✕

Messi contro Yamal: dal bagnetto alla finale dei Mondiali

Ascolta l'audio

Due assist, la festa in campo, un’altra finale a 39 anni Di fronte troverà il suo erede nel Barcellona a cui ha posato per l’Unicef da giovanissimo
2 minuti di lettura

NEW YORK – Stavolta Messi non ha pianto, ha sorriso, ha gioito. Via, fatta fuori anche l’Inghilterra, ridotta a go home più che coming home. E domenica la finale dell’Argentina sarà contro la Spagna. I campioni del mondo contro quelli d’Europa. E la possibilità per Leo a 39 anni di sorpassare veramente Maradona perché due mondiali consecutivi dal ’62 (Brasile) non li ha più vinti nessuno. E lo sport è veramente bizzarro, si diverte a mettere contro storie, vissuti, generazioni. Il vecchio eroe (Messi), quello che ha preso tutti per mano, contro l’aspirante eroe (Lamine Yamal). Messi contro la sua Spagna, contro il paese che l’ha cresciuto e contro il giocatore che al Barcellona ha preso il suo posto in termini di fama. Quasi un padre contro un figlio che ha appena compiuto 19 anni e che ha un disperato bisogno di affermarsi perché di gol, anche se è il più giovane spagnolo ad aver segnato in un mondiale, ne ha fatto solo uno mentre Leo è a quota otto. L’ultima volta di un re contro la…

NEW YORK – Stavolta Messi non ha pianto, ha sorriso, ha gioito. Via, fatta fuori anche l’Inghilterra, ridotta a go home più che coming home. E domenica la finale dell’Argentina sarà contro la Spagna. I campioni del mondo contro quelli d’Europa. E la possibilità per Leo a 39 anni di sorpassare veramente Maradona perché due mondiali consecutivi dal ’62 (Brasile) non li ha più vinti nessuno. E lo sport è veramente bizzarro, si diverte a mettere contro storie, vissuti, generazioni. Il vecchio eroe (Messi), quello che ha preso tutti per mano, contro l’aspirante eroe (Lamine Yamal). Messi contro la sua Spagna, contro il paese che l’ha cresciuto e contro il giocatore che al Barcellona ha preso il suo posto in termini di fama. Quasi un padre contro un figlio che ha appena compiuto 19 anni e che ha un disperato bisogno di affermarsi perché di gol, anche se è il più giovane spagnolo ad aver segnato in un mondiale, ne ha fatto solo uno mentre Leo è a quota otto. L’ultima volta di un re contro la prima volta di un pretendente al trono.

Ammettiamolo: se devi giocare contro chi ti ha fatto il tuo primo bagnetto in un servizio fotografico un po’ tanta riverenza ce l’hai. Puoi non rivelarla, ma l’imbarazzo c’è. E forse un po’ di timore e di rispetto c’è anche nella stessa Spagna dove Leo è divento Messi, dove sono nati i suoi tre figli, Thiago, Mateo e Ciro, tutti a Barcellona. Messi per la Spagna non è un nemico, ma un figlio adottivo che a un certo punto ha dovuto allontanarsi. E che adesso non guarda in faccia a nessuno: all’età, ai minuti che scorrono via, a una sconfitta rifiutata fino all’ultimo e allontanata. Messi stavolta non ha segnato, il ct Scaloni lo ha spostato sulla fascia destra, ma è dal sinistro di Leo che è partito il pareggio e poi la rimonta. Si è dato da fare per servire gli altri e quando i re si mettono a spalare anche loro significa che tengono più al regno che alla corona.

Messi ha servito il dodicesimo assist dei suoi mondiali (quattro più di Maradona), almeno uno in ogni edizione del torneo e Lautaro ha pensato al resto, a metterla dentro con un colpo di testa. Mentre il pareggio lo aveva realizzato Enzo Fernandez con un tiro da fuori, sempre su assist di Leo, replicando la stessa azione di un minuto prima che però Pickford era riuscito a deviare. Se l’Argentina è resuscitata, Messi non ha mai smesso di provare a far ripartire il suo cuore che sarà scassato, ma che non rinuncia mai a battere. E poi c’era Mick Jagger in tribuna che scuoteva la testa e, si sa, quando c’è lui a tifare l’Inghilterra proprio can’t get satisfaction. Contro la Spagna anche lei imbattuta sarà una partita tra due squadre che alla fine più che affidarsi ai fenomeni sono state loro fenomeno. Certo l’Argentina ha più stanchezza nelle gambe e più fiato corto, ma i guerrieri di Scaloni sanno non arrendersi.

Più che una partita all’inizio è stata una rissa da saloon: 19 falli fischiati alla fine del primo tempo (12 dell’Argentina). Giuliano Simeone da solo ne ha commessi cinque, il numero più alto per un giocatore dell’Albiceleste Scaloni in un match mondiale. Come se ancora ci fossero da sistemare vecchi conti e un nuovo machismo da affermare. Chissà come l’avranno vissuta in quell’isola in mezzo all’Oceano alle Malvinas/Falkland dove tremila inglesi, molti figli dei reduci della guerra dell’82, si erano radunati a Port Stanley, per vedere un una partita di calcio del futuro. Ad Atlanta però i cuori ardevano di risentimenti e i piedi imprecisi affondavano nelle scorrettezze e nella poca mira. Zero tiri in porta alla fine del primo tempo. Non era mai successo dal ’66.

E’ sembrato che nei primi 45’ le due nazionali dovessero recitare a soggetto, quasi dovessero smaltire una sceneggiatura passata, era la terza volta che si affrontavano dall’86 e c’era sempre in mezzo quel gol di mano dei Maradona. E insomma un’ingiustizia (per i britannici) da riparare. Però alla fine ad affondare non è stata l’Argentina, riemersa, anche con lo striscione « Le Malvinas sono argentine» che Messi e compagni hanno ventolato in campo.

Leggi i commenti