EAST RUTHERFORD – Stasera tocca al Canada e alla partita dove avremmo dovuto esserci noi e invece c’è la Bosnia, dettaglio che ha immalinconito la massiccia comunità italiana di Toronto ma migliorato l’umore dei canadesi, che considerano molto più alla loro portata Dzeko e compagnia. In Canada il calcio è uno sport marginale e fino a poco tempo fa chi lo praticava veniva visto come un curioso eccentrico, nel Paese dove tutti hanno in mano una mazza da hockey e/o un pallone da basket. Qualcosa è però cambiato, il Canada era presente anche in Qatar, dopo l’episodica partecipazione del 1986, e non mancano calciatori di valore come Davies, David, Buchanan e Ismaël Koné, centrocampista di origine ivoriana che viene da un’eccellente stagione nel Sassuolo e ha addosso gli occhi di diversi club di alto livello.
Cosa sta succedendo lì da voi, Koné?
«Il Paese non ha mai vissuto un’esperienza di questo genere. Avremo il mondo in casa. Non c’è nulla che possa essere paragonato a quello che sta pe…
EAST RUTHERFORD – Stasera tocca al Canada e alla partita dove avremmo dovuto esserci noi e invece c’è la Bosnia, dettaglio che ha immalinconito la massiccia comunità italiana di Toronto ma migliorato l’umore dei canadesi, che considerano molto più alla loro portata Dzeko e compagnia. In Canada il calcio è uno sport marginale e fino a poco tempo fa chi lo praticava veniva visto come un curioso eccentrico, nel Paese dove tutti hanno in mano una mazza da hockey e/o un pallone da basket. Qualcosa è però cambiato, il Canada era presente anche in Qatar, dopo l’episodica partecipazione del 1986, e non mancano calciatori di valore come Davies, David, Buchanan e Ismaël Koné, centrocampista di origine ivoriana che viene da un’eccellente stagione nel Sassuolo e ha addosso gli occhi di diversi club di alto livello.
Cosa sta succedendo lì da voi, Koné?
«Il Paese non ha mai vissuto un’esperienza di questo genere. Avremo il mondo in casa. Non c’è nulla che possa essere paragonato a quello che sta per accadere. Da noi il football non è niente di enorme, ma stanno cambiando le cose. La passione sta crescendo, dopo il Mondiale niente sarà come prima».
Cosa prova, oggi, un calciatore canadese, che dalle vostre parti è una bestia rara?
«Fierezza. Siamo cresciuti con la paura di non poter fare carriera nel calcio, perché da noi non è il primo sport, ma neanche il secondo o il terzo. Quando eravamo piccoli era difficile credere che sarebbe successo tutto questo».
Il Canada ha partecipato a due Mondiali senza mai vincere una partita. Sarà la volta buona?
«Non importa dove arriveremo, sarà bello comunque. Mi piacerebbe uscire dai gruppi e poi vedere, il sogno sarebbe vincere un match. Bisognerà massimizzare l’esperienza e prendere il vantaggio di essere in casa. Le città sono addobbate, sono tutti eccitati. È qualcosa di folle per noi. Da bambino non avrei mai immaginato di giocare due Mondiali, uno addirittura in casa nostra».
Perché dice che nulla sarà mai più come prima?
«Perché spero che finalmente si investa anche sul calcio. I talenti non mancano, però solo dal Duemila qualcuno ha cominciato a farsi strada in Europa, dando l’esempio. Poi sono arrivati Davies e David e tutto è cambiato. Ma la bellezza del nostro percorso è che abbiamo fatto tutto da soli».
Perché un bambino canadese si mette in testa il calcio?
«Nel mio caso perché avevo un amore diverso e assoluto. Mio padre è stato un calciatore professionista, mia madre ha sempre seguito il calcio, per me è stato normale crescere con un pallone. So pattinare, so giocare a basket, ma nulla mi ha mai allontanato dal football. A scuola i professori mi davano del folle ma il calcio è la mia vocazione, sapevo che da grande avrei fatto il calciatore e non ho mai avuto un piano B».
Come siete arrivati in Québec?
«In Costa d’Avorio c’era la guerra, mia madre ha fatto di tutto per portarci via. Lei ha sempre avuto la fissa del Canada, non so perché, so che ha preparato un lungo dossier e alla fine ha ottenuto la possibilità di trasferirsi con me a Montréal, dove siamo stati avvantaggiati dal fatto di andare in una città francofona».
Non ha mai pensato di rappresentare la Costa d’Avorio?
«Mai avuto dubbi. Il Canada mi ha accolto, mi ha abbracciato, mi ha fatto crescere. Scegliendo di giocare per il Canada, volevo restituire qualcosa del tanto che ho ricevuto. In nazionale noi emigrati siamo in tanti, ma non ci si fa caso perché il nostro è un Paese accogliente, tranquillo, la gente è amichevole: ci sono tante cose che ti rendono fiero di essere canadese. Io non mi sono mai sentito straniero e mai nessuno me lo ha fatto sentire. Mia mamma qualcosa ha sofferto, all’inizio, ma io anche a scuola mi sono sempre sentito uguale agli altri. Se non per il fatto che io giocavo a pallone».
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Stasera il vostro avversario avrebbe potuto essere l’Italia.
«Con tutto il rispetto, quando è passata la Bosnia eravamo contentissimi. L’Italia è più forte, ha più esperienza, ha giocatori di livello mondiale come Donnarumma, Tonali, Bastoni, Dimarco, Barella. E poi Toronto è piena di italiani, sarebbe stato come giocare in casa vostra».
Le abbiamo insegnato qualcosa, quest’anno?
«Al Sassuolo ho imparato tante cose sul gioco e ad avere un differente approccio non solo sul modo di stare in campo, anche sulla preparazione, sull’analisi dell’avversario, sull’alimentazione: tanti dettagli che mi hanno migliorato».
Grosso, che è stato il suo allenatore fino a ieri, le ha spiegato come si vince un Mondiale?
«Lui non ama parlarne e forse non se ne rende conto, ma ha un posto nella storia del calcio: basta vedere come lo guarda la gente».