New York – A 39 anni è la sua prima volta. E forse anche la sua ultima. Non è male avere un incontro fatale quando si è più padri che figli. In 21 anni di calcio, 6 mondiali, 205 partite con la nazionale, Leo Messi non ha mai affrontato l’Inghilterra. Avrebbe potuto nel novembre 2005 a Ginevra in amichevole ma aveva 18 anni e stava scontando una squalifica rimediata nel suo debutto contro l’Ungheria (cartellino rosso dopo 47” per un fallo di reazione). Non ha bisogno di scrollarsi di dosso i ricordi perché è nato il 24 giugno 1987, un anno e due giorni dopo Argentina-Inghilterra del 22 giugno 1986 e cinque anni dopo la loro guerra che durò 74 giorni per finire quando il sottomarino Conqueror silurò l’incrociatore Manuel Belgrano: 323 morti e 770 naufraghi. Con il tabloid Sun che in prima pagina scrisse «Gotcha», preso. Come fosse il gioco della battaglia navale.
New York – A 39 anni è la sua prima volta. E forse anche la sua ultima. Non è male avere un incontro fatale quando si è più padri che figli. In 21 anni di calcio, 6 mondiali, 205 partite con la nazionale, Leo Messi non ha mai affrontato l’Inghilterra. Avrebbe potuto nel novembre 2005 a Ginevra in amichevole ma aveva 18 anni e stava scontando una squalifica rimediata nel suo debutto contro l’Ungheria (cartellino rosso dopo 47” per un fallo di reazione). Non ha bisogno di scrollarsi di dosso i ricordi perché è nato il 24 giugno 1987, un anno e due giorni dopo Argentina-Inghilterra del 22 giugno 1986 e cinque anni dopo la loro guerra che durò 74 giorni per finire quando il sottomarino Conqueror silurò l’incrociatore Manuel Belgrano: 323 morti e 770 naufraghi. Con il tabloid Sun che in prima pagina scrisse «Gotcha», preso. Come fosse il gioco della battaglia navale.
Maradona, Messi e i video sulle Malvinas
La polvere della rivincita Messi l’ha solo respirata. Nel 2010 in Sudafrica gli toccò Maradona alla sua prima esperienza da ct, che tra un sigaro cubano e l’altro prima di essere esonerato, sparlava di Pelé («Torni al museo»), dell’arbitro argentino Baldassi colpevole di non aver visto un fuorigioco, ma soprattutto sottoponeva la ciurma a video motivazionali sulle Malvinas. Chiedeva quel tipo di emozioni. Ma Messi ne era culturalmente lontano, viveva a Barcellona già da dieci anni. Se c’è uno estraneo ai british è proprio lui: non ha mai nemmeno giocato nella Premier mentre oggi in squadra ha sei compagni che vi militano: il portiere Emiliano Martínez detto Dibu, 33 anni, dell’Aston Villa, i difensori Marcos Senesi, 29 anni, lo scorso anno Bournemouth, ora al Tottenham, Lisandro Martínez, 28 anni, del Manchester United, Cristian Romero, 28 anni, anche lui al Tottenham e i centrocampisti Alexis Mac Allister, 27 anni, del Liverpool, ed Enzo Fernández, 25 anni, del Chelsea.
Messi contro i club inglesi va forte
Non è che Leo si trovi male contro i club inglesi, in Champions League (36 presenze) ha un record di 27 gol e 6 assist contro sei di loro. È solo che è cresciuto in Spagna, è stato per due anni (male) a Parigi nel Psg, per poi svernare a Miami. Mentre Dibu Martinez che ha appena vinto l’Europa League con l’Aston Villa conosce tutto dei campi inglesi perché ci è arrivato da ragazzo a 16 anni e i suoi due figli sono nati lì. Per lui la Gran Bretagna è casa mentre per Messi l’unico pezzo di terra dell’isola con cui ha confidenza è Wembley dove non ha mai avuto problemi a segnare. Ma lo sport ha un album di famiglia in cui si è sempre quelli dell’altro ieri per cui l’Argentina domani ad Atlanta giocherà con la divisa blu scuro simile a quella dell’86. È una suggestione, ma ci sta nella città di Via col Vento, era blu anche la maglia del ’98 quando l’Argentina sconfisse l’Inghilterra ai rigori e David Beckham fu espulso per una tacchettata al Cholo Simeone. E ci sta pure che la canzone che tutti gli argentini intonano sia: «Per le Malvinas, per Diego, per l’ultima di Leo, per la quarta stella».
Argentina, il solito tango
Sarà sempre Volver di Carlos Gardel. L’Argentina non cambierà musica, perché il suo tango preferito resta Messi. Non ci sono dubbi: è lui la bandiera a cui aggrapparsi, l’Argentina continuerà a ballare per Leo, perché se Ronaldo nel Portogallo è sopportato, Messi è invece amato e supportato. Questa è la sua settima partita al mondiale americano dove ha giocato 531 minuti, segnato 8 gol e servito 2 assist. È entrato dalla panchina solo contro la Giordania, per il resto ha sudato e lottato come gli altri, anche nei disperati minuti di recupero in cui bisognava fare come Davy Crockett a Fort Alamo. È suo il calcio d’angolo su cui l’Argentina con Mac Allister ha segnato il primo gol alla Svizzera. È lui l’incrocio che la squadra attraversa ogni volta che si muove avanti, ma è anche la destinazione principale di ogni pallone.
Messi prima di tutto
Prima a Messi e dopo agli altri: la gerarchia e il rispetto non cambiano. L’Argentina gioca come una volta ci si sedeva a tavola e dove il primo a essere servito è il capofamiglia. Messi lo è senza bisogno di proclami, di mantelli aggiuntivi, di alzare la voce. Lui la Coppa in Argentina ce l’ha riportata, ora si tratta di difenderla. Non importa se quest’estate americana sarà l’autunno del patriarca. Perché in ogni addio c’è un modo nuovo per ricominciare. E sarà sempre lui a scegliere dove e a quali ragazzi andrà il pallone.