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L’urlo di Lautaro: “Il gol dei miei sogni, non piangerò più”

Lautaro Martinez dopo il gol decisivo contro l'Inghilterra

 

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Dal 1982 l’Inter ha sempre un giocatore in finale: ora il suo capitano allungherà la striscia record
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Da Altobelli, Bergomi e Oriali, con Bordon e Marini in panchina, a Lautaro: è dal 1982 che in ogni finale di Coppa del mondo c’è almeno un giocatore dell’Inter a giocarla. Qualcuno l’ha vinta, qualcun altro l’ha persa, diversi di loro l’hanno marchiata segnando (Altobelli, Rummenigge, Brehme, Ronaldo, Materazzi, Perisic) e dopodomani ci riproverà Martinez che tuttavia, dice, ha già segnato «il gol che tutti gli argentini vorrebbero segnare».

Ma se battere l’Inghilterra per loro è una ripicca, rivincere la Coppa del mondo neanche quattro anni dopo l’ultima sarebbe indicibile, inesprimibile. Lautaro, l’altra sera, si è espresso in lacrime, non ha resistito neanche in diretta tv («È il gol che sognavo da quando mio papà mi ha regalato i primi scarpini da calcio») e dopo ha scherzato di sé: «Proverò a non piangere di nuovo, l’ho già fatto abbastanza di là».

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Da Altobelli, Bergomi e Oriali, con Bordon e Marini in panchina, a Lautaro: è dal 1982 che in ogni finale di Coppa del mondo c’è almeno un giocatore dell’Inter a giocarla. Qualcuno l’ha vinta, qualcun altro l’ha persa, diversi di loro l’hanno marchiata segnando (Altobelli, Rummenigge, Brehme, Ronaldo, Materazzi, Perisic) e dopodomani ci riproverà Martinez che tuttavia, dice, ha già segnato «il gol che tutti gli argentini vorrebbero segnare».

Ma se battere l’Inghilterra per loro è una ripicca, rivincere la Coppa del mondo neanche quattro anni dopo l’ultima sarebbe indicibile, inesprimibile. Lautaro, l’altra sera, si è espresso in lacrime, non ha resistito neanche in diretta tv («È il gol che sognavo da quando mio papà mi ha regalato i primi scarpini da calcio») e dopo ha scherzato di sé: «Proverò a non piangere di nuovo, l’ho già fatto abbastanza di là».

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Strani tipi, questi argentini: Scaloni li ha paragonati a degli indios per il loro orgoglio combattivo e l’inestinguibile spirito di sopravvivenza, ma ogni volta si commuovono, al punto che un maligno da qualche parte li potrebbe definire delle mammolette piagnone.

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Lautaro l’aspetto dell’indio ce l’ha e la lacrima anche, in abbondanza: bisognava vederlo, giovedì ad Atlanta, quanto fosse fiero di sé, lui che due anni fa chiuse da capocannoniere la Copa America, che ha cominciato questo Mondiale da titolare ma non da protagonista (gregario di Messi, stop), perdendo poi il posto a vantaggio di Julian Alvarez. È in quel momento che è cambiato qualcosa e gli sono venute fuori le due giocate più importanti, l’assist del 3-2 contro l’Egitto e questa rete a tempo scaduto di testa e di rabbia: «Entriamo in campo con la fame di cambiare la storia. Dobbiamo dare il meglio che sia per cinque, tre o dieci minuti. Non sono ovviamente contento perché voglio giocare sempre, quando sono all’Inter se sto fuori mi arrabbio, ma alla fine undici entrano dall’inizio, cinque dopo e devi solo pensare a dare tutto. È così che ho segnato il gol che ha fatto felici tutti gli argentini».

(reuters)

Se non ci fosse Messi a rendere tutto possibile, tutto accettabile, è probabile che l’Argentina si sfrangerebbe come ogni squadra in cui ci sono personalità che cozzano, ego che si sovrappongono, ambizioni individuali che travalicano quella collettiva.

I genitori

Ma qui no, dice Lautaro, «perché come esempio abbiamo il migliore del mondo», quello che ti fa venire la voglia di «abbassare la testa, correre, lavorare, avere umiltà, sacrificarsi. Se lo fai, un gol come questo è il premio che ti spetta, è il riconoscimento per tutto il lavoro che ho fatto da quando ero bambino. Questo gruppo va avanti e non si stanca mai». Lautaro ha festeggiato con moglie e figli che erano qui, ha chiamato a casa la mamma «che stava lavorando», ha dedicato successo e lacrime al papà «perché se sono qui il principale responsabile è lui. Il mio vecchio è stato colui che mi ha insegnato ad amare questo sport, a essere responsabile, a essere un lavoratore, a vivere assieme i momenti difficili. Ne abbiamo avuti molti, ma mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto mancare un piatto in tavola, non mi hanno mai fatto mancare un pallone. Quindi oggi il ringraziamento è per loro, e l’orgoglio e la felicità che provo sono per tutto quello che ho vissuto da piccolo».

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