Politica, marketing e la voce di Bocelli per la festa del calcio
di Massimo BasileNEW YORK – Lo Stadio Azteca è ancora lì, enorme e improbabile, cattedrale di cemento sospesa sopra una metropoli piatta e sconfinata. Per qualche ora, il mondo ha deciso di guardare in questa direzione. Non verso Washington, Pechino o Bruxelles, ma verso il luogo dove Diego Armando Maradona sfidò la gravità, Pelé divenne immortale e il calcio, come spesso accade, si è trasformato in racconto nazionale. Per la terza volta nella storia il Mondiale si gioca in Messico, unico Paese a vantare questo record. E sarà un campionato con quarantotto squadre e 104 partite.
Il racconto del Messico
La cerimonia d’apertura è stata un esercizio di memoria e marketing, folklore e geopolitica. Danzatori in costumi aztechi che evocavano civiltà antiche hanno attraversato il campo mentre droni e schermi giganti proiettavano immagini di un Messico reale e immaginato: quello delle tradizioni indigene, della music…
NEW YORK – Lo Stadio Azteca è ancora lì, enorme e improbabile, cattedrale di cemento sospesa sopra una metropoli piatta e sconfinata. Per qualche ora, il mondo ha deciso di guardare in questa direzione. Non verso Washington, Pechino o Bruxelles, ma verso il luogo dove Diego Armando Maradona sfidò la gravità, Pelé divenne immortale e il calcio, come spesso accade, si è trasformato in racconto nazionale. Per la terza volta nella storia il Mondiale si gioca in Messico, unico Paese a vantare questo record. E sarà un campionato con quarantotto squadre e 104 partite.
Il racconto del Messico
La cerimonia d’apertura è stata un esercizio di memoria e marketing, folklore e geopolitica. Danzatori in costumi aztechi che evocavano civiltà antiche hanno attraversato il campo mentre droni e schermi giganti proiettavano immagini di un Messico reale e immaginato: quello delle tradizioni indigene, della musica popolare, murales e migrazioni, ma anche quello che governi e sponsor desiderano esportare al resto del pianeta.
Infantino: “Cercheremo di unire, ma non sarà facile”
La prima immagine suggestiva è stata un’enorme sfera dorata a rappresentare il mondo, che poi si è alzata rivelandosi la parte superiore del trofeo della Coppa del Mondo. In spagnolo e inglese è stato lanciato un messaggio di inclusione e di accoglienza delle differenze, non una scelta casuale in un momento in cui gli Stati Uniti — Paese ospitate assieme a Messico e Canada — hanno imposto restrizioni e intimidazioni. Il presidente della Fifa Gianni Infantino, arrivando allo stadio, ha parlato di un «Mondiale che sarà bellissimo», per poi ammettere: «Cercheremo di unire, ma non sarà facile». Infantino è arrivato come custode di un’idea universale: il calcio come lingua comune, il torneo come sospensione delle frontiere. Ma nel tempo ha assunto anche un ruolo meno nobile: cortigiano del potere. L’Equipe lo ha raffigurato come un pupazzo in mano a Donald Trump. La tensione nata dalla sua amicizia con il presidente degli Stati Uniti non è solo politica, è teatrale: Infantino ha inventato un premio per la pace Fifa da donare al tycoon, che da lui pretende fedeltà.
Le manifestazioni fuori dallo stadio
Sugli spalti si sono visti presidenti, celebrità e ottantamila tifosi in attesa di Messico-Sudafrica. Ronaldo il Fenomeno, molto fotografato, ha fatto il suo pronostico: «Francia e Spagna hanno qualcosa in più, anche di Brasile e Argentina». Fuori dallo stadio le manifestazioni di protesta dei sindacati degli insegnanti e delle madri dei desaparecidos sono degenerate in scontri con la polizia. E, lontano da lì, le discussioni sui confini, deportazioni e tensioni che negli ultimi anni hanno definito il rapporto tra Stati Uniti e Messico. Il contrasto era impossibile da ignorare ma la cerimonia è riuscita a creare ugualmente una comunità virtuale.
Le esibizioni di Shakira e Bocelli
Nell’Azteca, ottantamila persone hanno cantato, applaudito e guardato verso lo stesso punto. Non erano d’accordo su molto altro, probabilmente. Ma nel tifoso, alla vigilia di ogni Mondiale, rimane l’idea che qualcosa di inatteso stia per accadere. Per il resto, molta musica anche prima dell’esibizione di Andrea Bocelli che ha chiuso la cerimonia, con la coreografia avvolgente di Shakira, la voce della cantante sudafricana Tyla, e poi Belinda, corsetto rosa fucsia, il venezuelano Danny Ocean, la band rock messicana Maná e quella di cumbia Los Angeles Azules. La brevità dello show ha reso felici i tifosi, lasciando presto spazio agli inni nazionali, cantati da tutti i giocatori delle squadre: un’idea, quella di non escludere le riserve, suggerita a Infantino da Del Piero.
La muraglia umana dell’Azteca
Alla fine lo spettacolo vero è stato l’Azteca con la sua muraglia umana. Rinnovato, è rimasto l’anfiteatro dove i ricordi sembrano essersi depositati sugli spalti come polvere vulcanica. Nel ’70, il Brasile di Pelé mostrò per la prima volta al mondo, che stava sperimentando le trasmissioni a colori, il giallo delle sue divise, entrate da allora nell’immaginario collettivo. Sedici anni dopo, venne il paradosso umano di una leggenda, la Mano de Dios e il gol del secolo di Maradona, inganno e genio. Lo stadio conserva qualcosa di raro: la storia, il Novecento latinoamericano. Domani toccherà a Usa e Canada aprire il loro mondiale. Prima volta per i canadesi. Negli Stati Uniti invece sarà la seconda dopo l’edizione del ’94. Trump viene descritto come disinteressato: non andrà a Los Angeles per la partita d’esordio Usa-Paraguay. Ufficialmente deve pensare alla guerra con l’Iran. In realtà il presidente temeva di incassare un’altra bordata di fischi dopo quelli ricevuti al Garden di New York.