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Nelle mani di Neuer, la nostalgia tedesca della felicità perduta

Manuel Neuer in allenamento a Winston-Salem

 

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Germania in campo alle 19 contro Curaçao. Il cancelliere Merz si collega in video: “Tutto il Paese tifa per voi”
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NEW YORK – La Germania arriva ai Mondiali come arrivano certi vecchi imperi alle proprie commemorazioni: senza fanfare, illusioni e con la segreta convinzione che, alla fine, il destino possa ancora ricordarsi di loro. I giocatori sfilano via dopo l’ultimo allenamento con poca voglia di parlare. E i giornalisti tedeschi, più di cento, scuotono la testa. Domenica a mezzogiorno, le 19 in Italia, a Houston, Texas, la nazionale di Julian Nagelsmann debutterà contro Curaçao. Sulla carta una formalità, ma nella realtà tedesca di oggi quasi nulla lo è più.

La fine del mito dell’inevitabilità

Mentre migliaia di tifosi si preparano a trasformare birrerie e fan zone in succursali dell’Oktoberfest, la Germania che osserva da casa appare distratta, scettica, persino annoiata. È un sentimento difficile da immaginare per chi ricorda le estati in cui la Mannschaft sembrava una religione civile. I Mondiali del 2006, la favola estiva che restituì ai tedeschi un patriottismo rilassato e sorridente. Opp…

NEW YORK – La Germania arriva ai Mondiali come arrivano certi vecchi imperi alle proprie commemorazioni: senza fanfare, illusioni e con la segreta convinzione che, alla fine, il destino possa ancora ricordarsi di loro. I giocatori sfilano via dopo l’ultimo allenamento con poca voglia di parlare. E i giornalisti tedeschi, più di cento, scuotono la testa. Domenica a mezzogiorno, le 19 in Italia, a Houston, Texas, la nazionale di Julian Nagelsmann debutterà contro Curaçao. Sulla carta una formalità, ma nella realtà tedesca di oggi quasi nulla lo è più.

La fine del mito dell’inevitabilità

Mentre migliaia di tifosi si preparano a trasformare birrerie e fan zone in succursali dell’Oktoberfest, la Germania che osserva da casa appare distratta, scettica, persino annoiata. È un sentimento difficile da immaginare per chi ricorda le estati in cui la Mannschaft sembrava una religione civile. I Mondiali del 2006, la favola estiva che restituì ai tedeschi un patriottismo rilassato e sorridente. Oppure il trionfo del 2014 in Brasile, quando Mario Götze segnò il gol che consacrò la Germania come la più efficiente macchina calcistica del pianeta. Sono passati dodici anni e quell’idea di potenza è evaporata. Due eliminazioni consecutive nella fase a gironi hanno intaccato il mito dell’inevitabilità. Quella convinzione, condivisa dagli avversari, secondo cui la Germania — un po’ come la vecchia Italia — potesse giocare male, soffrire, ma poi trovare il modo di vincere.

Joshua Kimmich in allenamento coi compagni 

Neuer, l’ultimo superstite

Non è un caso che la storia più raccontata alla vigilia riguardi un ritorno dal passato: Manuel Neuer. Settecentonove giorni dopo il ritiro dalla nazionale, il portiere di 40 anni, che ha ridefinito il proprio ruolo nel calcio moderno, ci ha ripensato. La decisione porta con sé una certa dose di nostalgia e una certa dose di disperazione. La Germania ha prodotto generazioni di centrocampisti, difensori, attaccanti. Ma alla vigilia del torneo ha sentito l’urgenza di richiamare il vecchio guardiano. Neuer è l’ultimo superstite di un’epoca in cui la Germania sapeva esattamente chi fosse. Un po’ come il Paese: il cancelliere Friedrich Merz ha salutato la squadra in videocollegamento, dicendo che “tutta la Germania fa il tifo per voi”. È il genere di frase che ogni leader pronuncia prima di un Mondiale. Ma nel caso di Merz suona come un auspicio.

L’umore di un Paese depresso

Il suo governo attraversa la fase più difficile dall’insediamento. L’economia ristagna, la coalizione tra conservatori e socialdemocratici litiga, la destra nazionalista cresce. Il numero di aggressioni contro i senzatetto è aumentato, sintomo di una società più nervosa. Per questo il Mondiale assume un significato extra. Perché una vittoria può cambiare l’umore di un Paese depresso. La squadra di Nagelsmann è costruita attorno a un paradosso: possiede abbastanza talento da arrivare lontano ma non abbastanza da convincere tutti. Jamal Musiala e Florian Wirtz rappresentano il futuro. Joshua Kimmich è il leader di una generazione sospesa tra passato e presente. Deniz Undav, attaccante arrivato tardi all’élite, è il simbolo della determinazione. Eppure il sentimento dominante resta il dubbio. Oggi i tedeschi avranno la possibilità di fare quello in cui una volta erano i migliori: trasformare il dubbio in disciplina, l’incertezza in risultato.

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