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Spagna e Argentina oltre Messi e Yamal: chi sono i guardiani dei re

Laporte, Oyarzabal e Cubarsí (agf)

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Mai come stavolta nella finale dei Mondiali peserà il ruolo dei gregari, tutti leader nei propri club: da Romero a Mac Allister, da Rodri a Oyarzabal
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NEW YORK – Non ci sarebbe Argentina senza Messi, ma difficilmente ci sarebbe Messi senza l’Argentina. Lo sta dimostrando la Spagna, che due anni fa sembrava avesse vinto l’Europeo solamente grazie alle lune nuove di Lamine Yamal, invece non era così: qui la sua grandezza è stata l’utilità, è più di un undicesimo della squadra più squadra della Coppa del mondo ma non è tutto e neanche abbastanza, perché intorno a lui c’è un’architettura di gioco organizzato, ci sono architetti, geometri e operai.

Messi e le sue guardie del corpo

L’Argentina è di natura diversa: più che collaboratori Messi ha guardie del corpo, addirittura scherani. Ma se può permettersi di camminare per 80’ è perché chi gli sta attorno fa tutta la fatica che lui non può più fare e si fa carico del lavoro sporco, vale a dire tutto quel repertorio di malizie, provocazioni e intimidazioni che fanno della Selección la nazionale più amata e al tempo stesso più detestata. Prendiamo uno come il Cuti Romero, un passato al…

NEW YORK – Non ci sarebbe Argentina senza Messi, ma difficilmente ci sarebbe Messi senza l’Argentina. Lo sta dimostrando la Spagna, che due anni fa sembrava avesse vinto l’Europeo solamente grazie alle lune nuove di Lamine Yamal, invece non era così: qui la sua grandezza è stata l’utilità, è più di un undicesimo della squadra più squadra della Coppa del mondo ma non è tutto e neanche abbastanza, perché intorno a lui c’è un’architettura di gioco organizzato, ci sono architetti, geometri e operai.

Messi e le sue guardie del corpo

L’Argentina è di natura diversa: più che collaboratori Messi ha guardie del corpo, addirittura scherani. Ma se può permettersi di camminare per 80’ è perché chi gli sta attorno fa tutta la fatica che lui non può più fare e si fa carico del lavoro sporco, vale a dire tutto quel repertorio di malizie, provocazioni e intimidazioni che fanno della Selección la nazionale più amata e al tempo stesso più detestata. Prendiamo uno come il Cuti Romero, un passato al Genoa e all’Atalanta e anche alla Juve, che si limitò a comprarlo a tanto, venderlo a poco e non farlo giocare mai: è capitano del Tottenham e nella semifinale a un certo punto s’è destreggiato con sublime eleganza tra Bellingham e Gordon, ma poi tira calci e calcetti, urla in faccia ai portieri avversari (Pickford) e viene ricompensato da Leo con l’assist del gol all’Egitto.

Tagliafico il più impiegato dal ct Scaloni

Anche Enzo Fernandez è spesso capitano di una grande, il Chelsea, dove è un leader trascinante, ma nell’Argentina diventa un mediano con la bava alla bocca (fa anche le boccacce, se serve a provocare) e quasi non si nota la sua qualità raffinata di tuttocampista se non quando Messi gli dà il via libera, come quando gli ha servito la palla del gol agli inglesi. Tagliafico, terzino del Lione senza sale e senza pepe, è il più impiegato da Scaloni. Mac Allister è invece la testa più fine della squadra, sa sempre dove mettersi e difatti ha un triplo ruolo, mezzala, esterno e trequartista: è una sorta di Messi senza palla e, bisogna dirlo, il meno esagitato. Certo non è Paredes, che sembra stia lì quasi solo per far capire all’avversario a cosa sta andando incontro. Nella fase dell’intimidazione, lui è il capo. Poi esce e l’Argentina comincia i 10’ magici, dopo che Alvarez e Lautaro, che nei loro club sono il terminale e qui collaterali, hanno sfiancato gli avversari con scatti anche a vuoto.

La Spagna del taciturno Oyarzabal

La Spagna è tutta un’altra cosa. Baena, ultimo entrato nei titolari, è timidissimo, lo chiamano «l’unico andaluso introverso della storia». Oyarzabal è taciturno anche in senso metaforico, perché non fa mai chiasso con il pallone: il suo gioco è correre dove nessuno lo vede e poi sbucare dal nulla ma con tempismo perfetto per segnare, come se fosse uno di quegli opportunisti mai usciti dall’area, anche se lui in area non ci sta quasi mai. I tre del centrocampo sono la miscela perfetta: Olmo è il più sovversivo, porta il 10, sogna di scambiare la maglia con il suo idolo Messi e di festeggiare la Coppa andando in bici sulla Quinta Strada, ma c’è un ordine preciso nei suoi tagli di campo, va sempre nella zona dove sa che, aggiungendo un uomo, porta un vantaggio. Fabian è un pendolo, Luis Enrique ne ha fatto l’uomo del tempo, che decide lentezza e velocità del gioco.

Rodri il fulcro, Porro è l’appoggio di Yamal

Rodri è il senso di tutto questo, due anni fa vinse il Pallone d’oro perché fu il fulcro della Spagna e del City campioni d’Europa: se volete capire come funziona il gioco di squadra non toglietegli gli occhi di dosso, anche se nelle telecronache compare di sguincio. Porro è nato povero, ha raccolto l’eredità dell’ultimo madridista, Carvajal (sarà un caso che per fare squadra non siano stati chiamati giocatori del Real?), ed è quello tecnicamente più rozzo tra gli stilosissimi spagnoli, eppure ha già segnato due gol ed è diventato l’appoggio di Lamine: gli guarda le spalle, lo protegge, quando gli raddoppiano la marcatura gli sfila dietro e si fa dare palla, perché se stanno in due su uno, sull’altro non ci sarà nessuno.

Anche il portiere Simon è di basso profilo

Persino il portiere è di basso profilo: Simon le cose migliori le ha fatte con due anticipi da libero su Mbappé, ben lontano dall’area. Ha subito un solo gol, gli spagnoli devono aver capito che la prima cosa è la protezione del portiere, poi ci si dedica a quella del fuoriclasse. In fondo, neanche lo screanzato Dibu Martinez, che in Qatar fu il migliore del Mondiale e in finale risultò decisivo quanto Messi, qui ha dovuto fare gli straordinari. E vi ricordate chi segnò il rigore decisivo nel 2022? Montiel, un gregario dei gregari.

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