Los Angeles – Il mondo non è di tutti, ma il pallone sì. Pure dei parenti poveri, di quelli che dovrebbero vergognarsi a sederti accanto. Come vi permettete? Bè lui si è permesso. Da perfetto sconosciuto e debuttante, gioca nella B portoghese. E ora dopo 90’ di ‘prendo pure questa’ ha due milioni di follower. Quattro paratone, tre salvataggi, il migliore in campo, un muro che la Spagna dei ricchi e famosi non è riuscita a disintegrare. 0-0. Tiri e controtiri ma niente da fare (solo una traversa di Ferran Torres), anche quando è entrato Yamal, lui c’era sempre e soprattutto acchiappava tutto. È nato nell’86 a São Vicente, nell’arcipelago di Capo Verde, non è uno sbarbato, si chiama Josimar José Évora Dias, ma sulla maglia ha scritto Vozinha, che significa nonnina. Il soprannome ha una storia: «Io non ho mai vissuto con i miei genitori. Quando sono nato, mio padre era nell’esercito e mia madre lavorava, sono cresciuto con i miei nonni. Nel mio quartiere, i ragazzi erano molto più grandi…
Los Angeles – Il mondo non è di tutti, ma il pallone sì. Pure dei parenti poveri, di quelli che dovrebbero vergognarsi a sederti accanto. Come vi permettete? Bè lui si è permesso. Da perfetto sconosciuto e debuttante, gioca nella B portoghese. E ora dopo 90’ di ‘prendo pure questa’ ha due milioni di follower. Quattro paratone, tre salvataggi, il migliore in campo, un muro che la Spagna dei ricchi e famosi non è riuscita a disintegrare. 0-0. Tiri e controtiri ma niente da fare (solo una traversa di Ferran Torres), anche quando è entrato Yamal, lui c’era sempre e soprattutto acchiappava tutto. È nato nell’86 a São Vicente, nell’arcipelago di Capo Verde, non è uno sbarbato, si chiama Josimar José Évora Dias, ma sulla maglia ha scritto Vozinha, che significa nonnina. Il soprannome ha una storia: «Io non ho mai vissuto con i miei genitori. Quando sono nato, mio padre era nell’esercito e mia madre lavorava, sono cresciuto con i miei nonni. Nel mio quartiere, i ragazzi erano molto più grandi e io giocavo sempre per strada. Ero molto bravo con i piedi, ero competitivo, non mi piaceva perdere. Mi davano un sacco di botte e quando non riuscivo a vendicarmi, tornavo a casa arrabbiato, con la faccia imbronciata, e loro mi prendevano in giro, dicendo che sarei andato a lamentarmi con i miei nonni».
Vozinha, gli applausi a 40 anni
Così alla sua prima volta Capo Verde non sfigura e guadagna un punto. Se l’umanissima voce di Cesária Évora, cresciuta in un orfanotrofio, nota come la “Diva a piedi nudi” (cantava scalza), ha dovuto aspettare 47 anni per ricevere l’applauso internazionale, Vozinha ne ha attesi quaranta. Potete anche dire che è una nazionale stramba: ha più calciatori nati a Rotterdam (sei), città olandese, che nella capitale Praia. Per l’allenatore Pedro Leitão Brito, detto Bubista, nessun problema. Altri si lamenterebbero, lui no: «L’unità tra persone con mentalità e stili di vita diversi è un’occasione da accogliere».
Un piccolo mondo che dà fastidio ai grandi
Resta una Coppa extralarge, ma almeno c’è un piccolo mondo che dà fastidio ai grandi, almeno non si gioca sempre tra i soliti noti, almeno si può dare un’occhiata a chi è un puntino sulla cartina. Altrimenti senza confronto come fai a crescere? Un Mondiale ti mostra in tutta la tua piccolezza, ma ti permette di prendere le misure dei grandi. Nel 2002 l’Arabia Saudita subì otto gol dalla Germania e tutti a ironizzare: ma questi che ci fanno al Mondiale? Quattro anni fa fece fare brutta figura all’Argentina di Messi che uscì con le mani sulla faccia, inseguito dai buu mentre il principe ereditario Salman proclamava la festa nazionale perché per i figli del deserto quel successo equivaleva a un riallineamento dei pianeti.
Quel 9-0 preso dalla Corea del Sud nel 1954
Tutti a ridere: Curaçao alla sua prima volta, 160 mila abitanti (come Ravenna), ne ha presi sette dalla Germania che una popolazione di 83 milioni. Il più grande scarto in un debutto mondiale da quando la Corea del Sud ne prese 9 dall’Ungheria nel ’54. Però anche il grande Brasile ne beccò 7 in casa sua dai tedeschi. Nel 2014, non un secolo fa. E giù a deridere il difensore Roberto Lopes, contattato via LinkedIn, che aveva scambiato l’invito del ct per spam. Poveracci, come sono ridotti. Però loro al Mondiale ci sono e l’Italia no, e si sono qualificati battendo il Costarica, che gelò gli azzurri di Prandelli. L’attaccante Livano Comenencia (ha giocato anche nella C italiana con la Juventus Next Gen) ha segnato un gol storico per la sua nazione e per il momentaneo pareggio. Quell’1-1 tra la grande Germania e la minuscola Curaçao è durato 37 minuti. E anche se solo per mezz’ora chi sta in alto e chi sta in basso hanno viaggiato insieme. Almeno nello sport, almeno a pallone. Non è terzomondismo, è che se non apri le porte e fai sedere al tuo tavolo sempre gli stessi il mondo diventa stantio e anche ingiusto.
Aspettando una gioia per Haiti
Aspettando una gioia per Haiti, battuta dalla Scozia: dopo 52 anni si è qualificata senza aver mai giocato a Port-au-Prince una sola partita, con il ct Sebastien Migné che non ha mai messo piede al Silvio Cator, nello stadio della capitale in mano a bande armate. È stata costretta all’ultimo a cambiare le maglie per via di una grafica che richiamava la sua lotta all’indipendenza dalla Francia. Haiti per quelli del calcio è Emmanuel Sanon che a Germania ’74 fece tremare gli azzurri con un gol a Zoff. In attesa di Panama, quattro milioni e mezzo di abitanti, che vanta un campione di salto in lungo, Irving Saladino, ottavo nella lista all time con 8,73. E volete sapere cos’ha fatto Vozinha, il portiere di Capo Verde, alla fine? Poteva fare tié alla Spagna invece si è messo a piangere. «Per mia mamma che non è qui, non ha i soldi e non le davano il visto».