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Nel Brasile secondo Ancelotti il carnevale sposa la disciplina

Carlo Ancelotti con Vinicius e Bruno Guimaraes a Miami durante Brasile-Scozia

 (reuters)

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Carlo da Janeiro ha cambiato la Seleçao e la nazionale ha cambiato lui. Si è sciolto e adesso canta l’inno. Vincere in contropiede sarebbe un’eresia ma lo farebbero papa
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NEW YORK – Ancelotti ha cambiato il Brasile. E il Brasile ha cambiato Ancelotti. L’allenatore che ha vinto tutto in Europa (i 5 campionati principali e altrettante Champions League) sta provando a diventare l’eroe dei due mondi conquistando la sexta, la coppa che manca dal 2002. Carlito’s way, modo suo. Il gangster interpretato da Al Pacino usciva di scena sognando paradisi esotici, lui è rimasto sul palco trasferendosi tra le palme di Rio de Janeiro. Affacciandosi sul terrazzo della villa a Barra si sarà chiesto: “Che ci faccio qui?”. E si sarà risposto: "Quello che ci facevo a Milano, Parigi, Monaco, Londra e Madrid: me la gioco per vincerla". Lunga la vita felice di Carlo Ancelotti; curiosa, anche. Se n’è andato da Madrid per staccarsi definitivamente da un presidente di club impiccione (Florentino Perez) e se n’è trovato uno della repubblica, Luis Inácio Lula, che gli ha dato consigli su Neymar e alla vigilia, tanto per non aumentare la pressione, gli ha mandato un videomessaggio:…

NEW YORK – Ancelotti ha cambiato il Brasile. E il Brasile ha cambiato Ancelotti. L’allenatore che ha vinto tutto in Europa (i 5 campionati principali e altrettante Champions League) sta provando a diventare l’eroe dei due mondi conquistando la sexta, la coppa che manca dal 2002. Carlito’s way, modo suo. Il gangster interpretato da Al Pacino usciva di scena sognando paradisi esotici, lui è rimasto sul palco trasferendosi tra le palme di Rio de Janeiro. Affacciandosi sul terrazzo della villa a Barra si sarà chiesto: “Che ci faccio qui?”. E si sarà risposto: "Quello che ci facevo a Milano, Parigi, Monaco, Londra e Madrid: me la gioco per vincerla". Lunga la vita felice di Carlo Ancelotti; curiosa, anche. Se n’è andato da Madrid per staccarsi definitivamente da un presidente di club impiccione (Florentino Perez) e se n’è trovato uno della repubblica, Luis Inácio Lula, che gli ha dato consigli su Neymar e alla vigilia, tanto per non aumentare la pressione, gli ha mandato un videomessaggio: “Ai Mondiali non si compete, si vince! Il nostro popolo ne ha bisogno”.

Si alza dalla panchina e subito si risiede

Sarà per quello che da qualche tempo gli prendono fasi di vuoto prima degli incontri decisivi. Due ore di buio in cui tutto sembra sfuggirgli, all’improvviso. Poi si posa la mano sulla testa, liscia i capelli, prende gli occhiali, vede il tunnel, il campo, l’universo che conosce e domina, gli passa l’inquietudine, entra e se la gioca. A modo suo. Sobrio come Mario Monti finché si è ritrovato un cane in braccio. Controllato come Gustavo Thoeni dopo una seconda manche in rimonta. Basta guardarlo dopo un gol di Vinicius: gli altri stanno saltando, lui si alza dalla panchina e subito si risiede, sembra uno che pensa di aver dimenticato le chiavi dentro casa, poi si accorge che no, le ha messe nell’altra tasca. Va tutto bene, sta vincendo, lo vuole il popolo. Vorrebbe anche Neymar, anche Endrick, anche una sorpresa, del cioccolato e un paio di rovesciate, ma più di tutto vuole la vittoria e lui (schierando piuttosto Cunha e Rayan, Igor Thiago e Raphinha) gliene ha già incartate due, per tre gol a zero, senza subirne. Hanno creato migliaia di meme sull’inconciliabilità tra lui e il ragazzo prodigio. Quello dice: "Amo i dinosauri". Ed ecco il meteorite dell’estinzione, con la faccia del ct. Impassibile.

(agf)

Ancelotti non voleva un Brasile scanzonato

Ora cominciano i dentro o fuori, la sua tana: nessun altro allenatore ne ha altrettanta esperienza, Deschamps ai Mondiali, ma non in assoluto. Le andate senza ritorno sono la specialità dei viaggiatori, degli esuli, non dei turisti e lui ne ha abitati di posti. È uomo di mondo: maritato a Vancouver con una donna di origini spagnole, conosciuta in Inghilterra. Contiene moltitudini. E le esprime. Non voleva un Brasile identitario, scanzonato, buono per tre sorrisi durante la partita e molte lacrime alla fine. A Rio ci è arrivato perché il mondo altrove era già finito e ricominciato. Dopo la seconda volta a Madrid dove poteva ancora andare? Quando, alla prima mancata qualificazione dell’Italia (che all’epoca parve un disastro irripetibile), lo avvicinarono per la panchina azzurra, si scostò. Non si fidava della federazione, né della generazione di calciatori italiani. Ama lavorare con i campioni, magari non con i pezzi unici. La nemesi per chi non volle Roberto Baggio al Parma è stata trovarsi Neymar.

Il documentario di Paolo Sorrentino

Carlo de Janeiro ha esportato il sorriso enigmatico e il linguaggio del sopracciglio, imparato in compenso quel tanto di portoghese che basta ad affrontare le conferenze stampa con un misto di spagnolo e a cimentarsi con l’inno. Le parole gli erano ostiche, ma gli piace cantare, ha detto. Si è sciolto. Sennò perché avrebbe accettato di essere ripreso per un documentario (ma da Paolo Sorrentino, che l’ha conquistato durante un incontro in vacanza) e di fare il testimonial nella pubblicità di un’assicurazione? Impacciato, certo, mai quanto Pirlo davanti a un infisso e poi non tutti possono sguainare la dentatura di Klopp al volante. È arrivato in Brasile perplesso, poi è stato sorpreso dall’ultima cosa che si aspettava: l’organizzazione. E l’ha trovata nell’ultimo posto in cui cercarla: il carnevale. "È allegria, energia, ma soprattutto una splendida organizzazione". Stava parlando della sfilata o della squadra disciplinata che aveva in mente? È partito con l’impostazione giovanile del 4-4-2 che dava spazio a più talenti, poi si è accorto che i brasiliani concepiscono la fascia come i treni un binario: si percorre solo in avanti. Allora ha inserito un terzo centrocampista, ma è solo una delle variazioni sul tema, specchi di un Paese dai tanti volti. La sua parola chiave è “intensità”. Un gesto dura un secondo, può essere funambolico; una partita di 90 minuti deve essere intensa. E un Mondiale, lungo come questo, si vince sconfiggendo, oltre agli avversari, la fatica. I suoi giocatori corrono, come poche formazioni verdeoro in passato. I gol nascono in maggioranza dalla stessa situazione: pressing e palla riconquistata. Sembrano sbagli dei difensori altrui, sono contrasti, nel caso di Vinicius aggressioni, degli attaccanti.

Un soave ritorno al cinema muto

"Calma" è la parola che ripete più spesso. Vincere in contropiede sembrerebbe un’eresia, ma lo farebbero papa. Una statua, spesso lo è già. Se dovesse uscire agli ottavi la tirerebbero giù e ballerebbero sui frammenti di un’impostura. Per chi non tollera la cattiveria teatrale dei Mourinho e Conte, il rumore dei nemici e l’inferno da scatenare, Ancelotti è un soave ritorno al cinema muto, al mite protagonista che muove un muscolo facciale, estrae il manganello nascosto dietro la schiena ed ecco il cartello “Fine”. Per superare quelle ore tormentate, prima di un’eventuale finale, oggi così ipotetica e lontana, potrebbe proiettarsi sul buio della mente il vecchio film con Al Pacino, segnarsi senza mai pronunciarla, la frase chiave di Carlito (valida per Messi, Mbappé o Yamal): "Pensi di essere grande? Morirai alla grande".

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