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Il fallimento di Bielsa: il genio (o il bluff) che non ha mai vinto

Marcelo Bielsa 

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L’uscita dell’Uruguay è l’ultimo flop del tecnico argentino, il “loco”: tanti eccessi, liti e grida, ma i sovversivi veri sono altro
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Quando finisce un amore, nelle fortunate volte in cui non provoca rimpianti, ti chiedi come mai fosse cominciato. Resti senza parole a guardare l’oggetto di quella passione infondata andarsene urlando, rompendo ogni cosa al suo passaggio e voltandosi sulla soglia per proclamare: «Non lascio niente! Niente!». Ed è una liberazione, ma anche un colpo di frusta, gli occhi si aprono, la testa si volge all’indietro e il cervello domanda: «Come è stato possibile?». Come nasce un’illusione? Ovvero: perché si era tutti pazzi per un pazzo, per il Loco Bielsa?

La considerazione di Guardiola

Si ama anche, sbagliando, per un riflesso condizionato. La sua fama lo precede, si dice. Non è un uomo, è una leggenda. Il sentimento scaturisce dal passaparola. «In Argentina hanno dato il suo …

Quando finisce un amore, nelle fortunate volte in cui non provoca rimpianti, ti chiedi come mai fosse cominciato. Resti senza parole a guardare l’oggetto di quella passione infondata andarsene urlando, rompendo ogni cosa al suo passaggio e voltandosi sulla soglia per proclamare: «Non lascio niente! Niente!». Ed è una liberazione, ma anche un colpo di frusta, gli occhi si aprono, la testa si volge all’indietro e il cervello domanda: «Come è stato possibile?». Come nasce un’illusione? Ovvero: perché si era tutti pazzi per un pazzo, per il Loco Bielsa?

La considerazione di Guardiola

Si ama anche, sbagliando, per un riflesso condizionato. La sua fama lo precede, si dice. Non è un uomo, è una leggenda. Il sentimento scaturisce dal passaparola. «In Argentina hanno dato il suo nome a uno stadio, capisci? Da vivo, tanto gli sono riconoscenti». «Ha detto Guardiola che lui è il migliore, e se lo dice Pep». «Per selezionare la nazionale ha valutato undicimila calciatori, undicimila». «Ha scoperto Batistuta, quando aveva sedici anni. E Pochettino». «Li ha trovati girando tutto il continente con la sua Fiat 147». «Volevi dire 127». «No, 147 proprio, la versione sudamericana». «Le sue squadre hanno ventotto possibili schemi, il suo preferito è il 3-3-1-3, o 3-3-3-1 o comunque ci sono molti tre, un 1, nessun numero pari». «Poi si sveglia di notte e va in giardino perché ne ha sognato uno nuovo». «È il Che Guevara del calcio». «Quando si è dimesso dalla nazionale cilena hanno interrotto le trasmissioni televisive per dare la notizia e c’era gente in strada che piangeva». «Sì, ma a questi mondiali, sulla panchina dell’Uruguay, come è andato?».

Con l’Uruguay un disastro

È uscito al primo turno (come quando allenò l’Argentina nel 2002). Ha pareggiato con Arabia Saudita e Capo Verde, mica Francia e Spagna. Con la Spagna ha perso. Ha litigato con i giocatori, rifiutando di cambiare gli schemi che non avevano funzionato. Ha sostituito il portiere per una papera e un campione del Real Madrid per nessuna ragione. Ha gridato ai giornalisti. Ha abbassato gli occhi durante la foto ufficiale per contestare la Fifa ed è riuscito a contrabbandarlo per un gesto di rivolta. Nella sua opinione: «la vittoria deforma, la sconfitta forma, ci sono vittorie inutili e sconfitte che servono a qualcosa». Se accarezzi a lungo il fallimento, poi il fallimento abbraccia te. Non è vero che Marcelo Bielsa non lasci niente, lascia questo avvertimento.

Gli eroi e i miti

Lascia il monito a non affezionarsi alla propria stramberia e agli altri a non scambiarla per genialità. I sovversivi, quelli veri, sono micce quiete, indossano abiti monopetto, si pettinano e, quando giocano, vincono. Esiste, è vero, la nobiltà della sconfitta, ma esiste, e più diffusamente, una sconfitta stracciona, impotente e per nulla didascalica. Elogiarla in anticipo può non essere altro che la pre-costituzione di un alibi. Tutti possono insegnare a perdere, pochi a vincere. Guardiola, per dire, appartiene alla seconda, ristretta categoria. Quando questi esaltano maestri con un curriculum inferiore il sospetto è che cedano a una romanticheria, ma anche e soprattutto vogliano ricordarsi che, è vero, «la gioia di una vittoria durerà cinque minuti», ma l’esito verrà trascritto in un albo d’oro, non nella cenere. La differenza fra gli eroi e i miti è che dei primi si narra l’impresa e dei secondi la favola. Tra il pelide Achille e Muhammad Ali, abbiate pazienza, non c’è match. Non esiste, alla lettera.

Bielsa e il capitolo Lotito

Così Bielsa è arrivato a noi tramandato dalla voce dei cantori, adepti del realismo magico. Ha rischiato di incarnarsi nella più improbabile delle commedie “Loco e più Loco”, quando “Lochito” ebbe la pazza idea di affidargli la Lazio. Secondo Wikipedia la cosa durò due giorni. Contratto depositato o mai firmato, dimesso o rescisso, chiese troppi telefonini e troppi acquisti, la ristrutturazione di Formello, una golf car per seguire gli allenamenti e inseguire i giocatori pigri. Non si materializzò, sennò che leggenda sarebbe stata? E come avrebbe potuto sopravvivere? Si può continuare ad amare uno che dà di matto a Marsiglia, non uno che perde con l’Udinese. La leggera follia è seducente in una canzone di Mogol-Battisti o se vai a trovare un amico e a capotavola c’è il padre che dà spettacolo, non se ricevi visite e quel padre è il tuo. Certi miti sono come il Velasquez di Vecchioni, “chitarra come spada, mantello di sabbia, orecchio mozzo, antica sfida”, ma quando ti portano con loro ti fanno concludere: “Non ti avessi mai seguito, con te non si torna una volta sola indietro”. Spesso non si va neppure avanti, non oltre il primo turno. Altrettanto spesso la realtà non era così rivoluzionaria: il descamisado era un figlio della borghesia e per non acquistare troppi giornali si era comprato un’edicola. Una bella storia a volte si rovina con la verità senza bisogno dell’intervento del cattivo giornalismo.

L’eredità di Bielsa

Poi non è che non resti niente, su: ci sono stati bagliori nell’oscurità; gesti e azioni così veloci che non li abbiamo registrati e non è certo siano accaduti; l’indicazione di un orizzonte, sempre fascinoso perché irraggiungibile, ma non si dica che era impossibile; il piacere di essere stati così originali scegliendo l’oggetto del desiderio da non accorgersi di essere diventati conformisti. Marcelo Bielsa se ne va: frastuono di specchi, coro di lamenti. Mancherà a molti, soprattutto a sé stesso. A molti di più, quelli che stanno sempre sotto, mancherà la pur effimera gioia di una vittoria.

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