Un mondo di stelle: l’oroscopo delle otto a caccia del Mondiale
di
Gabriele Romagnoli
Tifosi dell'Argentina (agf)
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Sei europee, una sudamericana e un’africana: da stasera in campo per guadagnarsi le semifinali. Chi ha vissuto di rendita, chi è sopravvissuto al naufragio, chi ha fatto miracoli e chi può sentirsi miracolato
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New York – E poi ne rimasero otto. Non necessariamente le migliori, il tabellone opera in modi misteriosi. Chi arriva ai quarti può aver vissuto di rendita (come la Francia), essere sopravvissuto al naufragio (come l’Argentina), aver fatto qualche miracolo (il Belgio) o sentirsi miracolato (la Svizzera). Gli algoritmi fanno pronostici, gli esperti replicano con i loro. Le agenzie di scommesse quotano in base a calcoli di probabilità. Oppure, in ultima analisi, ci si può rivolgere agli astri, scoprire che cosa vede e prevede l’oroscopo per gli otto segni di chi è ancora in gara, tra notazioni tecniche e, a questo punto altrettanto valide, sensazioni. Da qui in poi, quanto la forza e il talento pesa l’imponderabile, la somma di uomini che supera quella aritmetica dei singoli, il soffio che fa ricadere un pallone oltre la linea a cui non sarebbe balisticamente destinato, l’attributo di Sacchi e, più di ogni altra cosa, le stelle che non stanno a guardare.
New York – E poi ne rimasero otto. Non necessariamente le migliori, il tabellone opera in modi misteriosi. Chi arriva ai quarti può aver vissuto di rendita (come la Francia), essere sopravvissuto al naufragio (come l’Argentina), aver fatto qualche miracolo (il Belgio) o sentirsi miracolato (la Svizzera). Gli algoritmi fanno pronostici, gli esperti replicano con i loro. Le agenzie di scommesse quotano in base a calcoli di probabilità. Oppure, in ultima analisi, ci si può rivolgere agli astri, scoprire che cosa vede e prevede l’oroscopo per gli otto segni di chi è ancora in gara, tra notazioni tecniche e, a questo punto altrettanto valide, sensazioni. Da qui in poi, quanto la forza e il talento pesa l’imponderabile, la somma di uomini che supera quella aritmetica dei singoli, il soffio che fa ricadere un pallone oltre la linea a cui non sarebbe balisticamente destinato, l’attributo di Sacchi e, più di ogni altra cosa, le stelle che non stanno a guardare.
Ti stai innamorando degli specchi. Sei avvolta nei complimenti e nelle previsioni favorevoli. La tua forza può diventare la tua debolezza. Non credi di averne, sei migliore di quattro anni fa, ma lo è anche il Marocco che eliminasti in semifinale. Il suo centrocampo è tosto e tu in quella zona schieri soltanto due pedine. Tutti guarderanno i quattro davanti, ma il mondiale è sulle spalle di quei due. Giocare a tre in mezzo sarebbe più logico, ma stravolgerebbe la tua identità, hai steso fili per funamboli, non asfalto per passanti. Pochi pensano tu possa uscire, perfino chi lo dice non ci crede. Attenta però; finora non hai avuto avversari veri (la Norvegia era in versione B). Il tuo destino è la finale, ma la realtà può essere un finale.
Sei la regina d’Africa, ora è confermato: il continente sei tu, non c’è Senegal o Egitto che tenga. Ma se davvero ci fosse una cospirazione contro gli esclusi di sempre, un piano per una finale bis? Per rivedere Messi conto Mbappè? Con l’aggiunta di Olise e Dembélé? Lascialo dire a chi è uscito, guarda soltanto avanti: c’è posto. Pensa piuttosto a riempire i tuoi vuoti, quelli che ti hanno mandato sotto con Haiti. Quando trovi sicurezza e scioltezza sei a livello d’Europa: da Tangeri sono 32 chilometri a nuoto e tu hai coperto la distanza correndo sull’acqua dietro un pallone. Li hai portati tutti là i tuoi giovani, da Hakimi a Bouaddi, e ora sanno che cosa fare perché conoscono i rivali. Non hai niente da perdere o da vendicare. Puoi soltanto stupire, una partita su 4 deve pur farlo. Questa la più possibile, non per questo la più probabile.
Lamine Yamal (agf)
Spagna: Lamine Yamal, ora o mai più
Sei arrivata fin qui difendendoti alla grande, che cosa può succedere se ti si mette a funzionare anche l’attacco? Finora ti è praticamente mancato il gioiello, Lamine Yamal. E se cominciasse a brillare proprio adesso? E’ il tempo giusto, il tempo di Pablito: a tre partite dal traguardo. Ora o tra quattro anni quando vivi il momento equivale a “ora o mai più”. Manca soltanto lui al gran ballo. La gioventù non è un alibi, anche Messi ha iniziato senza miracoli e guarda adesso che potrebbe essere suo zio. Ma è difficile pensare che Yamal, o chiunque altro, abbia davanti altrettanto tempo. Senza di lui potresti vincere comunque, ai quarti, poi però dovresti fermarti lì. Sei campione d’Europa, devi dimostrarlo. Esci spesso nei finali, ma ti troverai davanti specialisti degli ultimi minuti. Non aspettare. O passano sul rosso.
Prima ti sei salvato contro il Senegal, poi hai salvato i mondiali contro gli Stati Uniti. Tutti ti sono debitori. Come si deve un riconoscimento a Rudi Garcia: altroché inadeguato. Ha imparato in fretta, ha sverniciato quelli della generazione d’oro facendone riservisti per missioni speciali (tenere palla, chiudere la partita). Ora deve insistere nel modo e nei giocatori in cui crede. O rivoltare tutto per non essere prevedibile, faccia lui. Una banda di declassati, svenduti a campionati e squadre meno in vista si è presa la vetrina e ci si trova pure bene. Comunque vada, è stato un successo, ma se gli altri si attardano, questi possono renderlo un mezzo trionfo. Un consiglio: non rinunciare a Doku. Non è Yamal, ma può sembrarlo.
Proprio a 250 anni dall’indipendenza americana vuoi ridiventare padrona d’America? Ci sono segnali, tuttavia: la benedizione dell’Azteca che ha spezzato un sortilegio, il precedente del Chelsea che un anno fa, nello stesso stadio, ricevette da Infantrump la coppa del mondiale per club, alzandola in faccia ai francesi del Psg. Ma anche le scelte di Tuchel: ridurre il carico di fenomeni a due, Kane e Bellingham. E mettere ai remi dei vogatori (Rice, Gordon, Anderson) degni di Oxford e Cambridge. Compatti, all’unisono, avanti nella stessa direzione. Tutto bene? Dipende. E se le due luci in cima al palazzo ben costruito per una sera non si accendono? Scende l’oscurità. Ma soprattutto: chi, pur conoscendolo dalla Premier, fermerà Erling Haaland?
Ti hanno adottato tutti, i veri vogatori sono i tuoi, altroché i canottieri studenti di nobile lignaggio. Il vero virus dei mondiali non è quello che ti ha colpita, sei stata tu: hai fatto saltare i programmi computerizzati, basati sulla tradizione e non sull’attenzione, che favorivano il Brasile. Adesso devi completare l’opera. Non basta sorprendere, devi prendere. Tutti sanno che sei forte, che non sei soltanto Haaland, ma con il resto pareggi, con lui vinci. Non c’è schema e non c’è inganno, devi soltanto fare arrivare una palla non sulla sua testa, ma dove lui può metterla saltando, non dove si smarca, ma da dove marcherà. Tu e l’Argentina siete una banda in cui suonano tanti, ma l’acuto è di uno solo. A loro bastò. A te, perché no?
Vargas esulta dopo il rigore che ha regalato la qualificazione alla Svizzera
Svizzera: l’intrusa nella foto di gruppo
Nella foto di gruppo dei quarti sei la risposta al quiz: scova l’intruso. Il dark horse, come chiamano in America chi arriva dove non lo aspettavano. Non proprio al galoppo. Traini una carrozza di Central Park e vorrebbero eliminarti, ma non ci riescono. Sei senza punte e senza spigoli, per questo rotoli. Visti mille pronostici, non ce n’è uno che ti dia vincente sabato. Eppure, non c’è mondiale in cui non arrivi in semifinale una squadra opaca e imprevista, fuori fuoco anche quando si mette in posa. Conosciamo quasi tutti i tuoi uomini, li abbiamo visti in serie A e ci chiediamo spesso perché loro siano qui e i nostri a casa. Il mistero è una fonte di sopravvivenza. Se non ti spiegano non ti piegano. Almeno non finora. Poi, però, tocca al mago fare il suo gioco.
Hai una sola arma carica, ma spara per dieci. Eri finita prima di cominciare: anziana, presa nella trappola della riconoscenza, un’ombra ben presto saresti stata. Sei ancora qui. Eri finita contro Capo Verde ed Egitto, spersa nell’incredibile. Sei ancora qui. Gli arbitri non fanno mai gol. Mezzi assist, al massimo. Poi tu la metti dentro, perché hai quel figlio di un destino maggiore che vuole giocare ancora. In una sera di mezza estate c’è sua madre alla finestra che ha preparato la tavola e chiama perché si vada a mangiare, ma lui è di quelli che restano in cortile, fin quando il sole va giù, quando cala il buio, e oltre. Per lui non soltanto non è finita finché non è finita, ma non è finita finché non lo decide lui. A occhio, non ancora.