MIAMI – Bellingham vale Messi e Mbappé, in questo Mondiale di giganti, e i giganti possono permettersi di alzare le spalle, fare la faccia che fanno e borbottare qualcosa che può voler dire «pazienza, cavoli suoi» se gli riportano che il suo allenatore, il suo non amatissimo allenatore, ha appena detto che l’Inghilterra ha battuto la Norvegia soltanto perché è stata fortunata. «Sarà. Ma forse lui non sa che cosa significhi giocare in queste condizioni contro Haaland, Odegaard, Nusa, Sorloth». Certo che non lo sa. Tuchel è stato un mediocre difensore, per quanto diventato presto un giovane allenatore prodigio, e quel perfido «non sa» di Jude sembra quasi un’allusione classista.
La reazione stizzita di Bellingham
Tuchel non aveva detto una cosa…
MIAMI – Bellingham vale Messi e Mbappé, in questo Mondiale di giganti, e i giganti possono permettersi di alzare le spalle, fare la faccia che fanno e borbottare qualcosa che può voler dire «pazienza, cavoli suoi» se gli riportano che il suo allenatore, il suo non amatissimo allenatore, ha appena detto che l’Inghilterra ha battuto la Norvegia soltanto perché è stata fortunata. «Sarà. Ma forse lui non sa che cosa significhi giocare in queste condizioni contro Haaland, Odegaard, Nusa, Sorloth». Certo che non lo sa. Tuchel è stato un mediocre difensore, per quanto diventato presto un giovane allenatore prodigio, e quel perfido «non sa» di Jude sembra quasi un’allusione classista.
La reazione stizzita di Bellingham
Tuchel non aveva detto una cosa campata per aria: all’Inghilterra è andata bene, è stata salvata da un palo, da una papera del portiere avversario e dai lampi improvvisi del giocatore migliore che ha. Il ct insomma ha delle ragioni, perché sembra quasi che la nazionale di sua maestà (non re Jude, quell’altro) si trascini da una partita all’altra vincendo sempre in maniera episodica, grazie alla classe di Bellingham, a quella del vicerè Kane (sei gol a testa, che coppia) e poco altro, di certo non con la sofisticatezza del gioco collettivo che Tuchel va predicando. È lui che non sa farsi ascoltare o i giocatori non lo ascoltano? La reazione stizzita di Bellingham cosa nasconde? E a questo punto importa qualcosa giocare bene le partite o basta vincerle, come insegna l’Argentina da quattro anni? Bellingham la vede così, quindi non esattamente come Tuchel: «Non si può solo palleggiare e fare mille passaggi, a volte bisogna saper vincere sporco. Il gioco è diviso in tanti aspetti: c’è quello tecnico e quello tattico ma per me il più importante è quello psicologico». Insomma, tante parole e un silenzio significativo: «Cosa penso di ciò che ha detto l’allenatore? No comment».
I dubbi di Tuchel
Tuchel, poverino, ha capito in ritardo di essersi cacciato in un bel ginepraio. A caldo gli sono uscite certe cose («Abbiamo giocato in modo sciatto non sono contento della prestazione sotto ogni punto di vista, siamo stati fortunati»), dopo le ha un poco corrette: «Da allenatore ho delle esigenze e cerco di tirare fuori il meglio dalla squadra, ma sono orgoglioso di questi ragazzi che si rifiutano categoricamente di perdere. Penso che giocando meglio potremmo ottenere risultati migliori, ma non c’è nessuna distanza tra me e loro, neanche dell’1 per cento». Eppure qualche crepa c’è. Bellingham non è stato entusiasta di aver dovuto cambiare continuamente posizione contro la Norvegia (prima davanti, poi dietro, poi di nuovo davanti), ma soprattutto non ha ancora digerito i dubbi che aveva Tuchel nella fase di avvicinamento alla Coppa del Mondo, quando il posto in squadra era in bilico e il ct, che aveva già silurato Foden e Palmer e ridimensionato Saka e Rashford, era dell’idea di preferirgli Rogers. Di sicuro, Bellingham ascolta più la madre che il capo tedesco: «Mamma mi ha martellato tutta la settimana: stai attento al linguaggio, alle reazioni, guai a te se ti fai ammonire», altrimenti avrebbe saltato la semifinale. Ma Tuchel, serafico, avrebbe messo Rogers.