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Spie, viagra e fulmini: l’Inghilterra in Messico, un intrigo 40 anni dopo

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Tre Leoni non hanno più giocato all’Atzeca dopo la mano de Dios. Il fischio di inizio può essere anticipato per il meteo
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Messico e nuvole. Silenziare tutto. I ricordi, l’inconscio, il dolore. Quella pentola a pressione che è l’Azteca. E che a 2.250 metri sul livello del mare ti brucia il respiro. Anzi te lo toglie mentre a te scoppia il cuore. Troppi tamburi. E rumore: dentro e fuori. È quello che l’Inghilterra non vuole sentire, per questo arriverà all’ultimo, per questo non vuole ambientarsi e nella notte di vigilia si metterà i tappi nelle orecchie, per paura delle micidiali serenate che i tifosi messicani suoneranno sotto l’albergo. Ma soprattutto per quel giorno lì, che non è mai stato cancellato.

La mano de Dios

Quando Diego Armando nell’86 ne scartò cinque, ne sedette sei, ne segnò due, vinse una partita, pareggiò una guerra, sorprese un secolo. In dieci secondi e in 60 metri scavalcò e ridicolizzò 179 anni di saggi difensori inglesi, capitanati dalla signora Thatcher. Peter Shilton, portiere, ingannato dall’ultima finta, non voleva crederci e si mise a battere i pugni sul prato. Non sapeva ancor…

Messico e nuvole. Silenziare tutto. I ricordi, l’inconscio, il dolore. Quella pentola a pressione che è l’Azteca. E che a 2.250 metri sul livello del mare ti brucia il respiro. Anzi te lo toglie mentre a te scoppia il cuore. Troppi tamburi. E rumore: dentro e fuori. È quello che l’Inghilterra non vuole sentire, per questo arriverà all’ultimo, per questo non vuole ambientarsi e nella notte di vigilia si metterà i tappi nelle orecchie, per paura delle micidiali serenate che i tifosi messicani suoneranno sotto l’albergo. Ma soprattutto per quel giorno lì, che non è mai stato cancellato.

La mano de Dios

Quando Diego Armando nell’86 ne scartò cinque, ne sedette sei, ne segnò due, vinse una partita, pareggiò una guerra, sorprese un secolo. In dieci secondi e in 60 metri scavalcò e ridicolizzò 179 anni di saggi difensori inglesi, capitanati dalla signora Thatcher. Peter Shilton, portiere, ingannato dall’ultima finta, non voleva crederci e si mise a battere i pugni sul prato. Non sapeva ancora che lo aspettava l’etichetta left behind. Lasciato indietro. Il telecronista argentino Victor Hugo Morales invece ci credette molto: Quiero llorar. Voglio piangere. Quello inglese, un po’ tonto, non capì che l’arte è una forma di inganno e disse all’inizio che Maradona gli sembrava rickety. Sgangherato, come no. Perfino la palla si stancò di quello slalom infinito e finì in rete, non trovando più niente e nessuno da scartare. Era il 55’, le Falkland tornarono Malvinas, un gol fece più di un esercito. All’Inghilterra quel quarto di finale contro l’Argentina andò male, malissimo.

Il ritorno a Città del Messico

Era quarant’anni fa. Da quel giorno non ha più rimesso piede all’Azteca. Ma ora le toccano gli ottavi contro il Messico. Per questo tutti dicono al ct Tuchel: «Abbreviate il soggiorno, restate lì il meno possibile, impedite alla memoria di ricordare, anzi fatela sloggiare». E per risolvere il problema dell’altura siate pure noiosi nel gioco. In più se serve come aiuto c’è la pillola blu, il Viagra, non è nella lista delle sostanze proibite della Wada (contrasterebbe l’ipertensione polmonare, ma sopra i 3.800 metri). Ma se non c’è vuol dire che i benefici sportivi non esistono.

L’altitudine

Il vero nemico è l’Azteca. È lo stadio che fa male a tutti quelli che non sono di casa. Il Messico ci ha perso solo due partite negli ultimi 56 anni: 89 incontri, 70 successi, 17 pareggi, 2 sconfitte: una statistica record. Ma ottenuta ai danni di squadre che viaggiavano sotto il 57° posto in classifica, nessuno va volentieri a giocare lì, nemmeno le amichevoli, perché se puoi il patibolo lo eviti. E alla fine il Messico di grandi squadre ne ha battute solo quattro. Ma come tutte le nazionali organizzatrici del torneo (Canada e Usa) ha avuto un percorso favorevole: tutte le partite le ha giocate in casa e non ha preso nemmeno un gol.

Tuchel si è lamentato: «Siamo svantaggiati, la palla volerà in modo diverso, forse percorrerà cinque metri in più, sarà difficile, noi non siamo abituati, loro sì». In più ha il suo centrocampista Declan Rice che risente ancora di un infortunio (ai nervi del bicipite femorale). Il meteo prevede tuoni e fulmini per cui la Fifa sta pensando di anticipare a mezzogiorno l’incontro serale. Ridurre il Messico del ct Aguirre a una statistica però è sbagliato. La nazionale non superava un turno a eliminazione diretta dall’86. Anche per lei come per l’Inghilterra quella data è significativa: allenava Milutinovic, uscì nei quarti ai rigori con la Germania. Ma si giocò a Monterrey, l’Azteca non l’avrebbe mai permesso.

Questo è un Messico abituato all’altura e ai miracoli. Il suo centravanti Raúl Jiménez, 35 anni, detto El Loco, non doveva più giocare a calcio e invece è più vispo che mai (2 gol). Soprattutto cocciuto. Da bambino in campo va a sbattere con la testa su tre travi di cemento che sono la porta, gli resta una cicatrice sulla fronte. Nel 2020 gioca con il Wolverhampton contro l’Arsenal e sarà che per il Covid lo stadio è vuoto, ma il rumore delle ossa lo sentono tutti. Si scontra con David Luiz e ha la peggio. Codice rosso, frattura al cranio. Probabile che il calcio non faccia più per te, gli dicono i medici (sempre ottimisti). Un intervento chirurgico, otto mesi di riabilitazione e rieccolo in campo. Con una fascia rigida protettiva sulla testa. L’Inghilterra non gli mette paura, ne conosce i giocatori, ha già segnato a Pickford in campionato. Non servono altri miracoli al Messico: nella Catedral Metropolitana della capitale, sull’altare principale, alla statua di Gesù Bambino hanno messo la maglietta della nazionale. El Niño futbolero. Pregate, e vi darà la grazia. Al resto ci pensa l’Azteca.

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