D’accordo, la geografia del calcio è cambiata, il blasone non fa gol (e non va manco in panchina, se è per questo). Non basta più chiamarsi Italia, se non hai alle spalle idee, giocatori, programmazione, insomma un sistema che funzioni, mentre gli avversari imparano e crescono. Lo sappiamo ormai al punto da accettare che gli azzurri, condannati al divano da Svezia e Macedonia del Nord, abbiamo fatto calcoli tra Galles e Bosnia, o nutrano timori per il catino di Zenica, il senso del gol del quarantenne Dzeko, le carte segrete del ct Barbarez, già giocatore di poker professionista. Però ogni tanto ha senso ancora accarezzare le quattro stelle sul petto, ricordarsi del tempo felice nella miseria, di quando ai Mondiali si festeggiava la vittoria e non la qualificazione. E appuntarsi che in palio stasera c’è un pass per essere tra le 48 (quarantotto) partecipanti alla Coppa più affollata di sempre.
Le riforme mancate
Se Gattuso, uno che il Mondiale l’ha vinto, completerà la missione, avrà …
D’accordo, la geografia del calcio è cambiata, il blasone non fa gol (e non va manco in panchina, se è per questo). Non basta più chiamarsi Italia, se non hai alle spalle idee, giocatori, programmazione, insomma un sistema che funzioni, mentre gli avversari imparano e crescono. Lo sappiamo ormai al punto da accettare che gli azzurri, condannati al divano da Svezia e Macedonia del Nord, abbiamo fatto calcoli tra Galles e Bosnia, o nutrano timori per il catino di Zenica, il senso del gol del quarantenne Dzeko, le carte segrete del ct Barbarez, già giocatore di poker professionista. Però ogni tanto ha senso ancora accarezzare le quattro stelle sul petto, ricordarsi del tempo felice nella miseria, di quando ai Mondiali si festeggiava la vittoria e non la qualificazione. E appuntarsi che in palio stasera c’è un pass per essere tra le 48 (quarantotto) partecipanti alla Coppa più affollata di sempre.
Le riforme mancate
Se Gattuso, uno che il Mondiale l’ha vinto, completerà la missione, avrà fatto quel che poteva per le condizioni in cui è arrivato. Ma per un movimento da oltre un milione di tesserati, quel sistema miope e litigioso che va dalla Lega di A alle periferie, superare una rivale impantanata al 66° posto della classifica Fifa e presentarsi negli Usa è il minimo sindacale. L’Italia del calcio arriva al nuovo appello con l’incoscienza di uno studente che è stato bocciato nelle ultime due sessioni e, nonostante le promesse di redimersi, non ha aperto libro neppure stavolta. Sono passati altri quattro anni senza agevolare le riforme, senza ridurre i debiti, senza investire in strutture e vivai, senza pensare al destino della Nazionale. E, a furia di abbassare l’asticella in questa gara di limbo, il livello base dà le vertigini. Poi, per carità, si può applaudire il pompiere che salva il gattino, o il chirurgo che raddrizza un alluce valgo. Ma le imprese vere sono altre.