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Sinner for president, quello che mancava

Sinner riceve la coppa da Mattarella (afp)

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Il successo a Roma ha dato a Jannik la definitiva consacrazione
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Non è l’ottavo re di Roma, è il secondo presidente d’Italia. C’è il “signor Mattarella” e accanto, ma per qualche minuto davanti a lui, mister Sinner, il giovane uomo che parla in inglese al suo avversario e al suo team, poi in italiano imbarazzato al capo dello Stato, a quello della federazione tennis, ad altri di molte altre cose (assemblee parlamentari, associazioni governative, squadre di calcio), a ex presidenti che lo ridiventeranno in nuove vesti “più belli e più superbi che pria”, ex premier che studiano come riuscirci per interposta persona, a ministri, sottosegretari, ex campioni, invitati, imbucati, grandi con la maglietta arancione, piccini infilati in una carota di gomma, a tutto il popolo che lo acclama, finalmente vittorioso davanti ai suoi occhi, alle cieche orbite delle statue di marmo, ai miti in decomposizione, al tramonto su Roma e di Roma, tutti in piedi, ma per assurdo in una genuflessione collettiva e definitiva, perché in Italia non hai vinto finché non hai con…

Non è l’ottavo re di Roma, è il secondo presidente d’Italia. C’è il “signor Mattarella” e accanto, ma per qualche minuto davanti a lui, mister Sinner, il giovane uomo che parla in inglese al suo avversario e al suo team, poi in italiano imbarazzato al capo dello Stato, a quello della federazione tennis, ad altri di molte altre cose (assemblee parlamentari, associazioni governative, squadre di calcio), a ex presidenti che lo ridiventeranno in nuove vesti “più belli e più superbi che pria”, ex premier che studiano come riuscirci per interposta persona, a ministri, sottosegretari, ex campioni, invitati, imbucati, grandi con la maglietta arancione, piccini infilati in una carota di gomma, a tutto il popolo che lo acclama, finalmente vittorioso davanti ai suoi occhi, alle cieche orbite delle statue di marmo, ai miti in decomposizione, al tramonto su Roma e di Roma, tutti in piedi, ma per assurdo in una genuflessione collettiva e definitiva, perché in Italia non hai vinto finché non hai conquistato Roma, non hai domato il suo cinismo e la sua indifferenza, non ti sei concesso al suo abbraccio letale e ne sei tuttavia uscito, stanco morto ma vivo.

A 50 anni esatti da Adriano, l’ultimo imperatore

Torino, per quante volte possa essere accaduto che ci hai alzato trofei anche più prestigiosi, è un episodio, passa e va, se ne dice, però sussurrando per non disturbare chi lavora. Quanto all’estero: perfino Wimbledon, ma dov’è, ma sarà vera, non è che esiste solo per la pay-tv e per gli annali impolverati dei milord biancovestiti? Quanto a New York, quando la mamma di Frank Sinatra, Natalina Garaventa, nata in provincia di Genova, lo portava sulla riva dell’Hudson e gli indicava un punto lontano dicendo: «Se ce la fai là, puoi farcela dappertutto», non è a Manhattan che si riferiva, ma a questo splendente ammasso di rovine e fiori, il cui centro non a caso è un Foro in cui precipita tutta la storia, giusta e sbagliata, offrendosi ogni mezzo secolo a un nuovo dominatore. E ieri, a cinquant’anni esatti dalle memorie di Adriano, ultimo imperatore, ha eletto un barbaro gentile, che ha sorriso e ringraziato per quelli che gli sono sembrati, nei fatti o nelle parole, «momenti non piacevoli».

Jannik Sinner con Adriano Panatta (ansa)

La necessità di farcela a Roma

Jannik lo sapeva che doveva farcela qui, che non bastava la benedizione del nuovo Papa, l’anno scorso: occorreva quella del vecchio presidente, adesso. Serviva mettere in fila le autorità e al loro cospetto sconfiggere il norvegese, vendicando la stravecchia gloria, quella del calcio, che non batte più nessuno, manco i bosniaci. Come sempre, si doveva vincere una guerra per fare pace, ma non farlo sul satellite, riuscirci qui, dove tutti i San Tommaso si adunano e, se convinti, credono. Lo fanno perché c’erano e dunque hanno vinto un po’ anche loro, sebbene abbiano passato metà del tempo a smanettare sul cellulare per organizzare cene e congiure.

Un altro gioiello sulla corona

L’ha voluto a ogni costo, questo risultato. L’ha messo come gioiello sulla corona di Master 1000 che ora è completa. Chi gli faceva notare che non è uno Slam non ha capito il percorso, il suo senso. Per quanto abbia in tribuna quei due genitori adoranti, quella mamma che rischia l’infarto pure dovesse ripetere il trofeo Topolino in val di Fassa, Jannik aveva bisogno di essere adottato, ufficialmente, con bollo e timbro. Questo ieri è accaduto. Con tutto quel che succede nel Paese e fuori la più alta carica dello Stato ha messo da parte l’attualità e il passato e ha indossato la maschera dell’avo benevolo, con parole soavi e carezze d’incoraggiamento, trascinando nella sua scia giacche e cravatte, cariche e distintivi, chiudendo la questione degli inviti declinati, della residenza fiscale, dell’eloquio stentato. Se il Senato si inchina, allora quello che gli sta di fronte è Cesare, gli sia dato quel che gli spetta. Il vero trionfo di Sinner non è stato sul campo, ma sul podio. Dopodiché non gli resta che imparare l’ultima lezione di vita dal suo predecessore, Adriano Panatta, uno che non si piega neppure dentro un improbabile spezzato e lascia ogni scena esprimendo lo stesso concetto: «E anche questa l’abbiamo fatta».

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