L’eliminazione di Capo Verde lascia ai Mondiali una casella vuota, quella dell’impossibile. La occupava quel che un tempo si chiamava outsider e ora, meno opportunamente, e al di là dell’appropriazione politica, underdog. Il primo termine richiamava l’escluso dal circolo, il non considerato, l’intruso che, ammesso al gioco, pescava la carta dell’imprevisto e restava in gara contro ogni logica e previsione. Tre nazionali si sono candidate al ruolo con crescente successo.
La prima è stata Curaçao che ha pareggiato il vantaggio della Germania all’esordio prima di crollare. Poi ha fermato l’Ecuador esaltando, come accade in questi casi, un portiere, di nome Room, quindi se n’è andata, uscendo ai gironi. La seconda, la Repubblica democratica del Congo, è invece arrivata ai sedicesimi, arginando il Portogallo e battendo l’Uzbekistan, guadagnandosi il duello ad armi impari con l’Inghilterra e mettendo…
L’eliminazione di Capo Verde lascia ai Mondiali una casella vuota, quella dell’impossibile. La occupava quel che un tempo si chiamava outsider e ora, meno opportunamente, e al di là dell’appropriazione politica, underdog. Il primo termine richiamava l’escluso dal circolo, il non considerato, l’intruso che, ammesso al gioco, pescava la carta dell’imprevisto e restava in gara contro ogni logica e previsione. Tre nazionali si sono candidate al ruolo con crescente successo.
La prima è stata Curaçao che ha pareggiato il vantaggio della Germania all’esordio prima di crollare. Poi ha fermato l’Ecuador esaltando, come accade in questi casi, un portiere, di nome Room, quindi se n’è andata, uscendo ai gironi. La seconda, la Repubblica democratica del Congo, è invece arrivata ai sedicesimi, arginando il Portogallo e battendo l’Uzbekistan, guadagnandosi il duello ad armi impari con l’Inghilterra e mettendo a segno la prima stoccata prima di subire i due colpi di Kane. Rimaneva Capo Verde.
Capo Verde
Di tutte le qualificate alla fase finale, la più oscura. Non brillava in Coppa d’Africa, era difficile vedere suoi rappresentanti nei campionati trasmessi in tv. Non è neppure un’isola, ma un arcipelago di sorelle di padri diversi: una vulcanica, una tropicale, una coloniale. Ci senti tanta musica malinconica, non vedi campi di calcio, salvo uno, su una montagna, a cinque ore di cammino in salita da Porta do Sol, senza reti né linee laterali, a strapiombo sull’acqua, nel nulla. Lì si allenano gli outsider. Come uno dei bambini che fanno ogni giorno chilometri a piedi per andare a scuola in Asia fonderà un giorno una startup di successo, così uno di questi calciatori giocherà ai Mondiali. E farà un gol alla Messi o una parata alla Dibu Martinez. Lopes Cabral, Vozinha, chi erano costoro? Dispersi nel 99% della popolazione che ha i mezzi del restante 1%, ma anche l’1% di probabilità di arrivarci.
L’outsider che non vince mai
L’1% di superare l’Argentina può sembrare nulla, ma ti consente di giocartela. Una vita da mediano e vinci casomai i Mondiali. Una vita da outsider e ti fai magari un giro sulla giostra, poi alla fine scendi, ma sai che aneddoti e che allegria. I bambini capoverdiani che piangevano allo stadio dopo il 2 a 3 ai supplementari capiranno tra anni che quella disperazione è stata la più grande gioia della loro vita. Se la ricorderanno ogni volta che qualcosa sembrerà loro precluso, ci proveranno invece di rinunciare per accondiscendere alla ferocia dei pronostici e del destino prestabilito. Uno su mille ce la farà. Nessun outsider ha ancora vinto la coppa del mondo, ma la Grecia del 2002 vinse l’Europeo, e dieci anni prima ci riuscì la Danimarca balneare, richiamata dalle vacanze.
Il tabellone dei cinici
Ai cinici piace che alla fine il successo tocchi all’Argentina, o all’Inghilterra. Ribadisce lo status quo, le convinzioni tramandate dai padri, li lascia seduti sui loro cuscini di certezze. I cinici per lo più appartengono all’1%, amano le tradizioni, il meraviglioso equilibrio di un’obesità senza fine e non hanno mai visto degli zingari felici. Eppure ce ne sono, per le strade colorate di Mindelo, sulle spiagge di Boavista o fra i crateri di Fogo. Poi se ne sono dovuti andare, per avere un’occasione, perché a Capo Verde il figlio di un falegname resta falegname, anche se palleggia alla grande, in Olanda può diventare un calciatore.
Gli outsider hanno sempre storie difficili, mai uguali perché le difficoltà sono come le famiglie infelici: ognuna fatta a modo suo. C’è chi dorme appendendo alle finestre sacchi neri della spazzatura come fossero tende per far buio in camera; chi è nell’ombra a quarant’anni e sta arrendendosi all’idea che non vedrà mai la luce; chi fa un lavoro che non ama e si affida a LinkedIn per vivere di passione. Qualcuno ne legge con una punta di fastidio, pensando sia retorica da film americano anni cinquanta, e scuote la testa. Sta esorcizzando il dispiacere perché non è successo a lui. Perché domani tornerà in ufficio, compirà quarantuno anni o siederà insoddisfatto su quel patrimonio da 1% che non gli propone sfide, non gli compra sogni.
Lopes Cabral
Vozinha credeva fosse il suo ultimo tango e invece ha un’offerta per giocare a Miami insieme con Messi. Lopes Cabral desiderava la maglia o la figurina autografata di Marcelo, poi ha fatto un gol che Marcelo non si è figurato mai. Tutti i giocatori di Capo Verde sono andati oltre i propri limiti, insieme danzando hanno scavalcato la linea di confine che era stata tracciata sul campo della loro sorte. Nella storia le cose cambiano quando le persone non stanno al loro posto. Spesso sono costrette a rientrarci, ma hanno lasciato un esempio, il ricordo di una possibilità. Capo Verde ha giocato 4 partite e, nei tempi regolamentari, le ha pareggiate tutte, contro ex o futuri campioni del mondo, finalisti, semifinalisti, quel saranno o già sono stati. Da ieri ci restano soltanto i soliti sospetti, da radunare e mettere in fila per un confronto in cui non potremo riconoscere il colpevole di lesa ovvietà, l’assassino delle convenzioni. Per fare un gol come quello di Lopes Cabral devi essere un fuoriclasse oppure uno che sta fuori. Per un irripetibile istante, la stessa cosa.