia. Invece il piccolo Ludovico scarta di lato e punta dritto verso la racchetta impugnata da Simone Tartarini, lo storico coach del tennista. Papà allora afferra il bimbo al volo, lo tiene stretto a sé. Risate. «Va già pazzo per le racchette. A casa c’è una stanza piena di versioni “mini”, ma ora vuole quelle grandi: a due anni e due mesi è entrato nella fase “è tutto mio!”, è dura dirgli di no», racconta divertito Lorenzo. Che serenità e leggerezza, intorno a questo ragazzo di 24 anni così diverso – «retrò», dice lui – rispetto agli altri campioni del circuito.
Chi è quel biondino che all’improvviso si stacca da mamma e felice e furbetto trotterella per tutto il campo? Lorenzo Musetti sta per cominciare l’allenamento sulla terra rossa del Foro Italico: vede il figlio che corre verso di lui. Sorride, allarga le braccia. Invece il piccolo Ludovico scarta di lato e punta dritto verso la racchetta impugnata da Simone Tartarini, lo storico coach del tennista. Papà allora afferra il bimbo al volo, lo tiene stretto a sé. Risate. «Va già pazzo per le racchette. A casa c’è una stanza piena di versioni “mini”, ma ora vuole quelle grandi: a due anni e due mesi è entrato nella fase “è tutto mio!”, è dura dirgli di no», racconta divertito Lorenzo. Che serenità e leggerezza, intorno a questo ragazzo di 24 anni così diverso – «retrò», dice lui – rispetto agli altri campioni del circuito.
Il momento buio, arrivato tre mesi fa dopo l’infortunio nell’entusiasmante quarto di finale di Melbourne con Djokovic, è alle spalle. Si riparte. «Però in questi giorni mi servirà comunque l’affetto, il calore del pubblico romano. Mi aiuterà a esprimere il mio miglior tennis, come era accaduto a Torino nelle Atp Finals: l’entusiasmo della gente ti può spingere fino a dove non pensavi neppure di poter arrivare. E io oggi ho bisogno di ritrovare un po’ di fiducia».
Anche Veronica e i vostri due bambini (c’è anche Leandro, 6 mesi) sono una bella carica di energia. «Sì, ma qui a Roma dormiamo in stanze separate. Durante i tornei, il sonno è la parte più importante del recupero. Purtroppo me li posso godere meno. A casa, invece, sono molto più presente: la mamma fa tanto, e abbiamo qualche aiuto dai nonni e dalle tate, ma se c’è da dare la pappa o cambiare un pannolino non mi tiro indietro. Con Ludovico, poi, si sta instaurando un bel rapporto: cresce, è più consapevole, comunica molto, si relaziona, socializza. Ed è bellissimo condividere questi momenti».
Quel Ludovico lì, mi sa proprio diventerà un tennista. «Lo sport fa bene alla mente, e al corpo: un’identità sportiva porta a maturare prima, ti apre la mente. Qualunque disciplina, di squadra oppure no, andrà benissimo. Sarei felice che facesse tennis, ma senza forzature, ossessioni. Sceglierà lui».
Lei da bambino ha scelto. E il suo è un tennis speciale, unico: elegante, tecnicamente superbo. Ma la bellezza del gesto è solo fine a sé stessa? «Credo che nella vita non si possa fare a meno della bellezza. Deve essere una condizione dello spirito. Dicono che il mio sia un tennis “bello”: io preferisco definirlo “non moderno”. Il rovescio a una mano, certe variazioni imprevedibili nel gioco ma – passatemi il termine – anche nel carattere: il mio è un tennis antico, retrò come sono un po’ io, e – forse – agli occhi di molti questo lo rende più affascinante. Attenzione, però: l’efficacia è sempre la cosa più importante. Ma è meglio se c’è anche la bellezza. L’obiettivo è cercare di avvicinarci alla perfezione, sapendo che sarà impossibile raggiungerla».
Ma allora perché, con tutto quello di drammatico che sta succedendo oggi nel mondo, i tennisti sembrano vivere in una bolla? «È vero. Per assurdo, in tempi così difficili, il tennis sta vivendo – soprattutto in Italia – il suo periodo più radioso: e allora qui si finisce per parlare solo di quello. Personalmente, quando si tratta di fare qualcosa nel sociale preferisco essere riservato, anonimo: mi impegno nel concreto ma non mi interessa raccontarlo in giro, non mi va di approfittare di certe situazioni per fare bella figura a livello di immagine».
Va bene, parliamo di tennis: Sinner e Alcaraz a parte, l’attenzione ora è tutta sui “giovani”. I ventenni tipo Jodar, Blockx, Fonseca, Mensik, Fils. Ma Lorenzo Musetti ha 24 anni appena. «Sarà che ho cominciato presto a farmi notare, sta di fatto che rispetto a loro mi sento veramente “vecchio” (ride). Sono contento siano venuti fuori, perché sono di stimolo per tutti. Jodar e Blockx arrivano qui in gran forma: mi fa un po’ impressione vederli così inquadrati e seri».
Lei era più giovane di loro, quando esordì qui al Foro Italico. «Diciotto anni. Era il 2020, la stagione del Covid: giocammo a settembre, avevo una wild card e superai un certo Stan Wawrinka (tre Slam vinti, uno che contro i pivelli picchiava sempre durissimo): primo set 6-0 e secondo set al tie-break. Poi toccò a Nishikori. In questi giorni sono andato a rivedermi gli highlights (insieme ai quarti del 2025 con Zverev): fu il mio ingresso nel professionismo. Niente male. Peccato per le tribune vuote, ma il giorno dopo i quotidiani non parlavano d’altro».
Quest’anno lei è testa di serie numero 8, passa direttamente al secondo turno grazie a un bye: nei quarti potrebbe incrociare Djokovic, come tre mesi fa nello Slam australiano. «Non ho grandi aspettative: sto bene fisicamente, a Barcellona e Madrid ho ritrovato le giuste sensazioni. Continuiamo così. Preferisco vivere questo torneo con serenità. Divertirmi, ritrovare l’affetto degli appassionati. E la fiducia, un match dopo l’altro. Sorprendere me stesso, e tutti quanti».
Chi vincerà al Foro Italico? «Sogno una finale con due azzurri: per un altro successo italiano, mezzo secolo dopo Panatta. Jannik sta battendo tutti i record ed è inevitabilmente favorito, nonostante un po’ di stanchezza dopo questo ultimo mese e mezzo con tanti impegni. Ma lui sa reagire molto bene».
Sinner è un esempio, uno stimolo o un alibi per gli altri tennisti italiani? «Jannik è un esempio: per il movimento italiano e mondiale. La rivalità con Alcaraz ha fatto avvicinare tantissima gente allo sport in generale, e al mondo del tennis in particolare. La cosa che mi fa impazzire, di lui, è che ogni volta riesce ad alzare l’asticella, a sbalordire. Al punto che ormai la sorpresa con Sinner è una consuetudine. E poi, Jannik è uno stimolo: vorrei avvicinarmi a lui».
Ci riuscirà, un giorno? «Lui ha già fatto tanto, e nel frattempo io sono rimasto un po’ indietro. Ma la carriera è ancora lunga, sono ancora in tempo: perché no? Di sicuro, ci provo».