Boston – Kai Havertz è il più elegante e anomalo dei grandi centravanti di questa Coppa del Mondo e per il momento sta un passo indietro rispetto ai suoi quasi coetanei Mbappé e Haaland. Ma in una cosa è più avanti: ha segnato due gol in due diverse finali di Champions, e con due diverse squadre. Qui è il riferimento di una nazionale outsider ma ambiziosa. Repubblica lo ha intervistato assieme a Die Zeit e The Guardian.
Havertz, l’Italia non partecipa ai Mondiali dal 2014, quando i campioni foste voi, ma la Germania non ha più passato la prima fase da allora. È stato un sollievo, avercela finalmente fatta?
«In Qatar fu tutt’altro che un successo sia per noi come squadra sia per me personalmente. Ma adesso in nazionale c’è un’energia diversa. Mi sono convinto abbastanza presto che quest’anno sarebbe andata meglio. Sapevamo di avere il dovere di non fallire ancora una volta così presto. Siamo la Germania. Ma in realtà il torneo comincia adesso».
Boston – Kai Havertz è il più elegante e anomalo dei grandi centravanti di questa Coppa del Mondo e per il momento sta un passo indietro rispetto ai suoi quasi coetanei Mbappé e Haaland. Ma in una cosa è più avanti: ha segnato due gol in due diverse finali di Champions, e con due diverse squadre. Qui è il riferimento di una nazionale outsider ma ambiziosa. Repubblica lo ha intervistato assieme a Die Zeit e The Guardian.
Havertz, l’Italia non partecipa ai Mondiali dal 2014, quando i campioni foste voi, ma la Germania non ha più passato la prima fase da allora. È stato un sollievo, avercela finalmente fatta?
«In Qatar fu tutt’altro che un successo sia per noi come squadra sia per me personalmente. Ma adesso in nazionale c’è un’energia diversa. Mi sono convinto abbastanza presto che quest’anno sarebbe andata meglio. Sapevamo di avere il dovere di non fallire ancora una volta così presto. Siamo la Germania. Ma in realtà il torneo comincia adesso».
Che ricordi ha del Mondiale 2014, del 7-1 della Germania al Brasile e della vittoria nella finale di Rio?
«Mi fu subito chiaro che si trattava di successi destinati ai libri di storia. Avevo 15 anni ed ero un grandissimo tifoso della Germania. L’idea che un giorno avrei giocato anch’io un Mondiale era ancora molto lontana».
L’Italia non si è qualificata per il Mondiale per tre volte. Come guarda al nostro calcio?
«Senza l’Italia a un Mondiale manca qualcosa. Mi sarebbe piaciuto vederla presente».
Prenderebbe in considerazione l’idea di trasferirsi da noi?
«Al momento questa possibilità non si pone».
Ha un’idea del perché gli azzurri continuino a fallire?
«Se lo sapessi, svelerei il segreto. Ne ho parlato con Calafiori, mio compagno all’Arsenal, e ci siamo interrogati insieme. Siamo amici, mi trovo bene con lui anche in campo. È un giocatore tatticamente molto bravo, come tanti italiani, quindi non può essere questa la causa».
Quali sono invece i punti di forza della nazionale tedesca?
«Giochiamo con entusiasmo. Ci muoviamo molto, siamo offensivi, creiamo occasioni da gol. E sappiamo reagire anche dopo aver subito una rete».
Il che significa...
«Che prendiamo dei gol, lo so. Non tutto funziona ancora alla perfezione».
A che età si è accorto di avere qualità da attaccante?
«Relativamente tardi. Da bambino giocavo ala sinistra nella squadra del mio paese. Dall’Under 12 sono passato a centrocampo, dove ho giocato anche nei miei primi anni da professionista. Poi Bosz, a Leverkusen, mi ha spostato più avanti quando avevo 20 anni, e più tardi lo ha fatto anche Tuchel al Chelsea».
Le manca solo fare il portiere.
«Mi piacerebbe, una volta. La statura ce l’ho. Una volta ho giocato perfino terzino sinistro, in un’amichevole contro la Turchia. Ho segnato dopo tre minuti, quindi non è andata poi così male. Lo rifarei».
Come descriverebbe il suo ruolo in campo?
«Sono il primo difensore della mia squadra. Quando vado in pressing e attacco il difensore avversario, quello è un segnale per i miei compagni. Tutti mi seguono. E con il pallone sono quello più vicino alla porta. È mia responsabilità dare una direzione al gioco».
Lei è un attaccante che partecipa alla manovra: si allarga sulle fasce, si propone a centrocampo. Non è anche questa una forma di leadership?
«Può darsi. Ho sempre giocato così. Non riesco a stare fermo in area ad aspettare. Ho bisogno di essere coinvolto. Faccio anche movimenti che a volte sembrano inutili, ma servono a creare spazi per chi arriva da dietro».
Con il suo sguardo impassibile da Buster Keaton a volte sembra quasi apatico, vero?
«A volte do questa impressione, ma è sbagliata. So cosa si dice: che sono troppo rilassato, che il mio linguaggio del corpo non è quello giusto. Una volta era diverso, oggi non sono più uno che si tormenta».
Kimmich dice che lei è sottovalutato: ha la sensazione di dover continuamente convincere gli altri?
«Probabilmente è perché non gioco in Bundesliga. Anche Kroos e Gündogan hanno vissuto qualcosa di simile. Su di me si sente spesso dire: Havertz non ha di nuovo segnato, non vale niente! E quando segno: Beh, doveva pur farlo, era ora! Non me la prendo con nessuno, è normale».
Il suo gioco è troppo complesso per la Germania?
«Non lo direi mai. Posso però spiegarlo dal mio punto di vista: i difensori non devono mai sapere dove sono, dove voglio andare, cosa intendo fare o dove sarò tra un attimo. Cerco di essere un fantasma per loro».
Qualche anno fa era considerato un futuro capitano della Germania e un candidato al Pallone d’oro. L’abbiamo sopravvalutata?
«Gli ultimi diciotto mesi non sono stati facili, ho avuto molti infortuni. Chissà, magari arriverà ancora quel momento. Ho una grande volontà».
Contro la Costa d’Avorio, lei è stato sostituito da Undav che ha segnato i gol della vittoria: ha paura che le tolga il posto?
«No, possiamo anche giocare bene insieme. Io dietro o accanto a lui. Sono contento per ogni compagno che rende bene».
Dopo 23’ ha sete?
«Normalmente no».
Come giudica allora le pause per bere imposte dal regolamento?
«Di solito mi danno fastidio. Soprattutto quando hai appena fatto due o tre buone azioni e senti che il tuo ritmo viene interrotto. Ma queste decisioni spettano ad altri».